Il Barbaresco, mistero e longevità

di Sandro Sangiorgi

Il mistero del Barbaresco risiede nella sua apparente fragilità, una condizione che non impedisce una stupefacente ed evolutiva longevità. Sin dalla sua nascita come soggetto autonomo si è capito che non facevano per lui la visibilità, l’assorbimento dell’attenzione del mondo, quel magnetismo quasi sfacciato che contraddistinguono il Barolo, suo più ingombrante fratello. Al protagonista della nostra degustazione si confà una gradualità progressiva, per la quale è necessario un impegno diverso: se per comprendere il Barolo è indispensabile incarnarsi nel lavoro e nell’attesa che il vino comporta e prevede, il Barbaresco richiede la condivisione di un nascondimento, un celarsi dal quale fiorisce un’amicizia che è per sempre.

Il vino del vigneto Montestefano prodotto da Teobaldo Rivella si rivela vicinissimo alla fisionomia appena descritta, la sua è un’emotività a tratti inaccessibile; il vino preferisce trasmettere l’elettricità del suolo e del sottosuolo, manifestata da un’acidità veracissima che favorisce l’estensione della componente tannica. Un’armonia vibrante e imprevedibile, dall’azione sotterranea, completata da un sapore amaricante di soldatiana memoria, «un amaro che è tutto amaro…». La degustazione verticale ci ha lasciato segnali che hanno cominciato a trasformarsi, a riconnettersi con le altre volte che avevamo incontrato le bottiglie di Baldo: è il ritrovarsi della famiglia dopo tanti anni di separazioni e lontananze.

Nebbiolo delle Langhe 2020 Succosa apertura della serata, dai profumi di viola e fragolina, un gioiello di leggerezza con l’aggiunta di un tannino non così remissivo quanto farebbe pensare l’annata; riuscito l’accostamento col salame piemontese fornito da La Tradizione.

Barbaresco 2018 Il colore quasi trasparente preannuncia un profilo odoroso delicato, a tratti restio; il sapore si sta facendo: superate le difficoltà espressive proprie dell’annata, il liquido sta assumendo una dinamica di valore, serrata, magari non del tutto continua, ciononostante in grado di imprimersi nelle sensazioni finali.

Barbaresco 2017 L’aspetto visivo più colorato del precedente introduce una modalità odorosa più esuberante; il timbro maturo e caloroso si riversa nella bocca dove ritroviamo il ritmo dell’acidità accompagnato dalla mineralità salina verso una chiusura impeccabile e un equilibrio di finissima fattura.

Barbaresco 2015 All’inizio, più di un partecipante ha notato delle note proprie del 2017, è bastato qualche minuto per vedere divise le loro strade. La stagione 2015 riserva un futuro meno dipendente dall’alcol, forte di uno schematismo affidato al perfetto tempo di innesco dell’acidità nel tannino, prima di un epilogo vivo di frutta ancora integra.

Barbaresco 2014 Da questo vino in poi è stato chiaro il passaggio dal concetto di equilibrio a quello di armonia, un requisito frequentato assiduamente dalla relazione tra il Nebbiolo e i suoi luoghi di maggiore vocazione. L’aspetto più bello è il rinnovato stupore per i tratti che sono sempre esclusivi; il 2014 viene da un’annata difficile, eppure quello che potrebbe sembrare un suo limite, parliamo di una certa snellezza, finisce per accordarsi con un trasporto odoroso ricercato e coinvolgente, al punto da percepire un’illuminante sequenza di onde, una diversa dall’altra. L’avevamo amato anche nel confronto Nebbiolo-Nerello, a qualche mese di distanza l’abbiamo trovato ancora in crescita. Sicuramente uno dei due che continua a martellare la nostra memoria.

Barbaresco 2012 L’inganno della visione si materializza attraverso un granato imbrunito che farebbe pensare a un Barbaresco stagionato, mentre il naso ce lo consegna in una fase di articolata e di giovanile complessità, un farsi che frequenta più la terra che la frutta, più le foglie dei fiori, più l’autunno della primavera, questa la si ritrova nei 2017 e 2015. In bocca rivela un’erotica carnalità di hitchcockiana memoria – Grace Kelly in “Caccia al ladro” o Kim Novak in “Vertigo” – più suggerita, lasciata trapelare attraverso una persuasività imprevedibile quanto travolgente. Questo è il segreto di un Montestefano da conservare per quello che saprà narrare nei prossimi vent’anni.

Barbaresco 2006 Il più atteso non tradisce, anzi si mostra in una forma smagliante, ma quel luccicare iniziale è un falso, può portare sulla strada sbagliata se pensiamo a un vino aperto e liberatorio. Accade invece che il profumo si mostri attraverso una ricca quanto indecifrabile stratificazione, generata dalla maturazione e resa avvincente dall’affinamento. In bocca mostra quanto il tempo possa far bene a un vino ambizioso, il quale non deve per forza rivelarsi del tutto. Al contrario può restare in silenzio e far avvicinare le parti che lo compongono, assistere al loro dialogare e poi immergersi in un letargo attivo. Indimenticabile per come entra e per come lascia la lingua, non sembra fare sforzi per assicurarsi la persistenza più durevole e pregnante della batteria. Torneremo da lui, di sicuro, perché non lo abbiamo ancora capito…

Siamo gratissimi a Maria e Teobaldo Rivella per il loro affettuoso e fattivo sostegno, come a Massimiliano “Max” Argiolu, sempre più vicino e sensibile, generoso e, per fortuna, talvolta un pochino smemorato…

Un pensiero speciale alla rinnovata squadra di Porthos, alle persone presenti che ci hanno aiutato ad accrescere domande e curiosità.

Infine, un grazie a Emanuele Tartuferi, il quale avrebbe partecipato volentieri ma, in qualche modo e in extremis, è riuscito a lasciare il segno.