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Miniature

Miniature di Novembre 2009

Il penultimo dei romantici

Il recente avvicinamento della critica e della comunicazione al fenomeno del “naturale” ha riportato in auge il modo di descrivere i vini e di raccontare i produttori praticato dai maestri della mia generazione, Monelli, Soldati e Veronelli. Il loro, però, era un ricercato taglio romantico; oggi, invece, prevale un sentimentalismo di maniera che diventa presto stucchevole. Le schede delle guide, i comunicati stampa e la gran parte delle note di degustazione reperibili sul web trasudano di contadinità – la macerazione sulle bucce dei bianchi e le fermentazioni spontanee autorizzano a parlare di biodinamica – mentre i vocaboli sono intrisi di un irritante buonismo agricolo e tutti i vini, ma proprio tutti, ritraggono fedelmente l’anima e il corpo di chi li produce. Inoltre la ripetizione di concetti aulici è tale da far pensare che un’agricoltura sana sia nata solo ora che “loro” se ne sono accorti. Troppa la differenza di argomenti e di tono rispetto a poco più di un anno fa. Infatti, durante gli ultimi due decenni, le cantine sono state premiate e celebrate per l’organizzazione aziendale, la consulenza di grido, le strategie di marketing, le acquisizioni e le fusioni nella competizione con i paesi emergenti sul mercato dei grandi numeri. Di rado si è fatto riferimento alla qualità dei vini prodotti dai “nomi” dell’enologia italiana; per lo più ci si è soffermati sulla confezione impeccabile o ne è stata sottolineata l’insuperabile materia, aspetti ben distanti dalla vera bellezza dell’uva. Ma questo ormai è il passato… tanto, si sa, le persone dimenticano in fretta e ci vuol poco a cambiare idea, scegliendo la comodità dell’argomento di moda. La strumentalità dell’approccio è tradita dall’insopportabile superficialità di chi ritiene di conoscere un contadino, una coltivatrice solo per averci chiacchierato dieci minuti a Fornovo; o per aver trascorso qualche ora in azienda. I racconti e le descrizioni che ricorrono sul web e sulla carta stampata rivelano le carenze dalle quali è affetto l’universo della comunicazione, sia essa “indipendente” o guidata, piuttosto, dalle ragioni del marketing. Mancano conoscenza e vissuto consapevole, si fatica a intuire il percorso compiuto dalle persone che scrivono, mentre emerge l’impressione che, mutatis mutandis, potrebbero scrivere le stesse cose se, invece che di vini, parlassero di formaggi o di motori. Il mito dell’agricoltore che lotta indomito contro le avversità, pur essendo gentile e sensibile col cliente, esiste davvero. Ma, per evitare che diventi una caricatura, bisogna custodirlo e difenderlo, non rispolverarlo solo quando serve.

Tutti insieme, poco appassionatamente

L’argomento della gestione del consenso è stato già sollevato su alcune pagine di Porthos, versione cartacea e web. Torna in primo piano, in questo periodo di presentazioni delle “principali” guide dedicate ai vini e ai ristoranti; eventi, peraltro, ormai molto simili e quindi sempre meno validi per individuare una credibile gerarchia di valori.
Magari, si potrebbe cogliere l’occasione di avere a disposizione un numero così ampio di produttori e organizzare un congresso di alto profilo, presentando un progetto o una proposta da votare e spedire a Bruxelles. In queste circostanze, invece, si sfila, si guadagna facendo assaggiare i vini che i produttori forniscono gratis, si mangia sempre peggio, ci si perde nel gossip più cialtronesco, si fanno dichiarazioni d’intenti che verranno presto dimenticate… Insomma, un reality della peggiore enologia italiana.
Le presentazioni delle guide possono apparire secondarie rispetto ai loro contenuti, in realtà fanno parte di un medesimo sistema, definito appunto “gestione del consenso”. Innanzitutto, il numero dei premiati si moltiplica e aumentano le valutazioni dei vini medi – non dimenticate la metafora dell’imbuto rovesciato, una piramide con una punta nella quale tutti spingono per entrare – perché le cantine sono le prime clienti delle guide: le acquistano, le mettono in bella mostra e ne parlano. Poi, è preferibile non avere una ben definita linea editoriale e d’interpretazione organolettica: qualcuno potrebbe offendersi, soprattutto tra gli inserzionisti e i sostenitori più o meno occulti. È gestione del consenso, infine, la condotta dei curatori che devono accontentare i principali collaboratori territoriali, ai quali spetta il compito di selezionare le nomination: si assiste a un mercato interno degli inserimenti in guida, del livello delle valutazioni e, naturalmente, dei premi da assegnare, «io ti sostengo Tizio, ma tu non dimenticare Caio…». Il circuito è talmente ben oliato che c’è anche qualcuno che fa la classifica delle classifiche, premiando il vino o il locale sui quali tutti sono d’accordo; un vero omaggio al conformismo più allineato.
Nel parterre des rois degli eventi finiscono per ritrovarsi seduti vicini produttori che non si sognerebbero mai di venire associati. Si sostiene che si possano amare, al tempo stesso, Villa Banfi e Franco Terpin, che sia solo una questione di gusto e nessuno possa permettersi di discuterne. Mi sento di dire che una tale dichiarazione è segno di malafede e d’ipocrisia; e, se qualcuno ne è davvero convinto, sono pronto a vederlo due volte a settimana, dalle 17 alle 17 e 50, per una terapia di disintossicazione dalle cazzate, una sorta di doposcuola. Anche perché i critici più in vista, pronti a premiare chiunque, consumano il solito strettissimo numero di vini – Riesling rigorosamente tedeschi, Borgogna, Champagne, Barolo – e tra questi è rarissimo trovare i beniamini decantati sulle guide.
Gli stessi produttori, però, non riescono a sganciarsi da questo circolo vizioso. Interrogati sul perché si rechino a ritirare i premi, nonostante non abbiano stima dei critici e non sopportino più questo teatro ridicolo, rispondono che è utile per il mercato e per la visibilità. In realtà, temono le ritorsioni dei giornalisti potenti che, per uno sgarbo simile, sono capaci di dimenticarsi delle cantine “disubbidienti” per un paio di edizioni.
In chiusura, due note dedicate proprio allo strumento guida, a introdurre un discorso che affronterò nelle prossime miniature. Innanzitutto, il numero sempre più alto dei premi non significa maggiore qualità del vino italiano; come l’ennesima classifica del degustatore più fico non aiuta a scegliere meglio, anzi denota una crisi di argomenti che viene da lontano, da quando il modello della guida così impostato ha perso di senso. Inoltre, il simbolino in più o la diversa colorazione di una scheda non significano maggiore informazione, visto che i dati si basano sulla dichiarazione dei produttori e non vengono verificati se non in rarissimi casi: una sorta di autocertificazione dovuta alla difficoltà di controllare tutto.

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