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La lotta obbligatoria

Maurizio Gily ci ha inviato un commento a quanto scritto da Sandro nelle miniature di Settembre. Noi lo pubblichiamo con piacere, certi che possa essere utile al dibattito in corso.

Caro Sandro, leggo sulla tua ultima lettera su Porthos che «“I produttori da noi intervistati sul tema della certificazione ci hanno confessato che, il più delle volte, rigettano le indicazioni degli ispettorati agrari sui trattamenti obbligatori. Se i motivi di ciascuno possono essere diversi, ad accomunarli è la ribellione a una decisione imposta dall'’alto. La sanità del proprio endroit è chiaramente una questione che riguarda il contadino, anche perché non si tratta di combattere pestilenze o invasioni d'’insetti”».
E di cosa mai si tratterebbe allora? In viticoltura esiste un solo decreto di lotta obbligatoria, quello che riguarda i trattamenti contro la cicalina Scaphoideus titanus, vettore della flavescenza dorata, nelle aree a rischio. Scusa ma cosa c’entrano gli “inevitabili imprevisti di una stagione?” Parliamo di una grave malattia con delle cause ben precise. In passato mi sono occupato per un decennio di questo problema e sono in totale disaccordo con te e con i viticoltori che praticano la “disobbedienza civile” rispetto a questa lotta obbligatoria (che, ricordo, può essere anche condotta con un prodotto biologico, il piretro): o quanto meno, anche nei casi in cui possono avere valide motivazioni tecniche, credo che sia sbagliato sbandierarla come una posizione di principio, perché si rischia di indurre molta gente in errore rendendosi corresponsabili dei danni agli altri, non solo a se stessi, che derivano dalla sottovalutazione del rischio. La sanità del proprio “endroit” riguarda il contadino, come dici tu, ma non può ignorare anche quella dei suoi vicini, viste le modalità di propagazione della malattia. Come ogni decreto di lotta obbligatoria anche questo serve a bloccare uno sviluppo epidemico, non a prevenire il danno del singolo, che sarebbe certamente solo affar suo.
In Piemonte abbiamo perso oltre duemila ettari di vigneto a causa di questa sottovalutazione, e a rimetterci sono stati quelli che vivevano di viticoltura, spesso per colpa di chi la praticava part-time fregandosene delle conseguenze dei suoi comportamenti sugli altri. E'’ vero che ci sono concause e fattori di resistenza naturale da indagare meglio, è vero che la lotta al vettore non è risolutiva ed anche il rischio che tu sottolinei di “ fiaccare le difese naturali dell'’ambiente, intromettendosi nell'’intimo rapporto tra pianta e terra” è un rischio molto concreto: l’'argomento è complesso e meriterebbe una disamina ampia. Ma mi permetto comunque di raccomandare prudenza ed equilibrio su un argomento delicato come questo. Che le multinazionali abbiano tratto profitto dal decreto di lotta obbligatoria è indubbio: ma che il decreto sia stato fatto per loro, teoria di certi vignaioli “puri e duri” (che per pura fortuna si trovano magari in zone dove la malattia ha un basso livello epidemico), è una cosa che non sta in piedi e offende molte persone per bene, uomini di scienza e amministratori pubblici che non hanno sicuramente il monopolio della verità (al contrario dei suddetti vignaioli) ma se sbagliano lo fanno in proprio, senza aver preso alcuna mazzetta da chicchessia.

La risposta di Sandro:
Caro Maurizio, la pubblicazione del tuo intervento è solo un piacere per me.
Mi fa piacere altresì che, dopo una prima parte della lettera quasi tutta orientata a distruggere, nella seconda parte divieni più calmo e, come per incanto, tutte le mie osservazioni diventano credibili.
Chi offende le persone per bene? Io no di certo, ognuno è libero di usare le indicazioni che vengono dagli ispettorati e non gliene faccio una colpa, almeno per ora visto che non posso discuterne. Ma, se tu visitassi una zona come la provincia di Verona, ti accorgeresti negli ambiti in cui ha preso piede la "disobbedienza civile" la flavescenza è in calo, a differenza delle centinaia di ettari ancora sotto il controllo degli agronomi "guidati". Non manco di prudenza e di equilibrio se riporto il comportamento di alcuni viticoltori responsabili del loro endroit e tutt'altro che disinteressati ai destini dei colleghi vicini. Certo, non posso accettare che, ancora oggi, i destini dei vigneti vengano decisi lontano da essi, in qualche consiglio d'amministrazione che deve rivedere i bonus dei propri manager e venditori.
Il contadino bio e disobbediente, come dice Joly, non produce una contaminazione negativa, caso mai è una fiammella che illumina l'oscurità che lo circonda, e la illumina sempre di più, sempre di più, sempre di più, nonostante la sua iniziale, flebile, luce.
Il punto è che, se tutti cominciassero davvero a programmare un periodo di latenza, – le istituzioni per prime, durante il quale si affronta la disintossicazione del sistema, si assisterebbe a un generale miglioramento delle difese naturali. E questo lo sai tu per primo che lotti da tempo per evitare che i vigneti si ritrovino a essere "giardini di morte".
un caro saluto

Ancora Maurizio Gily:
Non mi riferivo certo a te come “offenditore”, tu non parli neanche di questa accusa “dietrologica” nel tuo intervento, mi riferivo alle molte offese che ho subito in prima persona difendendo la lotta obbligatoria nel corso di un decennio. Sul fatto che la prassi andrebbe meglio modulata sul territorio, ridotta ad un solo intervento e sospesa del tutto dove è possibile siamo perfettamente d’accordo, questa è anche l’esperienza dei gruppi G-DON in Francia che ho potuto condividere di persona, e certamente lo studio delle difese naturali e del fenomeno della remissione spontanea dei sintomi meriterebbe risorse molto maggiori. Il problema è che, come ti sarai ormai accorto, ho sviluppato un’intolleranza acuta verso certe posizioni che ritengo semplicemente anti-scientifiche. Anni fa Carlo Petrini mi disse che la scienza doveva imparare a rapportarsi con i saperi tradizionali. Risposi che ero d’accordo, a patto che i saperi tradizionali si rapportassero con la scienza. La fiammella di Joly che illumina le tenebre onestamente mi sa tanto di rivelazione.

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