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Un ricordo di Henry Jayer di paul hayat

Henri Jayer è scomparso mercoledì 20 settembre in una clinica di Digione, dopo una lotta contro il cancro. In un mondo che sta cambiando vorticosamente, era considerato il padre dei vini di Borgogna moderni, al tempo stesso un uomo di vedute aperte e un custode della tradizione più nobile. Era la sconfessione vivente della supremazia della tecnica sulla materia: le sue pratiche tagliavano corto sull’utilità del dibattito strumentale. Vinificava con lo stesso metodo e gli stessi mezzi, affinava in pièces nuove indistintamente tutti i suoi vini e li imbottigliava per gravità, con un antico arnese denominato chèvre à deux becs, di fatto un rubinetto. Due ore di tempo per imbottigliare una botte di duecentoventotto litri. Uno straordinario libro-intervista di Jacky Rigaux (1) dimostra quanto la verità di Jayer consistesse nell’osservazione: appezzamento dopo appezzamento, anno dopo anno, capire con che frutto della natura si abbia a che fare, fornisce le risposte per lasciar emancipare il vino.
Aveva iniziato a occuparsi del vigneto di famiglia durante la guerra, dopo la chiamata alle armi del fratello. In quegli anni, aveva potuto imparare direttamente dalla voce di René Engel, che senza essere professore, era stato ammesso a insegnare enologia all’università. Era diventato un fautore assoluto della selezione massale del Pinot Noir autentico, il Pinot tordu. «Attenti al Pinot droit, facile da coltivare, ma che produce il doppio del Pinot tordu! Il vero Pinot fa un grammo per acino, 125 grammi per grappolo, 125 grammi in tutto!», ricordava Jayer.
I suoi premier cru di Vosne-Romanée, les Brûlées e le Cros Parantoux, sono diventati leggendari. Purtroppo anche introvabili e irraggiungibili. Una conseguenza inevitabile, per un produttore per cui la quantità non aveva alcun valore.

Abbiamo chiesto a Paul Hayat, che lo conosceva personalmente, un ricordo di questa figura borgognona entrata nella leggenda:

Henri Jayer, un maestro vignaiolo
In questi giorni di vendemmia, Henri Jayer ci lascia per ricongiungersi alla terra di Vosne di cui conosceva intimamente ogni vigna. Aveva 84 anni.
Lontano dalle sirene mediatiche e dalle mode del gusto, per far sbocciare il talento che portava dentro di sé e rivelare lo spirito del terroir che amava, ha dato testimonianza di una vita fatta di lavoro infervorato, di attenzione per il più piccolo dettaglio senza compromessi, di intelligenza e osservazione di ogni istante, di un senso acuto dell’essenziale, sempre rimodellato dalle lezioni della vita.
Henri Jayer era un testimone della saggezza della terra, sulla scorta delle vecchie viti dalle radici profonde, che producono poco ma esprimono tutto il gusto e la magia di una tradizione viva.
Resterà testimone della capacità di unire, senza preclusioni, l’adesione alla tradizione e l’apertura verso altri orizzonti, senza perdersi. Capacità che ha permesso a dei giovani vignaioli di trovare in lui un appoggio e un esempio per portare a buon fine la loro avventura e la loro scrupolosità.
Come i grandi vini, aveva la freschezza d’animo e la libertà che sfidano il peso degli anni. E poiché si dice che i vini assomiglino a chi li fa, non ci si stupirà di trovare nei suoi l’equilibrio del meraviglioso terroir di Vosne, che Henri amava tanto e sapeva far risuonare così bene. Un equilibrio fatto di finezza, rigore, eleganza, ma anche del giubilo del piacere più nobile.
Ci si delizia della maturità dei suoi vini giovani, e della gioventù dei suoi vini maturi.

Paul Hayat

direttore della rivista indipendente di vino "Le Rouge et le Blanc"

(1) Jacky Rigaux, Ode aux grands vins de Bourgogne. Henri Jayer, vigneron à Vosne-Romanée, Editions de l’Armançon, 1997.

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