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Porthos 33-34
La forma e la sostanza
| La forma e la sostanza |
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| Scritto da sandro sangiorgi | |
| Thursday 09 July 2009 | |
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«È bene imparare a fare la cosa più piccola nella maniera più grande». «Il mestiere del contadino, come quello del marinaio o del soldato, contiene in se stesso un alimento per l’anima: non si tratta che di liberarlo».
La questione naturale stimola considerazioni sempre nuove, come è giusto per un fenomeno in forte espansione. Su Porthos 28 ho sottolineato il “mostruoso equivoco” nel quale l’establishment composto da industriali, consulenti, docenti universitari e artigiani convenzionali sta facendo cadere il vino italiano. Autorevoli rappresentanti di queste categorie sostengono che sono loro a fare il vino buono, loro che trattano e fanno trattare i vigneti con i peggiori prodotti chimici di sintesi, che fertilizzano i filari di giardini di morte, che dietro la presunta scientificità delle ricerche celano le collusioni con l’industria chimica, che stanno trasformando l’ecosistema vivente in un algoritmo chimico-matematico, che usano la biotecnologia nel tentativo di far circolare la vita in frutti che, a dispetto della loro scintillante esteriorità, ne sono ormai privi. Così i delinquenti sono i vignaioli: quelli che rimettono la pianta in contatto con un ambiente finalmente reattivo, in grado di difendersi e protagonista di un progressivo percorso di rieducazione; i produttori che puntano sulle fermentazioni spontanee e cercano di ridurre la solforosa; le persone che, attraverso lo spirito naturale, recuperano l’identità di un luogo e mirano a un rapporto più sano tra l’uomo e il proprio lavoro. In questa nota vorrei riflettere sul pericolo opposto. Non si tratta del rischio modaiolo e della susseguente intrusione nell’universo organic di molte cantine che non hanno nulla da spartire con chi coltiva un comportamento naturale: contro la moda e i suoi effetti collaterali non si lotta, vista la loro fisiologica ciclicità. Il mio timore è che nasca un altro equivoco altrettanto grave per un movimento giovane e fragile come quello dei produttori naturali. Temo che più di qualcuno pensi di separare la forma dalla sostanza, come fossero due entità divisibili e componibili a piacimento dell’interprete. La forma e la sostanza sono inscindibili. Se ci s’impegna in un’attività nella quale contano, insieme alla tecnica agronomica e al lavoro di campagna, spiritualità, educazione, pratiche manuali, capacità di osservazione e confronto col pubblico, non si può pensare a priori di far prevalere una delle due entità. Quando una cosa è sbagliata non si ricorre alla scusa che alla fine si sono salvati i contenuti rispetto all’esteriorità, o viceversa. Un errore può avere migliaia di attenuanti ed essere utilissimo, ma rimane un errore. Nel lavoro è doveroso perseguire una bellezza completa: qualora non la si raggiunga, significa che non si è ancora pronti a misurarsi con chi offre attenzione e comprensione ma richiede altrettanto rispetto. I vignaioli distratti, abituati alla sciatteria e a pensare che il vino si faccia da solo – basta coltivare il vigneto – dimenticano il compito dell’uomo quale tassello fondante del triangolo virtuoso che lo unisce al luogo e al vitigno e lo rende coadiutore e custode attivo. Emancipare una materia dalla nobile perfezione come l’uva è una grande responsabilità; servono sensibilità e competenza, ci si educa a raggiungerle e non si può pensare di misurarsi col mercato senza di loro. Non si tratta più di fare un paio di damigiane per alcuni amici che vengono a ritirarle nel cortile di casa e sono pronti a perdonare tutto. La tanto ambita sanità dell’uva ottenuta con metodi naturali deve ripresentarsi intatta nella bottiglia, in modo che ogni spontanea trasformazione si traduca in una crescita espressiva e non generi mefitiche sorprese. La persona consumatore ha il dovere di aprirsi a modelli espressivi non convenzionali, così da non fuggire di fronte ai primi fuochi di alcuni vini oscuri e complessi; il produttore ha dalla sua il dovere di far svelare al proprio vino la personalità; non deve invece giustificarsi di endemiche sbavature che sommate fanno un liquido sgraziato e inaccettabile, ancorché “genuino”.
Il difficile cammino di un disciplinare naturale
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