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Noi c'eravamo

Logiche di mercato

Il “faccia a faccia” di Siena: si è parlato di Brunello di Montalcino, e di vino italiano in generale, a partire da un punto di vista quasi esclusivamente mercantile.

Da alcuni mesi sembra diventato impossibile parlare di vino italiano se non in termini commerciali o giudiziari: questa è forse una delle conseguenze più pesanti della vicenda Brunello. Non ha fatto purtroppo eccezione il “faccia a faccia” di Siena, nel quale si è parlato di Brunello di Montalcino, e di vino italiano in generale, a partire da un punto di vista quasi esclusivamente mercantile. Un peccato, perché il confronto organizzato da Vinarius rappresentava un’occasione per elevare i termini del dibattito sul futuro del nostro comparto enologico, arricchendolo con argomenti come la dimensione socioculturale del vino, il confronto tra viticoltura industriale e contadina, i rischi legati alla biotecnologia e all’utilizzo di prodotti sistemici. Invece Ezio Rivella è riuscito a fare in modo che quello che avrebbe dovuto essere un confronto sul futuro di una delle più importanti denominazioni italiane si trasformasse in una discussione sulle potenzialità commerciali di un marchio, di un brand. Quando Baldo Cappellano, in realtà l’unico ad aver cercato di indirizzare davvero il discorso al di fuori di certe logiche, rivendica i meriti di quella che definisce “dimensione artigianale” della nostra vitivinicoltura, l’ex amministratore di Villa Banfi risponde che quelli come lui devono ringraziare la dimensione industriale che, imponendosi sui mercati come quello americano, ha fatto da traino. Quando Ziliani tenta di parlare del sistema Montalcino si trova impelagato in una diatriba riguardante i successi delle strategie commerciali di un’unica azienda, guarda caso Villa Banfi; quando fa riferimento al rispetto delle regole e all’efficacia dei controlli si sente attribuire la responsabilità del benessere di centinaia di famiglie. Non c’è stato neanche lo spazio per un discorso sul territorio: Rivella ha sentenziato che “non esistono grandi crus a Montalcino” e tanto è stato sufficiente. Costi e ricavi, prezzi ed esportazioni, marketing e concorrenza sono i concetti che l’hanno fatta da padrone; anche gli sviluppi giudiziari della vicenda hanno finito per essere valutati e analizzati a partire dal punto di vista dell’impatto che l’inchiesta ha avuto sulle vendite.
Ora, chiarito che tutti questi aspetti hanno un’importanza centrale e che i produttori fanno il vino (anche) per venderlo, molti pensano che il vino sia molto altro e che, di conseguenza, la vicenda Brunello meriti di essere analizzata e discussa anche da punti di vista sganciati dalle logiche di mercato. Questa, del resto, è la filosofia che ha ispirato quell’Appello che a Siena è stato inspiegabilmente relegato nel dimenticatoio assieme ai suoi autori, che pure avevano suggerito e ispirato il confronto (per buona memoria di chi non ne fosse persuaso: http://vinoalvino.org/blog/2008/06/modesta-proposta-al-cavalier-rivella-un-confronto-pubblico-sul-tema-brunello.html). Con la conseguenza che tutte le idee in gioco sono state relegate nell’ambito di quella dialettica neoliberista – quella che alla fine concepisce il vino solo e unicamente alla stregua di un bene di consumo – che consideriamo controproducente ed estremamente pericolosa. Quanto è accaduto in altri settori negli anni scorsi ci insegna che la normalizzazione e l’omologazione passano sempre per questa strada: Rivella e l’establishment sembrano avere mandato a memoria la lezione.

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