Cipressi

Il Chianti, tra toscanizzazione risorgimentale e supertuscanizzazione post-moderna

Il resto è storia nota: sulla base dei successi internazionali che San Guido colleziona, sbaragliando nelle degustazioni cieche i più importanti vins de chateaux, l’entusiasmo si diffonde fra piccoli e grandi produttori. Il sogno di Ricasoli e Albizi di surclassare i francesi sembra essersi finalmente avverato. La penetrazione nel panorama enotecnico toscano di un personaggio come Tachis fa il resto: la cantina di Antinori gli offre l’occasione di sperimentare su vasta scala la portata della rivoluzione del Cabernet. Pienamente consapevoli del gusto internazionale e delle dinamiche di mercato di alto livello, Tachis e Piero Antinori iniziano la fase chiantigiana della rivoluzione enologica italiana, inventando quel taglio tosco-bordolese a maggioranza sangiovese o a percentuali invertite che, nei decenni successivi, diverrà un obbligo aziendale per ogni produzione del territorio.
Sangiovese, Cabernet, Merlot, Syrah, barriques, tecnologia all’avanguardia che consenta di replicare uno stile aziendale annata dopo annata: gli anni ’80 del post-moderno che contamina e trasforma dettagli in stile, tematiche in contenuto, linguaggio in meta-linguaggio sbarca anche nel mondo del vino.
È su questo sfondo che si dipanano nuove dinamiche di vendita internazionali. Ricasoli intendeva produrre e commerciare un grande vino quotidiano, da pasto, per la tavola di tutti i giorni. Tuttavia, anche se la sua attenzione era rivolta principalmente a questa tipologia, egli era consapevole che la vera partita sui mercati internazionali si giocava nella gamma dei vini fini, quelli di qualità superiore, sul modello dei grand crus borgognoni e bordolesi. Solo sfruttando la scia dei vini fini si poteva sperare di vendere anche i vini quotidiani. La stessa logica orienterà la produzione toscana oltre un secolo dopo.

panorama

Alla fine degli anni ’70 il consorzio del Chianti Classico, da sempre voce esclusiva di grandi interessi rivolti solo alla più vasta distribuzione, si trova pertanto stretto in una morsa: da una parte c’è un brand in crisi, svilito da questioni storiche, economiche e legali, incapace di suscitare l’interesse dei buyer internazionali; dall’altra, vede la nascita di un mercato emergente e aggressivo basato su prodotti del tutto nuovi che poco o niente hanno a che vedere col Chianti ricasoliano.
La stessa nascita di vini monovarietali di sangiovese rappresenta una ennesima forzatura alla storia chiantigiana, l’ennesima invenzione della tradizione. Ricasoli, pur vinificando tutte le varietà separatamente, non aveva mai pensato di produrre un vino in purezza. Per il castellano di Brolio fare vino significava uvaggio, trarre il meglio dai vari vitigni, e per meglio s’intende qualità aromatica, preoccupazione perenne di tutti i protagonisti del vino toscano, da Soderini a Gambelli! Ma è chiaro che in un panorama mutato anche sul piano antropologico, in cui mercato e stampa specialistica sanciscono il primato dei vini “di garage” e “di castelli” che promuovono un nuovo prototipo di prodotto con caratteristiche organolettiche da grande rosso internazionale, è giunto il momento di far pulizia in soffitta e di liberarsi degli oggetti ingombranti. E, ancora, la famosa lettera del settembre 1872 torna protagonista. Su di una riflessione di Ricasoli che ritiene la Malvagìa un fattore diluente della forza del Sangiovese si crea un altro precedente volto a sopprimere stavolta le uve bianche dal taglio del Chianti. In tal senso, gli anni ’80 sono quelli della caccia alle streghe. Protagonista, ancora una volta Tachis. Da sempre assertore di vini concentrati e intensamente aromatici, Tachis ancora oggi considera i Chianti degli anni ’60 e ’70, quelli che rispondevano appieno ai descrittori del disciplinare allora in voga (colore granato, naso tenue di mammola e viola, bocca filante e sapida, amara in chiusura), come vini difettosi e mal confezionati e, con coerenza, non ha mai smesso di dichiararlo o scriverlo.

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