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Miniature

Miniature di Luglio 2010

La pubblicità del Tavernello e la qualità del vino: le nuove miniature di Sandro.

Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.
George Orwell

Una questione d’ipocrisia
Se non avete ancora ascoltato una delle ultime pubblicità del Tavernello, fatelo. In caso l’abbiate già seguita, forse saprete delle polemiche per la partecipazione allo spot del professor Tini, docente di Microbiologia Agraria all’Università di Bologna. Le critiche hanno portato a interrompere, almeno per un po’, la trasmissione del messaggio.
In effetti, è singolare sentire un accademico che testimonia la sanità, la bontà e la convenienza del vino più prodotto in Italia, seppure nella sua fascia di riferimento, quella della quotidianità. Non ti aspetti che una figura di così alto profilo si faccia coinvolgere in una marchetta così smaccata. Da Tini ci si attende distanza ed equilibrio, soprattutto in pubblico, mentre in privato può bere ettolitri di Tavernello e parlarne come meglio crede. O forse è ipocrisia?
Provo a spiegarmi. Il professor Vincenzo Tini, Come molti romagnoli della sua generazione – è nato a Brisighella nel 1944 – è un sostenitore della cooperazione che ha riunito e sostenuto moltissimi viticoltori della regione; prima erano Corovin, Castellino e Poggese, oggi sono unite dal consorzio Caviro. Il suo conterraneo Remigio Bordini, nell’intervista pubblicata su Porthos 29, dice la stessa cosa, preoccupandosi più della sorte dei contadini che della qualità vera del Tavernello: «Il grande valore della Romagna è una socialità bella e pulita; Tavernello & Co. sono fenomeni importanti perché danno motivazioni a queste terre; e poi il Tavernello è semplicissimo, decoroso e privo di difetti, a me e alla mia famiglia non ha mai fatto male». La coincidenza tra i due pareri è frutto del medesimo retroterra culturale e professionale. Quindi, se Tini non fosse stato romagnolo, il suo parere sarebbe stato meno credibile? Di sicuro non sarebbe apparso così convincente. Ma, pensando a tutta la questione, emerge un altro punto nevralgico: cosa ha fatto il consorzio Caviro per l’Università di Bologna? Io non lo so e non mi sono informato. Posso ipotizzare senza allontanarmi dalla verità, che il produttore del Tavernello stia finanziando alcuni progetti, come succede alla gran parte degli atenei mondiali che, senza i soldi dei privati e delle multinazionali, farebbero un’attività di ricerca risibile. Allora, dov’è lo scandalo se il professor Tini, certo non come privato cittadino ma quale rappresentante dell’università bolognese, si presta a questa promozione? È un semplice do ut des.
Lo so, è ipocrita fare le pulci a Tini e non toccare i luminari dell’agronomia e dell’enologia italiana, i quali, nella migliore delle ipotesi, si fanno finanziare progetti e borse di studio da produttori di vini e da aziende chimiche e biotecnologiche, e poi, evidentemente non paghi dello stipendio statale, fanno consulenze agli stessi soggetti. Il tutto compiuto in maniera mimetica, così che il conflitto d’interessi rimanga nell’ombra, in fondo a chi giova prendersela tanto? Dove sono i critici del professor Tini, quando c’è da indagare sul serio? Ad ascoltare la radio, presumo.
C’è un’altra forma d’ipocrisia, ancora più strisciante. Lo spot del Tavernello è andato in onda per diverse mattine – addirittura anche su radio 3, che una volta non aveva la pubblicità – in una fascia oraria di solito occupata dai “condannati a innovare” e dalle notizie sul traffico. Si tratta di uno spazio poco adatto a incoraggiare il consumo quotidiano del vino, per quanto sano e buono. Ricordo con precisione le obiezioni dei dirigenti di radio rai e di radio 24 alle proposte di fare cultura del cibo, del vino e del bere in generale: «Mai prima delle 12 – risposero – e comunque sempre con parsimonia, è una questione di rispetto e di attenzione per le famiglie, per i giovani. Mica vorremo farli bere così presto? Ci ritroveremmo degli sbandati, degli ubriachi». A meno che non ci sia uno sponsor come si deve. Questo devono averlo dimenticato.
Se penso al Tavernello fatico a vedere i contadini e i vigneti; forse perché il termine “industriale”, che fatalmente lo accompagna, è il contrario della parola vino.
Ad ogni modo, un suo fascino deve averlo. Mi hanno raccontato che qualche anno fa, in un test di preparazione dei degustatori per la guida Duemilavini, editore Bibenda, la commissione, assaggiando alla cieca, diede al Tavernello quasi settanta punti su cento, lo stesso risultato di campioni dotati di ben altro spessore emotivo e dalla fattura artigianale. Erano romagnoli anche quei sommelier?

La qualità del vino? Questione di contatto!!
Sto preparando alcune lezioni per Ein Prosit 2010, la manifestazione che si svolge a Tarvisio ogni anno in novembre. Si tratta di un appuntamento al quale Porthos è legato in maniera speciale, anche perché la dirigenza friulana ha creduto alla nostra impresa didattica ed editoriale quando in molti ci davano già per finiti.
I particolari saranno noti quando avremo affinato il programma, in questa miniatura vorrei porre l’accento sul tema che farà da filo conduttore alle lezioni.
Mi è capitato di pensarci mentre selezionavo una serie di vini a base bordolese originati dai Colli Euganei. L’intenzione era di confrontarsi con un pubblico di enofili e di produttori, all’interno di WineEuganea, sulla severità dei Cabernet e sulla tenerezza del Merlot. Volevo capire se i tannini dei primi possono diventare partecipi senza perdere autorevolezza e se l’opulenza del secondo può evitare la banalità alla quale sembra destinata quando il vitigno è coltivato fuori dalla riva destra della Dordogna.
In poco più di due settimane, ho sentito circa ottanta esemplari per estrarne una quindicina. Assaggi e riassaggi con l’ambizione di cogliere la trasformazione in bottiglia aperta e di valutare il comportamento del legno nello sviluppo odoroso e nell’equilibrio gustativo. Durante questo lavoro il pensiero prevalente è andato al contatto del liquido con la lingua e con tutte le parti sensibili del cavo orale, visto che uno dei piaceri principali dovrebbe essere trattenerlo in bocca prima di lasciarlo scivolare via. Ebbene, solo in pochi casi ho percepito la bellezza del contatto. È accaduto quando il vino è parso davvero interessato a stare in mia compagnia, invece che bearsi delle sue dimensioni e della voluminosa presenza del rovere. Il contatto con le parti sensibili della nostra bocca è, innanzitutto, spontaneità espressiva: non importa che il vino sia stato maturato in botte, abbia tannini irrequieti e un’acidità pungente o sia sorretto da una consistente dose di estratti, te ne accorgi appena attraversa l’orlo del bicchiere e fa il passo per appoggiarsi sulla lingua. Quando è lì, deve donarsi, basta un attimo per capire se lo farà, non importa che sia un vino dal carattere introverso, la nostra sensibilità tattile sa cogliere il minimo gesto di generosità.
La convergenza tra la qualità del contatto e la naturalità della produzione spiega le basi – uve di alto profilo, sanità nei processi di trasformazione, materia intatta al momento di andare in bottiglia – ma è solo un lato; dall’altra parte è evidente il contributo del custode che deve sentire il vino come una bevanda unita e non leggerci una sequenza di sostanze. Coltivando sin dall’inizio l’idea di percepire il contatto – pensate al velluto della buccia di alcune uve nere – il produttore è in grado di tutelare il tessuto del vino all’interno di un equilibrio già scritto nell’acino dall’esito dell’annata. Non importa che la stagione sia stata umida o particolarmente calda, intervenire per modificare i rapporti tra le principali sostanze è un delitto irreversibile; meglio, dunque, concentrarsi sul mantenimento di un’unità dalla quale scaturisce la partecipazione gustativa.

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