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Noi c'eravamo

Verticale Duca Enrico

Ci servono i primi vini: 1984, 1987. Rimango subito affascinata dai depositi neri che arrivano nel bicchiere: sono come le rughe sul volto di una persona che ha occhi vivissimi, il medesimo contrasto con la brillantezza dei colori.

Partecipare alla verticale di Duca Enrico, poi pubblicata su Porthos 8, fu per me molto istruttivo: la presenza di Bruno Giacosa, fino a pochi mesi prima enologo dell’azienda Duca di Salaparuta, la degustazione di nove annate dello stesso vino, un’esperienza mai fatta prima. Ne trassi la consapevolezza che un vino, non confezionato in cantina, muta di anno in anno per assecondare la natura. Il calore mediterraneo e la spontaneità di Duca Enrico mi conquistarono.
Arrivo con un piccolo ritardo alla degustazione, ho evitato i convenevoli dei preliminari. Sono presenti: Daniela Scrobogna dell’AIS che guiderà la degustazione, Carlo Casavecchia enologo e direttore generale della Duca di Salaparuta spa e il famoso enologo Giacomo Tachis, che ha assistito Casavecchia nei primi anni della sua gestione e ora è consigliere di amministrazione delle Case Vinicole di Sicilia, che raggruppano Duca di Salaparuta e Florio.
Ci servono i primi vini: 1984, 1987. Rimango subito affascinata dai depositi neri che arrivano nel bicchiere: sono come le rughe sul volto di una persona che ha occhi vivissimi, il medesimo contrasto con la brillantezza dei colori.
Il protagonista della verticale è un Nero d’Avola in purezza proveniente da un territorio calcareo e molto siccitoso della Sicilia sud-orientale, nella piana di Gela verso Niscemi; l’uva proviene da tredici vigneti impiantati ad alberello e dotati di un’irrigazione di soccorso, i frutti sono vinificati separatamente e poi assemblati insieme.
L’84 fu la prima annata, una sperimentazione. Nacque da una richiesta del mercato statunitense che desiderava un vino in purezza, un grande rosso da invecchiamento proveniente dalla Sicilia. Il vino andò sul mercato nel 1988 dopo diciotto mesi in botte grande, diciotto mesi in barrique e un anno in bottiglia. L’annata fu molto piovosa e quindi l’uva ebbe una maturazione ritardata. Cinquantamila le bottiglie prodotte. Oggi nel bicchiere il colore è mattone ma brillante, l’ossidazione lo rende affascinante, il naso muta spesso, ha molto da dire. E’ animale, balsamico e speziato, si sente tanto la macchia mediterranea. Ha una florealità cimiteriale, la rosa è appassita, il tutto è accompagnato da una mineralità profonda. Bellissimo. In bocca sapidità, acidità e tannino sono presenti e ben amalgamati, chiude appena polveroso.
Il secondo vino della batteria è l’87. Il colore è più trasparente del precedente, con un tono aranciato che conferma la sua età. Il naso è severo, il primo sentore è di goudron, il catrame, è scuro, liquoroso, un po’ ossidato, ancora petali appassiti sui quali si adagia una mineralità stavolta scura, nera, di grafite. L’acidità è quella della visciola, sentore caratteristico del Nero D’Avola. Una bella sapidità mediterranea, autentica. L’annata calda e siccitosa portò ad una vendemmia anticipata, tuttavia in bocca è vivo e dinamico. Ne sono stati prodotti 55mila pezzi.
Annata 1990. Il colore è maturo ma conserva tracce di rubino scarico, al naso si sente la salamoia, la foglia di tabacco bagnata, è animale, selvaggio e molto invitante. In bocca è armonico con tannini mordenti. Il racconto della degustazione di allora è tuttora valido. È sicuramente più espressivo dei precedenti, è maturo, sembra essere la summa dei primi due. In quell’anno la vendemmia fu anticipata e la macerazione durò un tempo più lungo dei soliti 8 giorni. Cinquantamila le bottiglie sfornate.
Il ’93 al naso appare contratto, meno intenso e complesso. Difficile venire dopo il ’90, ma si sente che ha la stessa anima. Il colore è granato con il bordo arancio; sentori di confettura di prugna e una nitida florealità si accostano a una mineralità terrosa. In bocca è avvolgente, l’acidità continua a spiccare, dritta e lunga fino all’amaro della chiusura. Sessantamila pezzi imbottigliati.
Il 1997 è frutto di un’annata molto calda, come nel resto dell’Italia. Il colore è granato intenso. Il naso è espressivo, ritornano il tabacco del ’90 e la mineralità scura dell’87, arricchita da una traccia di pietra focaia, è ferroso ed ematico, la ciliegia e la prugna ne richiamano la giovinezza. In bocca è rigoroso per la forza e la centralità dell’acidità e della sapidità. Ne sono state prodotte sessantamila bottiglie.
Il 2000 segna il passaggio della Duca di Salaparuta a un’altra proprietà, la Illva di Saronno Holding e quindi al nuovo enologo Carlo Casavecchia. Anche nella vinificazione avvengono dei cambiamenti, è eliminato il passaggio in botte grande e il vino passa, dopo 9 giorni di macerazione, in barrique nuove per 18 mesi; l’imbottigliamento è anticipato per mantenere inalterato il sentore di frutto tipico del Nero d’Avola, per la stessa ragione l’affinamento in vetro è condotto a temperatura controllata. L’enologo Casavecchia spiega che il passaggio in botte grande, effettuato in precedenza, concedeva al vino una maggiore ossigenazione che impediva questa espressione; inoltre la nuova gestione decide di produrre meno bottiglie, pur mantenendo inalterate le rese per ettaro, viene effettuata una maggiore selezione delle uve. L’annata fu disastrosa, inverno piovoso ed estate calda e siccitosa, la vendemmia fu scarsa, furono prodotte solo la metà delle bottiglie abituali. Il colore è rubino con qualche tratto già aranciato, al naso la mineralità dei precedenti è del tutto scomparsa, c’è amarena, cioccolata e una presenza vegetale. In bocca tornano i sentori del naso con una perfetta corrispondenza gusto olfattiva, ma la stessa cioccolata rivela una notevole presenza di tannini da legno e quindi un’astringenza non del tutto piacevole. E’ un vino meno emotivo rispetto ai precedenti e fatica a esprimere l’impronta territoriale.
Annata 2002. Dopo 9 giorni sulle bucce ormai è consolidata la scelta di passare direttamente alla botte piccola e di imbottigliare con due anni di anticipo rispetto al metodo precedente, in questo caso nel 2004. Il colore rubino esprime la sua giovinezza. Secondo la proprietà l’annata fu climaticamente perfetta. Al naso torna il sentore vegetale di peperone. Chi conduce la degustazione ci esorta a sentire la freschezza di questo e del vino precedente ma, a mio parere, erano molto più freschi quelli degli anni novanta. La mineralità è sparita, l’acidità e il tannino sono legati alla sapidità meglio del precedente ma si perdono subito, l’insieme è poco persistente, l’unica cosa che rimane in bocca è l’impressione tannica molto aggressiva. L’azienda comunica di aver confezionato 37.800 bottiglie comprese 200 magnum e 100 doppio magnum.
Il 2004 è l’annata ora in commercio, Il colore è rubino vivo e concentrato. Al naso si avvertono fiori e frutta, rosa e ciliegia, ma anche il tono vegetale, addirittura la melanzana. In bocca è possente e rotondo, tuttavia è sterile il tentativo di contrastare i tannini che al momento hanno la meglio e lasciano una sensazione fortemente asciugante; anche l’acidità, tornata a vibrare come nelle prime annate, può poco di fronte alla prevalenza del rovere. L’azienda comunica di aver confezionato 35.550 bottiglie comprese 500 magnum e 50 doppio magnum.


 

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