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Approfondimenti

La Savoia

Potrà sembrare paradossale che una regione come la Savoia, conosciuta soprattutto per le Alpi, possa presentare condizioni favorevoli alla viticoltura; eppure...

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Pinot Ötzi

Il Gastronomo Helmuth Raffeiner, Oberraindlhof a Madonna in Val Senales, e l'esperto Peter Dipoli stavano degustando un bicchiere di Pinto Nero e riflettevano su come la stagionatura di un vino ad altitudini diverse possa ripercuotersi sulla sua maturazione.
Degustazioni di vini e spumanti a altitudini diverse sono state effettuate in più occasioni in passato, ma non c’era ancora chiarezza su quali fossero stati i risultati ottenuti da una stagionatura in botti di rovere della durata di almeno un anno.
Anche Martin Aurich, dell’azienda vitivinicola Unterortl a Juval, e Franz Pratzner, dell’azienda vitivinicola Falkenstein a Naturno, trovarono molto appassionante questo quesito. Questo era l’inizio...

Il vino
La cuvée è formata in parti uguali dal Pinot Nero 2006 del vigneto Falkenstein di Naturno, e dal Pinot Nero 2006 del vigneto Unterortl sullo Juval, che appartiene a Reinhold Messner oltre al castello Juval in Val Venosta, all’inizio della Val Senales.
I due vinicoltori Franz Pratzner e Martin Aurich hanno unito i due vini nel maggio 2007 in una botte più grande, creando quindi la cuvée Pinot Ötzi, in totale circa 700 litri di vino. Sempre nel mese di maggio tale cuvée è stata suddivisa nuovamente in tre botti di legno, ciascuna di 225 litri.

Tre luoghi pieni di significato
Una botte di cuvée di Pinot Nero è stata portata nella cantina del castello Juval (900 metri sul livello del mare), all’inizio della Val Senales. I pendii del colle Juval, con i loro reperti dell’età della pietra e del bronzo, testimoniano la storia dei primi insediamenti nell’imponente paesaggio della Val d’Adige.
Una botte è stata posta lungo la strada che "Ötzi" con molta probabilità percorse prima della sua morte, a 1450 metri sul livello del mare, nel ristorante "Oberraindlhof" in Val Senales. Gli osti ed esperti di vino coinvolti, Elisabeth e Helmuth Raffeiner, hanno messo volentieri a disposizione la loro cantina per questo progetto.
La terza botte è stata posta a 3212 metri sul livello del mare, sul ghiacciaio della Val Senales nell’hotel più ad alta quota delle Alpi, il Berghotel Grawand, quindi solo a pochi chilometri dal luogo del ritrovamento dell’uomo venuto dal ghiaccio (Ötzi).

Invecchiamento e cura
Per più di un anno il Pinot Ötzi è stato esposto alle diverse influenze dei tre luoghi, a livello di pressione atmosferica, contenuto d’ossigeno, temperatura e umidità. Inoltre è stato regolarmente controllato, documentato e curato da entrambi i viticoltori. I tre vini sono stati tolti dalle botti e separati nella cantina del vigneto Unterortl, dove sono stati imbottigliati nel settembre del 2008.

Decorso del progetto:
− Cuvé: 50% Südtirol DOC Blauburgunder 2006 dell’azienda vitivinicola Unterortl più 50% Südtirol Vinschgau DOC Blauburgunder 2006 dell’azienda vitivinicola Falkenstein.
− Maggio 2007: immagazzinaggio in tre luoghi diversi di una barrique.
− Castel Juval, cantina, 900 m s.l.m.
− Oberraindlhof, Madonna di Senales, cantina, 1500 m s.l.m.
− Hotel Grawand, Maso Corto in Val Senales, 3212 m s.l.m.
− Estate 2007 fino a estate 2008: periodico e contemporaneo rabbocco delle botti, controllo della solforosa libera e della temperatura, degustazione.
− Luglio 2008: immagazzinaggio dei tre vini nell’azienda Unterortl, Juval.
− Settembre 2008: imbottigliamento dei vini in bottiglie da 0,75 l.
− Maggio 2009: presentazione dei tre vini in occasione delle Giornate altoatesine del Pinot Nero a Egna

Vino pregiato in veste nobile
Le etichette dei vini Pinot Ötzi sono state create dall’artista Hans Luis Platzgummer e sono frammenti di una delle sue opere.
L’ideazione e realizzazione delle scatole in larice è a opera del laboratorio per il legno di riabilitazione lavorativa della Comunità Comprensoriale Val Venosta a Silandro.
Con la vendita del vino Pinot Ötzi a 95 euro la confezione di tre bottiglie, verrà finanziato il progetto di un serbatoio per l’acqua potabile di Petra Theiner nell’arco dell’attività dei medici altoatesini per il terzo mondo.
Il vino Pinot Ötzi è disponibile presso l´Oberraindlhof, le aziende Unterortl, Juval e Falkenstein, Naturno e la Bottega dei Contadini, Juval.



Pinot Ötzi 2006 – localizzazione Castel Juval, 900 m s.l.m.

− Cuvé: 50% Südtirol DOC Blauburgunder 2006 azienda vitivinicola Unterortl
+ 50% Südtirol Vinschgau DOC Blauburgunder 2006 azienda vitivinicola
Falkenstein
− Maggio 2007: immagazzinaggio in una barrique (4. utilizzo)
− Luglio 2008: immagazzinaggio dei tre vini nell'azienda Unterortl, Juval
− Settembre 2008: imbottigliamento dei vini in bottiglie da 0,75 l

luogo di immagazzinaggio: cantina
temperatura media annua nel vino: 12,5°C
pressione media (atmosfera standard internazionale ): ~ 890 mbar
somma delle perdite per evaporazione maggio 2007 – luglio 2008: 7,7 litri
Analisi del vino:
Data dell'analisi
maggio 07 prima del
riempimento maggio 09
SO2 libera mg/l 31 27
SO2 totale mg/l 75 92
Titolo alcolometrico % vol 12,91 13,08
Estratto totale g/l 25,0 25,0
Zuccheri riduttori g/l 1,5 1,7
ph 3,74 3,70
Acidità titolabile g/l 5,1 5,1
Acidità volatile g/l 0,62 0,62
Polifenoli totali mg/l 2127 1921
g CO2/l 0,30 0,30


Pinot Ötzi 2006 – localizzazione Oberraindl, 1500 m s.l.m.
− Cuvé: 50% Südtirol DOC Blauburgunder 2006 azienda vitivinicola Unterortl
+ 50% Südtirol Vinschgau DOC Blauburgunder 2006 azienda vitivinicola
Falkenstein
− Maggio 2007: immagazzinaggio in una barrique (4. utilizzo)
− Luglio 2008: immagazzinaggio dei tre vini nell'azienda Unterortl, Juval
− Settembre 2008: imbottigliamento dei vini in bottiglie da 0,75 l

luogo di immagazzinaggio: cantina
temperatura media annua nel vino: 10,1°C
pressione media (atmosfera standard internaz. ): ~ 850 mbar (= 94% della
localizzazione Juval)
somma delle perdite per evaporazione maggio 2007 – luglio 2008: 7,2 litri
Weinanalysen:
Data dell'analisi
maggio 07 prima del
riempimento maggio 09
SO2 libera mg/l 31 27
SO2 totale mg/l 75 106
Titolo alcolometrico % vol 12,91 12,89
Estratto totale g/l 25,0 24,5
Zuccheri riduttori g/l 1,5 1,6
ph 3,74 3,71
Acidità titolabile g/l 5,1 5,0
Acidità volatile g/l 0,62 0,60
Polifenoli totali mg/l 2127 2104
g CO2/l 0,30 0,27

Pinot Ötzi 2006 – localizzazione Grawand, 3212 m s.l.m.
− Cuvé: 50% Südtirol DOC Blauburgunder 2006 azienda vitivinicola Unterortl
+ 50% Südtirol Vinschgau DOC Blauburgunder 2006 azienda vitivinicola
Falkenstein
− Maggio 2007: immagazzinaggio in una barrique (4. utilizzo)
− Luglio 2008: immagazzinaggio dei tre vini nell'azienda Unterortl, Juval
− Settembre 2008: imbottigliamento dei vini in bottiglie da 0,75 l

luogo di immagazzinaggio: Hotel
temperatura media annua nel vino: 15,5°C
pressione media (atmosfera standard internaz.): ~ 700 mbar (=78% della localizzazione Juval)
somma delle perdite per evaporazione maggio 2007 – luglio 2008: 19,5 litri (= 8,7%)
Analisi del vino:
Data dell'analisi
maggio 07 prima del
riempimento maggio 09
SO2 libera mg/l 31 27
SO2 totale mg/l 75 109
Titolo alcolometrico % vol 12,91 13,54
Estratto totale g/l 25,0 26,1
Zuccheri riduttori g/l 1,5 1,9
ph 3,74 3,73
Acidità titolabile g/l 5,1 5,2
Acidità volatile g/l 0,62 0,69
Polifenoli totali mg/l 2127 2060
g CO2/l 0,30 0,23

Tremuoti e terremoti

Il godibilissimo pezzo di Radaelli, che, con dovizia di documentazione storico-artistica, contribuisce a gettare luce su un'altra delle mille facce in ombra di quella che fu la Campania Felix, suscita in me, nel contempo, una reazione lievemente allarmata che provo ad argomentare.

Primo perché, per quelli della mia generazione e di quelle più prossime che provengono da questa parte d'Italia, il terremoto scuote ancora la testa e le ossa, quale indelebile spartiacque dell'esistenza di tutti noi.
Secondo perchè la ricostruzione frettolosa, sciatta ed irrispettosa, quando non criminale, dipinta come una grande e irripetibile opportunità, rappresenta una ferita ancora aperta e sanguinante nelle carni di questa terra che davvero non ne aveva bisogno.
Perciò si può affermare, penso a ragion veduta, che il confronto con gli eventi del 1688 e le sue conseguenze, seppur stimolante, non sia purtroppo proponibile.
E per un cumulo di ragioni.
Preliminarmente il solo termine new town mi provoca cospicui conati di vomito.
C’è poi da dire che ciò distingue gli scenari attuali da quelli evocati nella ricostruzione del tremuoto del 1688 è proprio la mancanza del principe illuminato, capace di leggere con lungimiranza le esigenze di un territorio e comprendere gli errori da evitare per non determinarne la morte, in quanto, sempre memore delle proprie necessità e del proprio tornaconto, la prosperità del suo feudo coincideva con la prosperità di se medesimo.
Ma non basta. Al giorno d’oggi, duole sottolinearlo, difettano anche le professionalità, segnatamente gli urbanisti capaci di pensare un tessuto urbano come un organismo che cresca in armonia col contesto e con i suoi abitanti e non come un mostro informe, un cancro che cresce ammorbando progressivamente un territorio e portandolo a morte.
Certo gli esempi virtuosi non mancano: anche Noto venne rasa al suolo dal terremoto del 1693 e la sua ricostruzione integrale in diversa posizione diede origine a quel gioiello del barocco siciliano che è la città come oggi ancora ci appare.
Ma non si intravedono all’orizzonte né la figura del Principe di Camastra, rappresentante a Noto del viceré spagnolo, e, men che meno, del sommo architetto Rosario Gagliardi, artefice massimo della ricostruzione.
Al contrario, gli esempi recenti conducono tutti in direzione opposta.
Nel territorio colpito dal sisma dell’80 (cosiddetto dell’Irpinia, ma che, in realtà, colpì gli interi territori delle province di Avellino, Salerno e Potenza e, in misura minore, la restante parte dei territori regionali di Campania e Basilicata), le ricostruzioni fuori sito dei centri abitati completamente distrutti (e sono stati tanti) gridano ancora vendetta, mentre i pochi esempi apprezzabili di interventi nel complesso virtuosi sono quelli delle ricostruzioni in sito, col recupero dell’esistente e l’integrazione del nuovo nel tessuto urbano preesistente (vedi il caso di Valva, in provincia di Salerno).
Quindi se vogliamo finire il lavoro iniziato dal sisma, costruiamo nuove città e lasciamo che venga impunemente uccisa anche l’anima di un territorio già ferito a morte, facendone spegnere la storia e la memoria.

“Non c’è futuro senza memoria”.

Prosecco "col fondo", un vino da... dimenticare

Il Prosecco è un vino da consumarsi in annata. Questa è la convinzione di molti, sia tra le colline di Valdobbiadene che tra i consumatori della penisola. E’ vero, ma solo in parte. Nel senso che, mentre quest’affermazione è valida per il Prosecco rifermentato in autoclave (metodo Charmat), nel caso della presa di spuma attraverso la rifermentazione in bottiglia le cose cambiano. Il Prosecco “col fondo”, così viene chiamato in zona, non è molto conosciuto, essendo legato soprattutto a un consumo locale. Qualche azienda (come Casa Coste Piane, vedi Porthos 32) lo ha destinato a una distribuzione più ampia e fuori dai confini del Veneto, ma per la maggior parte dei produttori rimane un vino per il consumo personale.


La tradizionale presa di spuma “col fondo”, quella che in Francia si chiama sur lie, permette al Prosecco di affrontare il tempo in un ambiente protetto dalla CO2 e da una S02 prodotta dalla fermentazione. Un po’ come accade con il metodo classico: la lisi dei lieviti conferisce maggior complessità e finezza al vino.
Nel caso del Prosecco è una teoria ancora tutta da verificare, data la fragilità della struttura di questo vino; eppure è un concetto che merita attenzione e approfondimento. Abbiamo voluto appurare questa nostra convinzione incontrando tra le colline di Farra di Soligo Umberto Marchiori, giovane e appassionato agronomo e produttore di Prosecco. Anche lui condivide la nostra teoria, tanto da mettere via, ogni anno, parte della produzione del Prosecco “col fondo” per verificarne la capacità evolutiva. Sembra questa una pratica che comincia a farsi spazio anche tra i produttori italiani di vino bianco (vedi la verticale di Nosiola Pojer & Sandri su Porthos 21 e la verticale di Lugana i Frati Ca’ dei Frati su Porthos 16).
Secondo Marchiori l’idea di fare un Prosecco in questo modo parte dalla campagna, considerando alcune zone di maggior vocazione. Serve una base di pregio e, nel suo caso, questa proviene da “le Zulle”, colline con terreni ricchi, in superficie, di silicati di alluminio che poggiano su conglomerati calcarei. Oltre a ciò, c’è anche la volontà di mettere a dimora il prosecco gentile, varietà autoctona quasi scomparsa in zona perchè poco produttiva e difficile da coltivare.
Ci sediamo attorno alla tavola nella ristrutturata cascina destinata al ricovero degli attrezzi. Circondati dalle colline di Farra di Soligo, immersi nel silenzio, all’ombra di un Carpino Bianco, albero considerato santo, piantato per proteggere i vigneti: iniziamo così il nostro viaggio nel tempo con il Prosecco “col fondo”.
Personalmente ritengo che il contenitore ideale possa essere una Magnum, dove il Prosecco trova il suo giusto equilibrio.
Il padre di Umberto, Giovanni, ha dimenticato ventiquattro bottiglie di Prosecco “col fondo” del 1982; ne sono rimaste solo dieci che vengono custodite gelosamente. Visti i risultati, è proprio un vino da… “dimenticare”!


2008
Al naso è delicato, con note di fiori bianchi e pera Williams.
In bocca evidenzia una struttura inaspettata: è molto sapido e accompagnato da una delicata ma tesa acidità.
In attesa di rifermentazione.

2007
Annata difficile, con piovosità più alte della media e presenza di marciumi.
Naso inizialmente ridotto, di lieviti decomposti, che poi si apre cedendo spazio ai caratteristici profumi del Prosecco: pera Williams e ancora la delicata nota floreale.
In bocca si notano gran pulizia, bella struttura, note agrumate e una sensazione quasi sassosa.

2005
Anche questa un’annata difficile, in cui l’uva è passata da matura a marcia in pochi giorni: la vendemmia è stata fatta velocemente e con un’uva non sempre sana.
Le sensazioni odorose sono di frutta matura, ananas e note tostate.
La bocca, che ricorda i vecchi Champagne o Giulio Ferrari degli anni ottanta, è segnata dal ritorno di nocciola e ananas, supportato da un’interessante acidità e sapidità e da un’elegante co2; la chiusura lascia un leggero amaro.

2004
Vino di un bel colore dorato.
Naso con sentori di ossidazione nobile, malto, orzo, cedro e minerale.
L’ingresso in bocca è segnato dall’acidità e dalla sapidità; nel finale, asciutto, permane il gusto di ananas e, anche se si percepiscono le note amare, si ha la sensazione di essere davanti a un vino importante.

2001
Naso ridotto, poi note di miele.
All’assaggio la bottiglia è risultata non fortunata: il vino è scomposto nella struttura.

1982
Naso di malto, spezie, affumicatura, cedro candito, camomilla e note minerali di idrocarburo; con il tempo continua l’evoluzione su sentori di miele d’acacia delicatissimo.
In bocca si mettono in mostra l’anidride carbonica, cremosa, l’acidità e la sapidità, oltre a note dolci supportate dalla struttura ben definita; non si vuole arrendere mai, nemmeno nel finale,per nulla amaro, a differenza delle annate precedenti: dopo un attacco di dolcezza, le sensazioni si vanno a distendere sulle note sapide e minerali.

Pinot Ötzi: il commento di Sandro

Pinot Ötzi 2006 – Considerazioni organolettiche generali

L’elemento di spicco è il portamento. Questo vino, frutto di un taglio tra un Pinot nero della Val Venosta e uno della collina di Castel Juval, evita la rigida postura ricorrente in diversi Blauburgunder altoatesini, così affezionati ai sentori di frutta e a un impatto gustativo secco e fortemente orientato dall’acidità. Sin dal colore emana un senso di maggiore maturità, i profumi si levano gradualmente svelando una complessità in fieri, in bocca è come se tardasse, si prende tutto il tempo per far apprezzare la sua carnosità, non si preoccupa del fatto che un ingresso così compassato possa far pensare a un modo dimesso; la tensione occupa la seconda parte della lingua, l’acidità si afferma dopo un cammino sotto traccia, il finale evoca pienamente le premesse odorose amplificandone il volume.

Dall’osservazione delle analisi chimiche s’intuisce, ancora prima di sentirli, che i vini possono esprimersi attraverso sensibili differenze. Incuriosisce il comportamento della solforosa – finalmente qualcuno che ne indica il contenuto onestamente – dal quale si evince il buon prospetto evolutivo, in particolare dei vini conservati in altitudine. Un dato che avremmo voluto avere con maggiore precisione è quello sull’umidità delle diverse cantine, da collegare alla perdita per evaporazione. Da un’osservazione empirica, e non periodica, la cantina di Castel Juval è al 50%, quella di Oberraindlhof al 65%, mentre il Fon asciuga l’umidità del ghiacciaio di Grawand portando quella della cantina intorno al 40%; non a caso è in quest’ultima che la botte subisca una maggiore evaporazione.

900 metri sul livello del mare

Conservato nella cantina di Castel Juval, è il più pronto dei tre. La disinvoltura, con la quale esibisce l’ampiezza odorosa e la susseguente tenerezza gustativa, è propria di un Pinot Nero volitivo e affascinante, godibile senza essere elementare. Molto buono il suo comportamento a bottiglia aperta verificato nell’arco di tre settimane, durante le quali il vino non è mai sceso sotto un apprezzabile tenuta, modificandosi delicatamente. Da accostare a una minestra autunnale di funghi e legumi.

1500 metri sul livello del mare
Conservato nella cantina dell’Albergo di Helmuth Raffeiner, l’Oberraindlhof, è il meno pronto dei tre, o meglio mostra una fisionomia più contratta, della quale l’impronta del rovere è l’elemento centrale. Il test a due settimane dall’apertura ha confermato la sostanza delle prime impressioni e, forse, il vino sta attraversando una fase introspettiva. Rimangono intatti elementi come la tensione e la contemporanea avvolgente piacevolezza, salvo ritrovare, nelle sensazioni finali, netto il sentore del legno. Possiamo misurarlo sul classico prosciutto cotto affumicato cucinato alla piastra e accompagnato da un frutto dolce.

3212 metri sul livello del mare
Conservato nella cantina dell’hotel Grawand, è il più interessante perché dona una sintesi tra la verve brillante ed energica del vitigno e l’ambita profondità gustativa. Questa sensazione si avverte col passare dei giorni, quando le diversità espressive dei tre vini si sono ampliate e l’Ötzi più “alto” è emerso come promettente modello di capacità evolutiva. L’intensità complessiva merita il confronto con un coniglio marinato e poi fritto.

Tutti hanno la vocazione a servire la tavola propria del Pinot Nero, alla quale aggiungono una imprevedibile versatilità che apre spazi gastronomici per piatti d’impronta mediterranea.

"Tremuoti" di altri tempi

In alcune città, furono tremende ed avverse circostanze a mettere in moto meccanismi virtuosi di scoperta – o riscoperta – di peculiari vocazioni economiche. È l’esempio di alcuni luoghi celebri nei quali tutt’oggi fiorisce, e da diversi secoli, l’arte ceramica.

Non è un caso: furono proprio le necessità della ricostruzione degli abitati, distrutti da tremende catastrofi naturali – disastrosa frana nella messinese Santo Stefano di Camastra, terremoti devastanti a Caltagirone e nei due beneventani borghi di Cerreto Sannita e San Lorenzello: tutti eventi verificatisi nell’ultimo scorcio del Seicento – a rilanciare, con vigoria straordinaria, l’attività delle botteghe: e davvero fa meraviglia quanto, in questi frangenti, di fronte a tragedia e rovina, la reazione dei sopravvissuti non sia stata di rassegnato scoramento e fatalistico abbandono, ma di rinnovata energia e di poderoso impulso a nuova intrapresa.
L’ingegno creativo si espresse con prodigiosa vitalità e segna alcune fra le migliori manifestazioni dello spirito barocco di cui era permeata, anche fra i ceti artigiani, la società del tempo.


NEW TOWN O RECUPERO DEL BORGO? DUE OTTIMI ESEMPI SANNITI
Qui si portano i casi dei due borghi del Sannio, assai prossimi fra loro: meno di tre chilometri dista, infatti, Cerreto da San Lorenzello. Entrambe, dunque, appartennero al feudo dei Carafa, entrambe, nel 1688, vennero sconvolte da un cataclisma, entrambe furono prontamente ricreate.
Sennonché, il modello ricostruttivo fu assai diverso: l’una, Cerreto, il conte Marzio Carafa la volle rifondare altrove, spostando l’insediamento abitativo qualche centinaia di metri dalle rovine; per l’altra, lasciò che rinascesse sulle tracce dell’antiche contrade, salvando quel che c’era da salvare e rifabbricando i vecchi edifici in nuovi, lì dove il crollo non concedeva alternative.

Cerreto Sannita

San Lorenzello


Non pare pure a voi che l’alternativa somigli e sperimenti le due opzioni in discussione oggi – dopo il terremoto sotto il Gran Sasso – se è meglio prospettare una new town, oppure no, è preferibile ripristinare l’antico borgo? La similitudine effettivamente c’è, ma non inganni: Carafa, pur volitivo e decisionista come personaggi dei tempi nostri, non si appassionò alla questione ma intuì la sensatezza d’un metodo diverso. Quale?
Prima espongo i casi e propongo una visita virtuale ai due bellissimi borghi; poi, se vi va, traiamo la morale.


5 GIUGNO 1688
Riferisce l’arcidiacono Magnati, nella sua relazione sul cataclisma tellurico che sconvolse la città nel 1688: “Cerreto, capo della Contea, nella quale si numeravano poco men che 8 mila abitanti, la metà di essi restò sepolta in quell’eccidio. In quel medesimo giorno appunto del 5 giugno e nel sentire ed avvertirsi nella prima scossa della terra la presero quasi per burla e per scherzo, nella seconda pensavano che dovesse incontanente cessare, e nella terza gridavano: non è già burla, e nel fuggire furono oppressi dalle pietre e sepolti dalle medesime, e ritrovarono dove meno sei credevano nel medesimo istante e la morte e la sepoltura”.
Una vera strage fu tra i religiosi: “Di 80 monache francescane ve ne perirono 59; il resto di esse tutte, sepolte nelle pietre, son rimaste storpie; dei padri conventuali, dei 12 che colà si ritrovavano in quel convento, soli due si salvarono (…) e morti 8 tra canonici e dignità, perita la maggior parte dei preti, frati e monache, essersi salvati i cappuccini, i seminaristi e la gente che rattrovasi pei lavori agricoli in campagna”.


GLOSSE ALLA RELAZIONE
DELL’ARCIDIACONO MAGNATI
Se almeno una glossa è permessa a queste note, io me ne concedo due.
Luogo primo, ci si burla dei pericoli troppo spesso, e di quelli che li segnalano, siano tecnici dilettanti siano cazzute studentesse, come s’è visto nei giorni scorsi. S’è detto del tecnico Giampaolo Giuliani ch’era ciarlatano e che ad ogni terremoto c’è qualcuno che s’alza e dice: l’avevo previsto.
Bene: diffidiamone.
Ma non bisognerebbe diffidare a maggior ragione di chi, interpellato per competenza (scientifica nonché, ben remunerata, pure istituzionale) insistentemente rassicura che la situazione è sotto controllo, salvo dichiarare che comunque un terremoto è imprevedibile?
Non sarebbe stato di buon senso e galileianamente corretto, insomma, verificare l’ipotesi Giuliani, fosse anche per dimostrarne una buona volta la strampalaggine (o, il cielo volesse, la validità: sarebbe un progresso, no?) e, intanto far venire le tende più vicino, preparare la ghiaia dove piantarle, provare le ‘exit strategy’ nelle abitazioni… Insomma attrezzarsi, visto che lo sciame sismico non scema ma perdura e s’intensifica?
Meglio prevenire un panico presunto o prevenire i danni probabili delle scosse? Forse che armare le scialuppe su una nave o imporre la cintura di sicurezza significa creare inutili e pericolosi allarmismi? Non significa, più semplicemente, mettersi nelle condizioni affinché, in caso infausto, sia ridotto il danno?


GLOSSA ALLA PRIMA GLOSSA:
PROPOSTA DI EPIGRAFE A FUTURO PROMEMORIA
No, scusate: io pianterei un monolite con epitaffio nel Ground Zero aquilano, nei pressi del Palazzo della Regione dove, il 31 marzo, s’era riunita la Commissione nazionale grandi rischi, che aveva prontamente rassicurato i cittadini: “Il terremoto rilascia energia un po’ alla volta e questo è favorevole”.
Nell’epigrafe pubblicherei, a futuro promemoria, due testi: quello integrale del comunicato diramato prima – e dico prima – della riunione, che suona così: «Su richiesta del Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso, con l'obiettivo di fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull'attività sismica delle ultime settimane è stata convocata domani, 31 marzo, all'Aquila, alle ore 18,30 presso la sede della Regione Abruzzo, una riunione degli esperti della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi.
All’incontro, finalizzato all'analisi della frequente attività sismica registrata nella provincia dell'Aquila dall'inizio del 2009, parteciperanno, tra gli altri, il prof. Franco Barberi, presidente vicario della Commissione, il prof. Enzo Boschi, presidente dell'INGV, il prof. Gian Michele Calvi, il prof. Claudio Eva e il Vice Capo Dipartimento, prof. Bernardo De Bernardinis.
È utile precisare che non è possibile prevedere in alcun modo il verificarsi di un terremoto e che non c'è nessun allarme in corso da parte del Dipartimento della Protezione Civile, ma una continua attività di monitoraggio e di attenzione.
Secondo l'Ingv, ente preposto alla sorveglianza della sismicità del territorio nazionale, le scosse avvertite dalla popolazione in data odierna fanno parte di una tipica sequenza di terremoti, del tutto normale in aree sismiche come quella dell'aquilano che, negli ultimi mesi, ha registrato quasi 200 eventi, la maggior parte dei quali non avvertiti dalla popolazione».
A questo testo, aggiungerei le poche righe, ma scritte in oro, della relazione dell’Arcidiacono Magnati: “Nel sentire ed avvertirsi nella prima scossa della terra la presero quasi per burla e per scherzo, nella seconda pensavano che dovesse incontanente cessare, e nella terza gridavano: e nel fuggire furono oppressi dalle pietre e sepolti dalle medesime”.


GLOSSA NUMERO DUE
Secondo luogo: si dice che un tempo si costruiva meglio, che il Colosseo è ancora in piedi, et coetera. In parte è vero, ed in Abruzzo, in area da più millenni sismica, ci son perfino covili alti poco meno d’un trullo ed eretti alla stesso maniera, con pietre… che dico pietre! macigni, veri macigni, a secco: senza né cemento né armatura, secondo bruta tecnica forse neolitica, preistorica di certo. Questi tholos, dall’Abruzzo alla Sicilia, sono in piedi ancora malgrado vandalismi e abbandono. E, sissignori, malgrado più d’un tellurico moto si sia abbattuto su quei tellurici suoli.
Ci sono mura poligonali di uguale resistenza: ne ho viste di persona, impressionanti, fra Tornareccio e Bomba, nell’entroterra sopra l’adriatica Vasto.
Ci sono chiese, infine, e civici edifici che stanno lì, all’Aquila e nei paesi attorno, con pochi danni, magari ricevuti (vedi il caso della prefettura, a quanto sembra) per l’effetto domino di stabili instabili vicini.
Ma l’arcidiacono Magnati è teste sicuro che la strage fu eccidio e non perì solo la povera gente di casupole rabberciate, ma “monache e canonici e dignità”: cioè gente che non se la doveva passare poi tanto male quanto a un tetto sotto cui pregare o governare.
La differenza è che dagli errori si cercava d’imparare, mentre oggi che si sa bene cosa occorre fare, si concedono condoni e si prorogano eccezioni senza molte differenze fra i colori di (mal)governo. Poteva andare peggio? Vero. Verissimo. Ad Avezzano, cent’anni fa, le vittime furon più di trentamila. Ma con le tecnologie oggi acquisite, i nostri trecento morti d’oggi, francamente, possono sembrare pochi solo ai cinici ed agli sciocchi.


UNA CITTÀ PIÙ SUPERBA CHE PRIA?
Colpisce, alla prima occhiata panoramica, l’impianto urbanistico di Cerreto: della nuova Cerreto, appunto, che sul finire del Seicento Marzio Carafa volle immediatamente edificare dopo il violentissimo e devastante sisma: un razionale reticolo a scacchiera di strade spaziose, ornate dalle facciate solenni dei palazzi e dalla maestà barocca delle chiese. Il disegno si deve al regio ingegniero Giovan Battista Manni, forse ispirato al modello della città di Torino, e certamente agli antichi schemi romani di cardo e decumano, applicati tanto nella lontana città sabauda che si affacciava a nuovi fasti quanto nella stessa Campania Felix dei bei tempi andati.
È proprio il terrificante tremuoto del 1688 che può fare un po’ da filo conduttore per una visita al borgo, per individuare gli edifici e i monumenti del tutto nuovi e quelli ricostruiti dopo la catastrofe. Non risultano immagini della vecchia Cerreto, ma non si hanno motivi per credere che quella nuova possa essere figurata “più bella e più superba che pria”. Non più superba, ma più sicura, più funzionale. E con un forte senso di comunità, di corpo sociale che guarda avanti, che si organizza – o riorganizza – per darsi una prospettiva. Il barocco cerretese, come spesso nel Mezzogiorno, sembra testimoniare una reazione tenace a seguire una catastrofe: non dimentica il passato, ma disegna il futuro.
È l’esatta sensazione che si percepisce all’ingresso del paese, ove sorge la Cattedrale, dedicata alla SS. Trinità. Pur trovandosi a valle del nuovo centro abitato, con originali cupole maiolicate e ben due campanili sormontati da semicupole rivestite in riggiole giallo-verdi, pare dominare il borgo.
La stessa emozione procura anche la Collegiata di San Martino,l’unica Chiesa risalente sicuramente alla Cerreto medievale del X secolo. Distrutta dal terremoto, fu immediatamente riedificata. Più ampia della cattedrale, essa appare fastosa e adornata di magnifiche scalinate ricurve, opera del cerretese Antonio Di Lella. Vecchie radici, nuovi germogli: la memoria non è una mummia incartapecorita, ma una metamorfosi che trasforma anche le tragedie in forza (avrebbero detto Confucio o Mao) e bellezza (aggiungo modestamente io).


LA TINTA, (RI)FIORENTE INDUSTRIA PASTORALE
Cerro e Cese sono le contrade cerratesi fra le quali passa l’antichissima via pastorale che le greggi percorrevano fin dalla preistoria sannitica: cioè quando, spontaneamente o con pastori ancestrali, riparavano dalle calure estive delle Puglie verso i freschi pascoli abruzzesi e molisani. L’allevamento ovino, insomma, e l’industria e commercio di lane e tessuti, hanno radici assai remote. Cerreto medievale era importante terminale manifatturiero della industria della lana, e nel 1541 sembra si potessero contare nella contea fino a 200.000 pecore, 6.000 per famiglia.
Quasi un secolo e mezzo dopo, a seguito dell’esiziale sciagura, il solito Marzio Carafa – verso il quale non nascondo simpatia – decise di creare una tinta assai più grande del preesistente e devastato laboratorio per dipingere i tessuti: essa fu tra le attività più importanti per l’economia locale, che si confermava centro strategico della atavica industria e civiltà pastorale.
L'intelligente e rapida ricostruzione ebbe vita pochi decenni: non i nuovi terremoti, ai quali s’era imparato a por rimedio, ma le irrimediabili oppressioni e le violenze di meno lungimiranti feudatari che, anni dopo il Carafa, venenro in aspra lite coi ceti artigiani, incepparono le (ri)fiorenti industrie, che ineluttabilmente decaddero. Sicché, della nuova struttura oggi restano solo le rovine, fra i primi esempi di cattedrali nel deserto.


VA BELPENSIERO SU SGRAVI FISCALI
Ricapitolando: per Cerreto Sannita, capoluogo della sua Contea, il feudatario Marzio Carafa volle una new town; la più minuscola contrada di San Lorenzello, invece, la recuperò: di modo che, alle falde meridionali del Massiccio del Matese, il borgo appare davvero singolare: l’impianto urbanistico è prettamente medievale, e su di esso s’innestano felicemente le chiese ed i palazzi in stile barocco e rococò.
Tra i numerosi artigiani che si trasferirono qui, attratti dagli sgravi fiscali promossi dal sagace Marzio Carafa, va citato il nome di Antonio Giustiniano, discendente da una stirpe di maiolicai partenopei che, a Napoli, avevano casa (e bottega) in via Marinella. Egli fu chiamato nel Sannio da un parente, Niccolò Russo, ceramaio anche lui.
Il figlio di Antonio, Nicola, seguì prestissimo le orme paterne, lavorando tra la sua bottega, in San Lorenzello, e quella del Russo, in Cerreto. Appena ventenne, il ragazzo tornò donde il padre era venuto: a Napoli, in via Marinella. Buona scuola, personale attitudine e un ambiente stimolante generarono Belpensiero, come subito venne ribattezzato il giovane Giustiniano che, a soli due anni dal suo arrivo, era già artista affermato, fondatore di quella prestigiosa scuola di ceramiche Giustiniani che, in breve tempo, fu in grado di rivaleggiare con le porcellane di Capodimonte.
Testimonianza significativa della sua opera è però nella stessa San Lorenzello, presso la Congrega di Maria SS. della Sanità. L’edificio domina il paese dalle falde del Monterbano, col suo bel campanile a cupola ottagonale piastrellata con maioliche policrome di Cosma e Nicola Festa. Di origine francescana, la Congrega è particolarmente ricca di opere di ceramisti locali. Di Antonio Giustiniani, in particolare, sono il prezioso pannello sul portale dell’ingresso, in piastrelle maiolicate, e il pavimento del Presbiterio, che ricorda quello di San Petronio, in Bologna.


MORALE (ED IMMORALE) DELLA FAVOLA
Ma sì, una morale c’è. E pure una immorale.
Marzio Carafa fu un feudatario illuminato. Oggi molti vorrebbero essere feudatari, pochi danno segno d’essere illuminati. Meglio non rischiare: meglio non avere governanti decisionisti e volitivi. Sarà pure morale spiccia, ma l’immorale, in questo caso, è quel che è successo nei feudi politici molisani, per restare alla storia più recente: il modesto terremoto e il non fatale sterminio di innocenti di San Giuliano sono divenuti cinica occasione per fare scempio di una ben più vasta area, strage di un tessuto sociale ancora vitale, dilapidazione di fondi ben al di là di dove il sisma aveva realmente portato rovina. Su ciò altrove si è detto abbastanza e non è qui luogo d’aggiunger altro.
Morale più stringente è che del futuro di un borgo, d’una città e d’un intero territorio colpito da sciagura naturale è la stessa popolazione che deve decidere le sorti. L’idea di Silvio Berlusconi, d’una new town, non è di per sé bislacca. Potrebbe anzi essere una ragionevole ipotesi progettuale: c’è il buon esempio di Cerreto, c’è l’esempio pessimo di San Giuliano.
E con Vittorio Sgarbi, come la mettiamo? D’istinto m’è antipatico, ma d’istinto e di testa ha più ragione: recuperare un borgo, rimetterlo in piedi salvando la memoria dei luoghi che una comunità ha costruito nel corso di secoli e millenni, è senz’altro meglio che accettarne la tabula rasa.
Il vero merito di Marzio Carafa sta non nell’aver pianificato la new Cerreto né nell’aver recuperato la old San Lorenzello, ma nell’aver deciso l’una e l’altra cosa tenendo presente la storia, l’identità, la vitalità degli abitanti. Prima di affidare agli architetti un progetto urbanistico, ha costruito un progetto sociale a partire dall’umanità che si trovava davanti. Ha lavorato sulla speranza.
Cerreto e San Lorenzello sono ancora lì, tutto sommato alquanto piene di vita: godibili per chi ci abita e gustose per chi vuole trascorrervi un fine settimana, un lungo ponte. Al punto che, tratta la morale della favola…


ADESSO, A TAVOLA!
(INSOLITO FINALE A TARALLUCCI E VIRNO)
I tarallucci qui sono eccezionali, ma non chiamateli tarallucci: qui si chiamano m’scuott. Lisci o ritorti, semplici (acqua, lievito e farina, consigliati dai medici per le diete) o all’olio (olio locale, eccellente; il Comune è fra i soci fondatori di Città dell’Olio); ma anche alla sugna, al pepe, allo zucchero… Se ne celebra la sagra durante l’estate.
Niente da dire su tarallucci e vino: lo schietto vino del Monterbano.
Ma nel titolo ho scritto virno, con la r nel mezzo, che non è un errore. È semplicemente un fungo: l’ottimo prugnolo, altrove noto come fungo di San Giorgio. Però qui lo chiamano virno; che ci debbo fare? Anche lui ha la sua gran sagra, nel mese di maggio. Ed è ingrediente base della cucina cerretana, peraltro ricca di carni ovine e bovine grazie ai vasti pascoli d'altura dove gli armenti sono ancora oggi allevati bradi e possono nutrirsi di saporose erbe aromatiche appenniniche.
Ma torniamo al virno, fungo curioso. Primo, perché cresce nelle vernere,larghi cerchi d’erba nera conosciuti pure come cerchi delle streghe; secondo, perché emanano un vago sentore spermatico! Le vernere sarebbero, in altre parole, la traccia lasciata da innominabili pratiche sessuali di depravate fattucchiere. Sia come sia, nella buona stagione sono in molti ad andare a caccia di questa che non al naso, bensì al palato risulta sopraffina ghiottoneria.
Perché mi dilungo su questa gastronomica faccenda? Perché penso che, in quel fatale giugno del 1688, gli scampati al terribile sisma non solo dovettero arrangiarsi per sopravvivere ma, anche, cercare distrazione dalla distruzione che li attorniava. Caccia e raccolta, in poche parole: vecchie risorse. Raccolta di virni, appunto, e caccia di lumache, gustose e proteiche bestiole assurte a icona di quella saggezza slow necessaria anche – e soprattutto – in tempi di catastrofi.

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