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Miniatura di agosto 2015

Il mio primo pensiero va a “Porthos racconta...” il nostro progetto didattico. Alle persone che a Roma e in tutta Italia hanno contribuito a organizzare corsi, seminari e singoli eventi; per non rifilarvi un elenco di nomi – ci sarà tempo anche per quello – ne scelgo due che rappresentano bene il meraviglioso e piccolo gruppo che ha lavorato in quest’ultimo anno, Pino Carone e Giovanna “Jo” Pascoli. La loro principale qualità? Sopportare me...
Avevo promesso che nel 2015 sarei stato più tempo possibile a Roma per dedicarmi a Porthos Trentasette, alla fine non è andata così. In primo luogo perché tenere delle classi sul vino è un pilastro della mia vita emotiva, intellettuale e monetaria, una condizione irrinunciabile.

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Il matrimonio tra la pizza e il vino

foto di claudio caputo
note di matteo gallello

La serata è stata organizzata da Matteo Gallello, grazie all’aiuto di Miriana Baraboglia, Claudio Caputo e Roberta Facchini, condotta da Stefano Callegari - che ringraziamo per la grande disponibilità - e Sandro Sangiorgi.

Vini Callegari

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La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot

La degustazione si è svolta grazie alla partecipazione di diversi soggetti. Innanzitutto il Consorzio ViniVeri, nelle persone di Gianpiero Bea e di Paolo Vodopivec, poi Raffaele Bonivento attraverso Meteri, la sua creatura dedita alla distribuzione di produttori della Loira votati alla naturalità. Determinanti alla riuscita dell'evento sono stati Mercedes Parlascino e Giuseppé, l'amico parigino di Robinot, che hanno fatto da interpreti. E poi Jean-Pierre, produttore dalla sensibilità unica e straordinario intrattenitore.
Alla stesura del pezzo hanno contribuito Erika Rampini e Matteo Gallello.

La verticale della Cuvée Juliette di Jean Pierre Robinot - Porthos Edizioni

Il mio è un rapporto viscerale con lo Chenin della Loira. Non è facile spiegare quanto possa essere emotivamente coinvolgente rispetto agli altri vitigni di talento come il Riesling, il Nebbiolo e il Pinot Noir. Il vitigno del “fiume reale” non ha un profilo odoroso spiccato, non si pone in modo accattivante, il suo essere magnetico arriva nel profondo. Lo Chenin si manifesta in maniera discreta, è uno di quei vini che, nonostante il cambiamento tecnologico e i miracoli dei lieviti, è quasi impossibile da carpire in gioventù, quando è particolarmente introverso. Questa dimensione è la sua unicità.

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Un Pecorino

Il buffo nome, dovuto forse al fatto che era un’uva molto gradita alle greggi
che frequentavano i pascoli vicini, oppure alla forma del suo grappolo,
molto simile ai riccetti lanosi delle pecore, ha contribuito a dare notorietà
al suo vino in un mercato sempre più orientato
verso la riscoperta dei vitigni autoctoni.
da Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, Un altro viaggio nelle Marche, 2012, Exòrma Edizioni

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