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Vino e giovani: una deontologia in evoluzione

L’intensa mobilitazione di marketing riguardante il mondo del vino che da molto tempo viene favorita dai mass-media si presta a due ovvie conclusioni: i giovani, come gli adulti, sono influenzabili e seguire la moda conta più di tutto.
Causato da un’incessante eco di pubblica esposizione e spettacolarizzazione, il “ber vino” rischia di diventare un gesto vuoto, e il mostrarsi nudo del vino un must giovanile che scade proprio nel momento in cui viene compiuto sputando in faccia ad anni di storia agricola, a tradizioni da locanda che oramai si ergono come mura in rovina.
Il carattere elitario e utilitaristico che assume il cerimoniale da locale In nei sempre più numerosi Wine Bar ne è l’estrema conseguenza. Troppo spesso i Wine Bar si mostrano come luoghi snobistici che non rendono giustizia alla bevanda alla quale devono tutto ed invece di rappresentare il lato positivo del pubblicizzare vino, scavano ancor più quel solco d’ignoranza e faciloneria che non rende giustizia al potere aggregativo che il vino possiede.
La ristrutturazione del piacere del vino deve iniziare dall’avvicinamento ad esso delle generazioni che oggi restano ancora distanti da tale piacere, ultime a nascere e per questo motivo con maggiori responsabilità; e l’idea basilare del Wine Bar deve tornare a essere la forza del richiamo al vivere, al chiacchierare e al rilassarsi in un ambiente di grande potenzialità comunicativa.
Quando mi rivolgo ai giovani, fra le fila dei quali si annovera anche il sottoscritto, intendo una parte di popolazione ad ampio raggio, fin dall’infanzia.
Adolescenti che crescono corrotti dall’assurdo salutismo di certe madri che rifiutano l’alcol generalizzandolo in un incomprensibile divieto e seguono – o meglio “inseguono” – un credo fatto di ingredienti macrobiotici e cibi dietetici non giovano sicuramente al volere di chi tenta ogni giorno di far rivivere una tradizione millenaria come quella del far vino, una tradizione che un giovane d’oggi, cresciuto con le immagini della televisione e non con il profumo della terra, non riesce a cogliere nemmeno con tanta buona volontà, e questo semplicemente perché non ne è in grado, non ha le capacità per notare, provare, ed infine capire, tradizioni che nel bene o nel male fanno parte del suo stesso carattere e che costituiscono la parte essenziale del suo essere persona.
Inseguendo gli effetti dell’alcol a tutti i costi, deglutendo distillati industriali venduti come acqua, veri e propri veleni per il corpo, ci si dimentica di gustare le bevande che al contrario meritano e “vogliono” essere gustate, intuite, ricercate, capite, ascoltando cosa hanno da dirci, le storie che stanno dietro al loro stato attuale, senza ridurci a mere macchine onnivore evitando di dare sfogo a quella curiosità, che gli adulti chiamano sete di conoscenza, che ci permette di fare della nostra vita Una Vita.

Le insicurezze del giovane d’oggi sono lo specchio della società che gli è stata costruita attorno abdicando i valori che i nostri nonni ci avevano insegnato.
Un’insicurezza che porta i giovani a bere alcol senza curarsi di cosa stanno facendo entrare nel proprio corpo, accomunando superalcolici di misteriose origini a prodotti che invece rendono l’alcol una cosa necessaria, non solo chimicamente, ma anche idealmente.
Il ribellismo dell’età adolescenziale ha forse più potenzialità del sapere superficiale e un po’ meschino di certi esperti di vino che si vendono come druidi moderni, probabilmente solo per far colpo sulla femminil controparte, riuscendo solo in pochi casi e guadagnarsi nuovi adepti che ne diffondano il verbo.
Perché il giovane d’oggi trascende l’idea ben presente nell’immaginario collettivo di sacralità, socialità, iniziazione, verità, gioia, convivialità e amicizia che da sempre possiede il vino?
Bisogna chiedersi se menti in trasformazione come quelle dei giovani, e la problematica sociale ad esse associata, debbano per forza perdere i legami con la concreta realtà che, nonostante vite frenetiche e solitarie, costituisce ancora l’io-presente di ogni cittadino del mondo.
La distanza esistente fra adolescenti e adulti trova nel vino una forse inaspettata conferma.
Il vino viene visto come bevanda per adulti e i finti druidi di cui si parlava prima non fanno altro che aumentare tale distanza, un divario che dall’adolescente viene visto come una barriera invalicabile che aumenta la voglia d’infrangere i divieti tipica di quell’età e che in alcuni ragazzi può portare al credere di vivere in una società proibizionista come quella inglese, dove, di conseguenza, il numero di alcolizzati minorenni aumenta ogni anno di più.
La mancanza di un’estetica della tolleranza che, a torto o a ragione, porta alla conoscenza di sé e del mondo che ci circonda, in questo caso, è il primo passo verso l’allontanamento dal vino anche in età adulta.
Un’ecologia del cibo si sta diffondendo nella nostra società lavoratrice e auto-referenziale, che produce fantasmi e fanatismi e non riesce più ad abbandonarsi ai semplici piaceri quotidiani che rendono speciale anche un momento monotono e conflittuale.

Una strategia efficace può essere quella di divulgare fra le nuove generazioni l’idea che un corretto consumo di alcol è possibile proprio grazie al vino, che con il suo “accennarsi” può allontanare i giovani da luoghi frenetici e caotici come le discoteche.
Le cantine, così come le enoteche, sono luoghi di decantazione della vita, dove dietro una coltre spessa fatta di interessi economici e ipocrisia monetaria si può scorgere ancora quell’amore artigianale che alimenta le anime di buoni produttori incapaci di tradire il proprio lavoro.
Un profumo può invogliare ma è il sapore che ti fa restare.
I prezzi dei vini sono certamente un’altra questione sulla quale discutere perché, soprattutto in tempi grami come questi, vanno a discapito non solo delle famiglie in generale ma anche della voglia di divertirsi e di stare in compagnia dei giovani. Un peso economico che porta all’ovvia conclusione: è una bevanda costosa, quindi per pochi.
Su questo bisogna lavorare, sull’immagine del vino che arriva ai giovani.
Non sul Significato del vino ma sul Significante del vino.
Perché il pubblico giovanile trova più affascinante la birra o i superalcolici? La risposta è semplice: per una questione d’immagine. Ed è su questa risposta che si deve riflettere, ampliando e concentrando l’impatto promozionale del mondo vinicolo, ma si badi, non attraverso un bombardamento di video promozionali o messaggi subliminali come succede oggigiorno, bensì attraverso un recupero della tradizione popolare e picaresca che dovrebbero possedere i luoghi collegati alla produzione a alla diffusione del vino.

La propaganda dei mass-media su larga scala e la confusione che ha creato la globalizzazione colpiscono il giovane forse ancor più dell’anziano, poiché mentre quest’ultimo ha ben presente quali sono le sue radici, un giovane al giorno d’oggi ha pochi elementi per spiegare e descrivere la propria esistenza ed è per questo che il vino, con la sua natura varia e oserei dire “narratrice”, può assurgere alla funzione di solida radice esistenziale.
La consapevolezza del vivere lenti la si ottiene maturando una sofferta capacità di fare scelte, imparando a possedere il futuro e a gestirlo, proprio come un ragazzo vede fare ai propri genitori.
Sembra impossibile che un ragazzo ancora impiegato tra compiti e interrogazioni possa imparare ad apprezzare la forte identità che si porta dietro un particolare vino, o la tradizione associata ad un piatto tipico, ma il fatto è che prima o poi questo passo viene compiuto comunque, imparando a stare nel mondo l’ex-ragazzo diventato adulto inizia a capire (e a selezionare) quali sono le cose che perdurano e quelle alle quali vale la pena di dare attenzione.

Di pari passo con la crescita intellettuale, che prima della scuola e dell’università è a carico della famiglia, la voglia d’assaporare la vita diventa un desiderio primario, una necessità e, col tempo, un modo di vivere.

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