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Miniature di Settembre 2009

L’ultima vendemmia è sempre la migliore

Come accade ormai da circa vent’anni – vale a dire, da quando il mercato del vino ha cominciato a utilizzare marketing e comunicazione globale come sostegni alla vendita – ad agosto si è di fronte a una vendemmia “piena di promesse”, a settembre diventa “splendida”, a ottobre è “indimenticabile”. Spesso, invece, si tratta di una stagione eterogenea e gli annunci generalisti e onnicomprensivi cadono nel ridicolo. Questa strategia dell’ottimismo non ha memoria, al punto che, tra sei-otto mesi, quando davvero si potrebbe parlare dell’ultima annata, è già tempo di promuovere quella che ci aspetta. I vignaioli, che non hanno intenzione di modificare in cantina il risultato di una stagione, quando sentono gli annunci entusiastici dei “comunicatori” sono portati a fare gesti apotropaici, perché si può aver lavorato bene in primavera e in estate, ma le ultime settimane – in settembre e ottobre – trattengono incognite non di rado decisive. Sappiamo che la 2009 è stata molto calda (anche troppo, da alcune testimonianze), ma diversi viticoltori hanno salutato con favore il fresco notturno di questi ultimi giorni, che ha restituito un po’ di respiro alla sintesi dei profumi. Non è raro, inoltre, incontrare vini che iniziano a maturare sotto gli auspici di un’annata poco felice, riuscendo poi a recuperare inaspettatamente. Quindi, prima di esprimere un giudizio definitivo sull’esito di una vendemmia, è meglio assaggiare i vini. Ne sanno qualcosa i produttori di Valtellina, nel momento in cui hanno venduto i loro notevoli 2002 (quasi ovunque considerata un’annata pessima). In realtà, rimangono ancora alcune riserve da mettere in commercio, speriamo possano recuperare credito.

A scuola di marketing
Non facciamo i nomi delle tre aziende coinvolte in un incidente di marketing, perché non ci sembra giusto condannare degli operatori alla notorietà per uno sbaglio isolato. Valuteremo però la possibilità di farlo, qualora tale errore dovesse ripetersi. Il fatto è questo. Riceviamo un fax di due pagine con l’annuncio della riapertura di storiche cantine da visitare. Nella righina dove compaiono il numero dal quale il documento viene spedito e il mittente, leggiamo il nome dell’industriale, nuovo padrone dell’azienda con le belle cantine. Ma la pagina di accompagnamento ha il marchio di un’altra azienda della zona, concorrente della prima e sempre di proprietà dello stesso industriale. Ora, chi conosce le vicende di questo territorio, non può non aver notato la gaffe clamorosa. A beneficio di coloro che stimano i vini della casa dalle storiche cantine, ci auguriamo che la confusione tra i marchi non vada al di là di un fax.

La crisi dello Champagne
È di due settimane la notizia sull’invenduto dello Champagne: circa un miliardo di bottiglie. Il tono enfatico della testata metteva in risalto il dato rispetto al nostro movimento spumantistico, che genera ogni anno circa 230 milioni di bottiglie. Questo è un classico caso di becero provincialismo. Nella Champagne, dove sono indubbiamente in crisi, il vino deve riposare almeno 2-3 anni (alcuni produttori lo tengono anche di più) prima di essere commercializzato: inevitabile che si formino “scorte” di tali dimensioni. Inoltre, la produzione di bollicine italiane non è paragonabile a quella francese: noi facciamo soprattutto Asti e Prosecco, vini di breve gestazione, ottenuti con un metodo che non comporta l’impegno economico e qualitativo dello Champagne.

La fortuna del vino
Il vino possiede ancora un alto valore aggiunto. La viticoltura, curata da contadini responsabili, esprime una varietà e una libertà che quasi tutte le altre coltivazioni, soggiogate dall’industria, hanno ormai perso. Nei negozi di frutta e verdura bio si scoprono realtà agricole nobilissime, che danno patate, zucchine, pesche e pomodori nutrienti e dotati di personalità. Talvolta ignoriamo che molti di questi coltivatori sono stremati dalla continua lotta alla politica del prezzo al ribasso. Reggeranno, poiché sono in aumento le persone-consumatori attente ai prodotti buoni e sani, anche non certificati, ma il loro reddito è talmente risicato da impedire un vero piano di sviluppo.
Se la scelta naturale fosse abbracciata da tutti i vignaioli, ne scaturirebbe un segnale forte e inequivocabile per l’intero settore agricolo. Le migliori aziende del vino sono già un modello da seguire e un esempio vincente. Si dice, infatti: «Se sono riusciti a farsi pagare quel prezzo, più di qualcuno gli ha creduto». Se crescesse il numero di persone esigenti dal lato della qualità, i produttori agricoli sarebbero costretti ad adeguarsi a un protocollo più rispettoso e rigoroso. La persona-consumatore, dal suo canto, sarebbe stimolata a rivedere la propria compulsione all’acquisto quantitativo visti i prezzi superiori, e farebbe la spesa con maggiore attenzione.
Dove non arriva l’appello per una terra naturalmente sana e fertile, colpirà un modello economico virtuoso e lungimirante.

Il paradosso della disobbedienza civile

I produttori da noi intervistati sul tema della certificazione ci hanno confessato che, il più delle volte, rigettano le indicazioni degli ispettorati agrari sui trattamenti obbligatori. Se i motivi di ciascuno possono essere diversi, ad accomunarli è la ribellione a una decisione imposta dall’alto. La sanità del proprio endroit è chiaramente una questione che riguarda il contadino, anche perché non si tratta di combattere pestilenze o invasioni d’insetti. Anzi, sono in molti a sostenere che simili battaglie a forza di prodotti chimici, per sconfiggere il nemico di turno, abbiano fiaccato le difese naturali dell’ambiente, intromettendosi nell’intimo rapporto tra pianta e terra. Questa disobbedienza civile è passibile di multe e, addirittura, potrebbe far perdere il diritto alla denominazione d’origine. Così, nel tentativo di custodire la spontaneità del luogo, forzandolo a reagire con le proprie risorse agli inevitabili imprevisti di una stagione, il produttore si ritrova a violare la legge.

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