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Rivera

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Percorrevo l’autostrada in direzione sud e mi sentivo sperso: c’era come una dissonanza tra la mia immagine interiore della Puglia (calda, solare, …) e il paesaggio innevato che mi correva incontro; ma era la fine di quel gennaio 2005 in cui l’Italia era stata tagliata in due dalla neve, che aveva causato persino la chiusura della Salerno - Reggio Calabria.
Arrivato nell’Azienda Agricola Rivera, fondata negli anni ’50 dal bisnonno del mio anfitrione Sebastiano de Corato, mi resi conto che le mie conoscenze del territorio erano limitate alla parte turistico-vacanziera della regione che ha, come freddi dirimpettai dall’altra parte dell’Adriatico, i Balcani; inoltre gli 85 ettari dell’Azienda non distano dal massiccio del Vulture più di 50 Km, in linea d’aria, e sono dominati, da una delle colline più elevate dell’Alta Murgia, dall’emblematico Castel del Monte.

L’Azienda Agricola Rivera è ubicata nell’agro asciutto e ventilato di Andria, in terra di Puglia, dove la piovosità media annua è di 600/700 mm (si ipotizza che il nome possa derivare da a-pluvis, senza piogge), all’altezza del 41° parallelo, un tempo percorso obbligato delle greggi transumanti dall’Abruzzo.
I terreni sono posti solo in parte sulle rocce quasi affioranti della Murgia, ad un’altitudine di 320-350 m. s.l.m.; i restanti occupano le propaggini calcareo tufacee che dolcemente degradano verso il mare a quote tra 160 e 180 m.
Le profonde fenditure delle rocce, geologicamente deposte nell’ultimo periodo dell’era mesozoica (cretacico) assicurano una macroporosità ed un buon drenaggio indipendentemente dalle pendenze del suolo; la terra rossa, prodotto insolubile dell’acqua meteorica sui calcari, in strato più o meno sottile al di sopra della roccia di origine, o invece trasportata dagli agenti atmosferici negli anfratti, nelle pieghe e negli avvallamenti della superficie, conferisce ai suoli una straordinaria fertilità.
Il vino più noto della zona, destinato ad un uso quotidiano, era ed è senza dubbio il rosato, che la Rivera produce sin dal ’49 con bacche di Bombino Nero; accanto ad esso era presente il “rosso stravecchio”, composto di tre parti di Uva di Troia ed una di Montepulciano, che veniva imbottigliato dopo 7 anni di permanenza in vasche di cemento.
Oggi alla Rivera S.p.A., azienda da 1.5 milioni di bottiglie annue (pari a circa 5900 Hl) commercializzata dalla Gancia, lavorano 15 persone e, accanto alle varietà autoctone quali il Bombino Nero, l’Uva di Troia ed il Pampanuto, presenti rispettivamente con il 6%, il 29% ed 4% del totale delle uve, o di assai lunga consuetudine, quali l’Aglianico (18%) ed il Montepulciano (18%), si allevano i vitigni internazionali di Chardonnay (17%) e di Sauvignon (8%).
Le uve provengono per il 50% da vigneti di proprietà, con 7 anni di età media (il vigneto più vecchio, di Aglianico, risale al 1978) e del restante 50% i 2/3 da conferenti storici legati alla famiglia de Corato da rapporti di parentela, mentre l’uva residua è proveniente da Locorotondo.
Con il tempo è stata operata una selezione massale e gli allevamenti intensivi a tendone, presenti all’attualità unicamente nei vigneti più vecchi di Aglianico ed Uva di Troia, sono stati sostituiti da cordone speronato, con sesto d’impianto di circa 2.20 x 0.90 m, dai quali si attende una produttività di circa 100 q.li/Ha, ad una resa del 65%; viene inoltre dichiarata una tendenza di reimpianto delle uve autoctone di Bombino Nero e di Pampanuto a scapito dei cultivar d’oltralpe.
La filosofia aziendale, all’interno di una linea di continuità con una tradizione che vede il vino di Puglia destinato ad una vendita massiva con prezzi decisamente competitivi, sembra essere quella di voler valorizzare produzioni di uve tipiche dei luoghi, strizzando l’occhio a prodotti di maggiore ambizione.
La produzione prevede ben 13 vini, includendo anche un novello ed un moscato: quelli apparsi più interessanti sono il Falcone, la cui uscita risale al 1971, e l’Aglianico Cappellaccio.
Il nome “Il Falcone” è un omaggio all’imperatore Federico II di Svevia e alla passione con cui si dedicava alla caccia con il falcone nelle campagne che circondano Castel del Monte, proprio nei luoghi dove oggi si compie il ciclo dell’uva curata da casa Rivera. Il vitigno principale è l’Uva di Troia che copre il 70% dell’uvaggio, il restante è Montepulciano. Dopo la vinificazione in acciaio il vino viene maturato in barrique dove rimane almeno 14 mesi; un anno è dedicato all’affinamento in bottiglia.
Dal racconto della degustazione verticale si evince la trasformazione stilistica profonda a cui questo vino è andato incontro, soprattutto dal 1997 in poi. Le schede e le relative descrizioni fanno comprendere che, pur nella sua modernizzazione, Il Falcone non ha perso l’impronta di uve e territorio, anche se non siamo così certi della resa nel tempo delle annate recenti rispetto a quelle mature.
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