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Noi c'eravamo

Uno sguardo sull’'annata 2005 nei Bordeaux dell’UGCB

Bordeaux fluttua da tempo tra il successo planetario degli château più ambiti e la crisi profonda e spietata delle proprietà sconosciute.

 

Bordeaux fluttua da tempo tra il successo planetario degli château più ambiti e la crisi profonda e spietata delle proprietà sconosciute. Ci ha abituati al rumore di fondo di un marketing arrembante, lanciato per consolidare le sue posizioni nell’export del lusso, oppure come tacito e incredulo grido di dolore dinanzi alla necessità di spiantare migliaia di ettari di vigne, peraltro compensata da aiuti pubblici. Un battage non sempre elegante che fa ampio uso dell’espressione “grande annata” per millesimi talora modesti. I prezzi dei cru più quotati sono saliti regolarmente, al punto che dieci anni fa erano costosi ma accessibili, mentre oggi sono appannaggio di facoltosi americani o dell’Estremo Oriente. Come biasimare château che vendono tutta la loro produzione en primeur senza un passo falso?

I Bordolesi dicono di non ricordare un’annata mediocre dal 1994. Probabilmente hanno ragione, anche se si potrebbero avanzare valide obiezioni sul valore del ’97 o del 2001 ed è facile sollevare qualche perplessità sul rapporto qualità prezzo dell’hollywoodiana annata 2000 o del modesto 2003, i cui prezzi sono tenuti alti dalla scarsa quantità e dal desiderio di non sconfessare se stessi. La vecchia, sana tradizione di differenziare le tariffe in base alla qualità del vino è ormai archiviata.
Durante le sue annali tournée pubblicitarie, l’Union des Grands Crus de Bordeaux continua a presentare ogni millesimo come un’annata di alta qualità, se non la nuova vendemmia del secolo. Del raccolto 2005 si era iniziato a parlare molto presto, già nell’autunno di quello stesso anno. Un’annata da leggenda, si era detto, che aveva scatenato l’ovvia corsa alle prenotazioni o quanto meno una viva curiosità tra gli operatori. A quel tempo, del resto, sul mercato delle primizie bordolesi circolava un 2003 poco invitante, nonostante le prevedibili rassicurazioni dei produttori.
L’entusiasmo sul 2005 sembrava piuttosto sincero e presto iniziarono ad arrivare conferme da parte di chi si era preso la briga o aveva avuto il privilegio di verificare in loco, assaggiando i vini. Ricordo il commento di un esperto degustatore, cui non mancano le occasioni di assaggiare Bordeaux prestigiosi, che riferiva di non aver mai degustato «uno Château Margaux così».
L’UGCB – associazione che raggruppa oltre cento château rinomati – è venuta a Milano anche quest’anno; ovviamente non ci siamo lasciati sfuggire l’opportunità di farci un’idea di persona. Per quanto giovani, i vini potevano contare su due anni di maturazione e il test ci pare sufficientemente attendibile per offrire alcuni spunti di riflessione.

La prima considerazione è che, finalmente, l’annuncio di un’annata di altissimo profilo ci pare fondato. I vini rossi che abbiamo potuto assaggiare ci sono sembrati di livello nettamente superiore alle annate precedenti, con un vero stacco qualitativo: 2005 sembra avere le carte in regola per affermarsi come un grande classico e al tempo stesso un millesimo esuberante. La maggior parte dei vini è ricca ed equilibrata, quasi sempre matura nell’espressione dell’uva, capace di scacciare gli sbilanciamenti alcolosi del 2003 o alcune sensazioni acri e verdastre di certi 2001 e 2002.
La compostezza formale dei 2005 è un sostegno fondamentale alle proverbiali finezza ed eleganza bordolesi. Inoltre, quest’annata può rivendicare l’opulenza delle vendemmie entrate tra i migliori Bordeaux contemporanei, frutto di stagioni soleggiate. Il calore si percepisce senza eccessi di matrice mediterranea o surmatura, note che si ritrovano talora in alcuni vini, ma tutt’altro che girondine. E’ su questo equilibrio di sostanza – distante dal rigoglioso timbro meridionale – che Bordeaux ha costruito la sua fama pluricentenaria. Nonostante l’impronta generosa, il 2005 sembra poter vantare appieno questa raffinatezza. Di conseguenza, rispetto ad annate solari ma non altrettanto compiute, si avvertono una notevole lunghezza gustativa e una stimolante delicatezza.
Questa notevole dote appare omogeneamente distribuita tra Rive Droite e Rive Gauche, le cui discrepanze si stanno assottigliando a causa del successo del Merlot – tradizionalmente “destrorso” – sulla riva sinistra della Garonna e nel Médoc. In compenso, siamo stati sorpresi da alcune isolate, apparentemente inspiegabili cadute di château che ci avevano abituati a prestazioni impeccabili. Una singola degustazione non è probante e restiamo in attesa di nuove occasioni per sincerarci che non si tratti di imbottigliamenti infelici o di un disuguale livello di affinamento.
Un ultimo dato significativo è venuto appunto dal grado di maturazione dei vini: ci sono parsi particolarmente “levigati”, praticamente pronti per essere bevuti. Si tratta di una differenza sensibile rispetto ad altre annate assaggiate a due anni dalla vendemmia. Forse, alla compostezza del 2005 contribuisce un’acidità contenuta. Se questo dato è coerente con lo stile bordolese contemporaneo e con un’annata solatia, è legittimo il sospetto che possa influire sulla durata dell’arco evolutivo. E questo è il principale motivo che consente di dubitare su una longevità altrettanto propositiva di annate come la ’61, la ’70, l’82 o l’89.

 

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