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Noi c'eravamo

Il revisionismo della critica enoica

Il “Super toscano” appare come un nobile decaduto, che ama ricordarti gli antichi fasti, ricchi di galloni conquistati su più fronti, nazionali e soprattutto internazionali... La degustazione di tredici annate di Lupicaia, tutte quelle sinora prodotte.

Un palco con relatori di grido che rispondono ai nomi di Gian Annibale Rossi di Medelana, Carlo Ferrini, Gelasio Gaetani d'Aragona Lovatelli, Daniela Scrobogna. Pubblico pagante (e non) delle migliori occasioni. Tredici esemplari di un mondo che non è ben chiaro in che stato versi.
Il “Super toscano” appare come un nobile decaduto, che ama ricordarti gli antichi fasti, ricchi di galloni conquistati su più fronti, nazionali e soprattutto internazionali. Glissa sul presente e sottolinea le ardite scelte del passato, quando pareva una follia piantare uva là dove il terreno era sempre parso ideale solo per patate e pomodori. Il capostipite di questa generazione, il Sassicaia, aveva tracciato una via e in molti l’avevano seguito. Aneddoti, antichi avi, passaggi di proprietà, enfatizzazioni assortite, scandiscono i momenti che precedono la degustazione verticale vera e propria: un’introduzione tra le più lunghe e estenuanti che l’enomondo ricordi.
Trenta euro e per qualche ora puoi esplorare tutte le annate di uno degli esemplari che ha partecipato con successo al lauto banchetto della famiglia degli “aia”. Tredici annate di Lupicaia, tutte quelle sinora prodotte, non sono poche. L’invito a casa Bibenda presso il Rome Cavalieri è quindi da cogliere con piacere. Un tempo non era così semplice partecipare a consessi del genere: dovevi sborsare ben altre cifre oppure essere presentato, mostrare il tuo pedigree di degustatore introdotto, noto, affezionato, inserito. Sembra essersi persa traccia del “tutto esaurito” quando ancora la vendemmia era da farsi, dei futures e delle auctions più prestigiose. In attesa che i caveau dei finanzieri americani ricomincino a collezionare e richiedere supertoscani attraverso l’intermediazione dei più noti broker svizzeri e inglesi del vino, la nobiltaia si concede a tutti. Sopporta e supporta domande su alcol, solforosa, addirittura pH dei terreni, da puntuti appassionati assiepati nelle prime file sin dall’apertura dei cancelli. Quelli che se non li stronchi immediatamente inchiodano produttore ed enologo a parlare per ore della venatura dei legni delle barriques. Quelli che se non gli dici esattamente la percentuale di merlot che hai usato in quel dato anno, non ti fanno uscire dalla sala o ti perseguitano telefonicamente al tuo rientro in azienda per avere il numero preciso e dormire così sonni tranquilli. Non è più tempo di snobbare chi sentiva solo parlare di questi fuoriclasse: e oggi, magari complici improvvisi saldi di stagione, può diventare un nuovo e fedele acquirente.

«Ho sempre amato vini morbidi». Carlo Ferrini, scultore dei vini di Castello del Terriccio sin dagli esordi, non cerca di mostrarsi per quello che non è e non ha mai voluto essere. I campioni in degustazione sono coerenti con una visione del vino che oggi potrebbe apparire anche passata, vetusta, ma che sino a poco tempo fa rappresentava uno stile da perseguire con convinzione. Legno e frutto, meglio se dolce e di grande estrazione e una discutibile idea di scorrevolezza e bevibilità che poggia sull’addomesticazione di tutte le componenti gustative, al netto, ovviamente, del rispetto dell’uva e del terroir di partenza (d’altronde, chi ha mai sostenuto il contrario?).
L’immobilità dei tannini, fermi nel tempo, in alcuni campioni con tratti asciuganti, oggi come agli esordi, rispecchiano una concezione del vino che ora vacilla di fronte a una critica, in parte riciclata e in parte revisionata, che si è improvvisamente scoperta amante di due parole: sapidità e mineralità. La terza, terroir, non è mai scomparsa. Deve sentire note metalliche ovunque, le associa automaticamente a una sapidità che è diventata imprescindibile e legata a sentori anche marini, iodati e salmastri. È buffo notare come oggi questi vini, che sono usciti dalla cantina con una precisa identità, ben impressa anche con il passare del tempo nelle annate più vecchie, vengano descritti in modo diametralmente opposto rispetto alle intenzioni con le quali erano nati e al modo con cui le stesse persone, che li descrivono oggi così, li tratteggiavano invece qualche anno fa.
Se alla sua uscita il Lupicaia 2001 fosse stato definito come caratterizzato da note “metallifere”, come sottolineato con enfasi durante la presentazione guidata dei millesimi in questione, probabilmente enologo e produttore si sarebbero subito interrogati dubbiosi: «Cosa abbiamo sbagliato?». Oggi, invece, annuiscono.
Le tostature che non accennano a integrarsi, e mai lo faranno, vengono definite come fini sfumature balsamiche; trame tanniche a tratti immobili diventano velluto per il palato; finali anche amari, segni indelebili del terroir di origine.
Il revisionismo gustativo della critica va talmente veloce che precede i tempi stessi del mercato e della produzione. Non gli si concede neanche il tempo per un eventuale cambio di rotta stilistico, non c’è tempo. L’operazione di restyling deve cominciare, quanto meno a parole. Ci si porta avanti nel lavoro, nell’attesa che tutti si convertano al nuovo verbo del “magro e sottile”, del “minerale e sapido”, cercando di ipnotizzare la platea. Anche se i campioni a disposizione sono nati sotto altra stella, è possibile ugualmente esercitarsi nell’arte del condizionamento e vedere che risultati si ottengono. Se ti stordisco, a ogni campione, con una sequenza di descrittori oggi à la page, un tempo magari catalogati come estranei, prima o poi devi capitolare. Se il minerale proprio non l’hai sentito, devi convincerti che c’è, altrimenti hai qualche serio problema.
Viene voglia di difendere questi vini dalla nuova ondata “sottrazionista”: sono nati grossi, moriranno grossi. Sono nati ricchi di orpelli e sovrastrutture e moriranno tali. Perché glissare o sfumare quei tratti che tanto piacevano e probabilmente continuano ad affascinare? Erano, anzi, sono ancora, vini rassicuranti. Più che evolvere si mantengono imperturbati nonostante l’incedere degli anni*. Hanno svolto, e forse lo faranno ancora, un ruolo ben preciso per un mercato che non voleva inciampare negli imprevisti dell’annata.
Degustazioni che potrebbero avere un valore didattico importante, per capire e toccare con naso e bocca quello che eravamo e volevamo essere negli anni novanta e nei primi anni del nuovo millennio, diventano così operazioni di rimodellatura di un abito altro, troppo stretto per il corpo che deve vestire.

*Più volte Porthos si è occupato del tema dell’immobilità di molti vini. Per esempio nel numero 26, nell’articolo Vini celebrati di Sandro Sangiorgi.

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