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Dolcetto&Dolcetto

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appunti di degustazione

La crisi del settore vitivinicolo si fa grave; il Piemonte è tra le regioni italiane più duramente colpite. L’Italia si balocca di aver strappato il mercato Usa al dominio francese, ma in Finlandia le esportazioni sono calate del 40 per cento nell’ultimo anno e per il promettente bacino polacco i vini italiani sono troppo cari. Sono alcune delle considerazioni emerse a “Dolcetto&Dolcetto”. Ma basta andare in Francia, lo storico concorrente, per sentire lamentele sui nostri prezzi. Quando anche le vacche grasse americane si metteranno a dieta, sarà inevitabile affrontare il problema.

I tentativi di risposta, per il momento, sembrano vaghi, ma qualche domanda si inizia a porsela. Il tema del primo convegno interamente dedicato al Dolcetto, organizzato ad Alba a inizio settembre dai Vignaioli Piemontesi, sono appunto le prospettive commerciali di questo vitigno sui mercati internazionali. L’assunto è che la “cenerentola” delle più diffuse varietà piemontesi – relegata nell’ombra di Nebbiolo e Barbera – possa essere una delle soluzioni alla crisi. Vino agile e fragrante, il Dolcetto ha una fresca vinosità che lo posiziona d’acchito in quella “fascia media” della cui scomparsa ci si lagna tanto da qualche tempo. Dell’argomento “Porthos” si occupava in tempi non sospetti, e ci è tornato con la pungente ironia di Tristram pochi mesi fa. “Fascia media” dovrebbe significare almeno un paio di cose: un prezzo compreso tra i vini economici e quelli di prestigio (cioè tra 5 e 10 euro); un’ambizione contenuta, che dia buoni vini di facile beva, non troppo strutturati né complessi, adatti al consumo quotidiano. Il vino, si dice da vari fronti, deve tornare ad essere quotidianità. Un concetto che proprio le fiammate dei prezzi avevano adombrato nell’ultimo decennio. Ora i fatti ci parlano di un’eccedenza annua di circa un quarto della produzione mondiale, di invenduti crescenti, di un calo del consumo pro capite ormai più che ventennale. A rigor di logica questo significherebbe che il vino sta diventando una bevanda sempre meno quotidiana anche nei Paesi con una storica tradizione di consumo, come l’Italia. Il crescente successo commerciale di prodotti di bassa fascia ben pubblicizzati (come Tavernello, Castellino, Ronco... ) proverebbe che la residua quotidianità del vino – forse è meglio dire “dell’alcol” – si sposta sempre più verso quella tipologia. Per i nuovi poveri, una categoria sociale alla quale dovremo abituarci, la “fascia media” non può rappresentare una soluzione quotidiana. Ipotizziamo una famiglia con due soli consumatori di vino (mamma e papà), alla quale una bottiglia duri due giorni: la sua spesa mensile per il vino oscillerebbe tra i 75 e i 150 euro. «Battagliare sul prezzo – ha annotato il collega Petri Viglione al convegno – non significa produrre vino a 5 euro, ma a 1 o 2 euro. La Francia ha già capito la lezione e a quel prezzo produce Merlot del Roussillon o Côtes du Rhône». Il che riscatta forse la prospettiva di un consumo quotidiano (ammesso che abbia senso) ma mortifica la qualità. Su questo fronte Argentina, Australia, Cile e domani la Cina abbatteranno qualunque concorrenza. Non è dunque sulla battaglia del prezzo che vediamo il futuro del Dolcetto, ma sul terreno del rapporto qualità prezzo, a patto che la tipicità ne faccia parte. Il Dolcetto dà un vino unico al mondo; pensiamo che questa originalità, se preservata, sia la carta vincente di questo vitigno. Il fatto che si inserisca nella “fascia media”, che ci piacerebbe ribattezzare “fascia del buon senso”, è senza dubbio un vantaggio, ma lo tutelerà solo in parte dalle future difficoltà. I vini dovranno essere buoni, autentici (perché vitigno autoctono smetta di essere una vuota espressione di marketing), e accessibili. Fare un buon, vero Dolcetto a 7 euro guadagnandosi da vivere è possibile, lo sanno tutti. “Ristrutturare” l’azienda “razionalizzando” i costi è una strategia che non pagherà.

Dolcetto ma non troppo
Questa manifestazione è stata una prima assoluta, molti partecipanti lo hanno sottolineato a più riprese. Il fatto è eloquente: negli ultimi anni si è parlato quasi solo di Barolo, qualche volta di Barbaresco, episodicamente di Barbera, come se in Piemonte mancassero altre varietà interessanti: dal Dolcetto alla Freisa, dal Ruché al Brachetto, dal Moscato al Pelaverga... Constatiamo quindi di buon grado il ritorno di una certa attenzione per un vino che, come faceva notare Armando Cordero nella sua relazione, è sempre stato il vino della quotidianità langhetta. Il Dolcetto dà un vino mai molto acido ma ricco di antociani (quindi colorato), «fresco e fruttato, onesto, invitante e molto digeribile», secondo la descrizione di Cordero. «Esistono due tipologie principali di questo vino – aggiunge l’agronomo Maurizio Gily – una giovane e leggera, e una più strutturata e longeva. Dal punto di vista chimico, grazie alla presenza di grandi quantità di malvidina, l’antociano più stabile, il Dolcetto ha una certa potenzialità di invecchiamento». Gily mette in guardia sulla tentazione di “sovrastrutturare” i vini: «Il rischio è quello di ottenere grandi quantità di amaro». Questa varietà in genere germoglia tardi e matura precocemente, il che gli consente di ridurre gli imprevisti legati alla meteorologia, in particolare il rischio di gelate primaverili. «In compenso – continua Gily – soffre il freddo intenso, il caldo torrido e la siccità, inoltre sopporta male la surmaturazione perché tende a disidratarsi precocemente. E’ una cultivar esigente e quindi non proprio quel che si può considerare un vitigno internazionale». La sua propensione per le condizioni ambientali miti va in parallelo con un vino mite, azzardiamo riassumere.

Di vini non esuberanti, da tutti i punti di vista, abbiamo bisogno per preservare la varietà del mondo del vino. L’aspetto che ci trova meno entusiasti è che si tratti di un ritorno di necessità, non di una consapevole scelta culturale. Se anziché eclissare un gran vino come il Dolcetto per motivi di moda e di convenienza economica, fosse stata preservata la sua parte di gloria anche durante il boom del Barolo, forse oggi entrambi sarebbero in miglior salute. Ci tocca di nuovo deplorare un fenomeno di cui sono corresponsabili i produttori, la stampa, i formatori, i consumatori, i commercianti e così via in ordine sparso. Una mancanza di lungimiranza che il mondo del vino condivide con qualsiasi altro settore economico, nell’èra del profitto immediato.

Dal punto di vista commerciale e strategico, le discussioni sono aperte e la situazione del Dolcetto è delicata. Esistono ben undici denominazioni per questo vitigno: Dolcetto d’Alba, Dolcetto di Diano d’Alba o Diano, Dolcetto di Dogliani, Dolcetto delle Langhe Monregalesi, Langhe Dolcetto, Dolcetto d’Asti, Dolcetto di Ovada, Dolcetto d’Acqui, Monferrato Dolcetto, Colli Tortonesi Dolcetto, Pinerolese Dolcetto. Una discreta confusione per l’acquirente italiano, per non parlare di quello straniero. Il punto d’unione tra tutte le denominazioni è ovviamente il nome del vitigno, che oggi potrebbe anche essere un tratto forte visto che la comunicazione del vino ruota sempre di più attorno ad esso. Alcune denominazioni stanno prendendo la strada opposta, puntando tutto sul toponimo: Diano già esiste, mentre a breve vedrà la luce una nuova Docg Dogliani, e Ovada dovrebbe seguire a ruota. Questa logica ci piace di più, perché rende giustizia al legame con il terroir, ma dal punto di vista commerciale non è scontato che sia vincente. I 29 milioni di bottiglie di Dolcetto che mediamente si propongono sul mercato ogni anno non avranno vita facile e c’è da aspettarsi una dura selezione in un futuro prossimo.
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