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Benvenuto Brunello 2011

178 vini in anteprima, considerando solo il Brunello; 293 con il Rosso, 325 con Moscadello e Sant’Antimo. Ma perché la degustazione fordista proprio a Montalcino? Un breve resoconto e alcune schede da Benvenuto Brunello 2011.

È lo staff di Benvenuto Brunello a garantire efficienza e qualità non comuni. In un luogo come questo, celebrato e pressoché scontato nella sua eccellenza, senza la professionalità degli addetti, oltre alla dedizione e il savoir faire di tante e tanti comuni ilcinesi, sarebbe risultato concreto il rischio di precipitare nella mimèsi del glamour e nel subbuglio fieristico…
Basso profilo e misurata convivialità, né pomp, né circumstance. In quest’atmosfera stona a maggior ragione un calendario confezionato su misura per chi si accontenta del meccanico e veloce succedersi di assaggio, voto, due appunti sui riconoscimenti e avanti il prossimo. Ma perché la degustazione fordista proprio a Montalcino?
Per far parlare i numeri: due giorni di manifestazione equivalenti a sedici ore disponibili. 178 vini in anteprima, considerando solo il Brunello; 293 con il Rosso, 325 con Moscadello e Sant’Antimo. Fanno rispettivamente quattro minuti, tre scarsi e due e mezzo per ciascun vino, ammesso che esistano degustatori da catena di montaggio capaci di lavorare sette ore senza pause, assistiti da personale che garantisca tempi morti prossimi allo zero. Chi ha un altro approccio, un’altra idea di degustazione soffre non poco la gara a cronometro e si rassegna, cher Monsieur Bergson, al conflitto tra orologio e tempo, gli orari da un lato e la partecipazione emotiva e sensoriale dall’altro. Da manifestazioni del genere è lecito attendersi più tempo per conoscere produzioni meno note e – quantitativamente parlando – minori e, ovviamente, per ritrovare quelle più familiari, da provare nella loro espressione più recente. Ma i ritmi da inseguimento a squadre impongono velocità e tagli draconiani, ovvero il ricorso alla buona sorte, nel rinunciare ai nomi meno conosciuti o nello sceglierli affidandosi al caso. Ne riescono avvantaggiati i marchi più noti e le produzioni industriali, specie al cospetto delle delegazioni estere, più inclini a scegliere sulla traccia di guide e consigli dei connoisseurs; penso, in particolare, ai visitatori dei paesi cosiddetti emergenti, mercati in forte crescita e che più subiscono il fascino di grandi nomi, premi e mode. Sarà questo uno dei motivi che, negli ultimi anni, ha stimolato piccole secessioni con relative manifestazioni parallele?

Nel giudizio sintetico sui vini degustati prevale una moderata delusione. Non sono bastati diversi vini buoni a riequilibrare il peso di molti finali smodatamente gallici, delle stranianti mordenze fenoliche, estranee al liquido cui dovrebbero incorporarsi; delle tante, monocordi suadenze eno-tech, deprivate di slancio e complessità, ancora incredibilmente legate alla vulgata enologica internazionale dello scorso decennio. In questa fattispecie ricadono diversi marchi blasonati, produttori di grandi volumi e pertanto sensibili alle logiche dei mercati di massa (e del presunto “gusto comune”). Ma il loro Brunello urbi et orbi risulta spesso indeciso e fermo; non prende posizione e resta inumato in un involucro legnoso, dai salienti ora vanigliati, ora agglutinanti.

Tra i vini buoni si annoverano più conferme che sorprese. Talvolta lo stesso produttore è presente in più d’una categoria, fornendo un riscontro indicativo del metodo e del rigore perseguiti.


La degustazione – Le schede

ROSSO 2009

Capanna: un ventaglio organolettico ricco ed esuberante di frutta rossa, credibile. Un vero invito al sorso, corroborato da acidità agrumata (arancia sanguinella) e nette note di fragola. Teso e abbastanza lungo, bello il contrappunto tannico nel finale di grande pulizia.
Cupano: naso composto, sicuramente frutti rossi ma anche humus, alloro, funghi. Acidità vivificante, tesa, di passo coordinato a quello dei tannini. La simbiosi delle due componenti plasma la materia e regala un sorso prima asciutto, poi molto succoso sotto la dorsale acida, che si conserva fino a chiudere in nettezza e precisione.
Il Paradiso di Manfredi: il rubino intenso sembra pulsare, prelude alla ricchezza di profumi, mai confusi e ben stratificati e scanditi. Molti i richiami fermentativi, molti quelli alle conserve di frutta (fragola, prugna) e alla ruggine. In bocca è molto fresco l’attacco, lunga la persistenza. Spicca sul finale il tannino, deciso ma dolce.
Mastrojanni: già al colore ricorda rosa tè e peonia, che subito si confermano al naso insieme a mora e garofano. La bocca è pulita e tesa, lo sviluppo non è lunghissimo ma senza cedimenti. Attacco corroborato dalla presenza acida, sulla quale si innesta una variegata vena minerale: calcarea, salina. Essenziale e pulito.
Sesta di Sopra: naso ferrico, oltre ad alloro, mirto e ribes rosso. Profumi di limitata ampiezza ma netti, ben orditi, esattamente come i sapori. Fresco, di limitata persistenza e beva facile.
Terre Nere di Campigli – Vallone: naso invitante di mora, cassis e fragolina di bosco, esile nei profumi ma nitido e vivo. In bocca si aggiunge la ciliegia fresca, che vira a una nota amarulenta, persino ammoniacale. Supera questa sbavatura e chiude correttamente, in un intreccio tra la terrosità composta, pastosa dei tannini e quella della vena minerale (creta).
Tiezzi: adolescente; esile, esuberante. Franco nel frutto: mora, cassis, fragolina. Riconoscimenti gustativi coerenti, con l’aggiunta di una ciliegia “vera” e, in allungo, del suo nocciolo. Freschezza durevole e una nota fine, calcarea, a chiudere in pulizia.

BRUNELLO 2006

Agostina Pieri: ricorda il colore del diaspro. Al naso è subito sanguigno, ferroso, poi svela prugna, susina, amarena. In bocca apre fresco, succoso, sul frutto si innesta presto una vena di argilla rossa, la dinamica è corretta e appena compressa nel finale dalla morsa tannica, decisa più che violenta, d’impronta dolce e speziata (vaniglia, cannella)
Bellaria: ricorda il sottobosco, il ribes rosso e l’ardesia. Brusco l’ingresso, l’acidità è viva ma di breve spinta, poco progressiva. Ciononostante la materia è buona, non sovraccarica e contenuta in un’austerità “scura”. Tannino deciso ma di buon gusto. Descrive una curva gustativa iperbolica, brusca e carente in persistenza.
Canalicchio di Sopra: naso interessante, prima mirtillo, mirto e lavanda, poi salsa di soia, fiori passi, catrame. Dinamica gustativa condizionata da un legno un poco acerbo e distale rispetto al corpo del vino.
Capanna: naso lento, si dischiude piano su effluvi balsamici e vegetali-aromatici (mentolo, essenza d’alloro, artemisia), di catrame e antracite. Bocca austera, in evoluzione. Frutto succoso (ribes e mirtillo rossi) ben integrato alle variegate note minerali (ruggine, tufo e pietra calda in successione). Il tannino è da rivalutare: molto nervoso, asciuga, non lascia comunque ricordi importuni.
Caprili: naso fosco, non propriamente nitido, lentamente libera sentori di erbe aromatiche e sottobosco. Sviluppo in bocca ordinato, fatto di piccoli equilibri e sapori corretti. E’ un Brunello “diligente”, dalla dinamica non irresistibile ma senza evidenti discontinuità.
Ciacci Piccolomini d’Aragona: naso ferruginoso, ricorda prugna rossa, tapenade. Ingresso in bocca di buon nerbo, con vena calcarea e frutta rossa convincenti, perde in coerenza per la dissociazione della parte legnosa che in allungo blocca lo sviluppo.
Citille di Sopra: salamoia, carne cotta, corbezzolo e giuggiole – queste ultime ad aprire anche la sequela dei sapori, sullo sfondo di un’acidità composta ma sempre presente. Netta traccia minerale rossa, ferro e creta, severo il tannino, tende un po’ troppo all’amaro ma almeno non agglutina.
Col d’Orcia: l’empireumatico istituzionale, didattico, ideale per un corso di Sommellerie. Profumi di torrefazione, frutta matura e cotta. Pulito, tecnico, senza sbavature né sorprese. Contra:risulta scontato, poco spontaneo, artefatto. Pro: almeno non è caricaturale, non vanigliato né mellifluo, il frutto non deborda.
Corte Pavone:cappero e creta, ruggine e sanguinaccio, salamoia e accenni marini (mollusco) per un naso dai riconoscimenti molteplici e originali. In bocca l’acidità è esuberante, i richiami più nitidi rimandano a salume fresco e succo di ribes. Tannini un poco irruenti, in assestamento, chiudono lo sviluppo un poco bruscamente ma non risultano spiacevoli.
Cupano: naso subito vegetale e organico (mirto, ginepro, sottobosco, terra), bocca intensa e polposa, non un esempio di coesione ma di buona qualità nelle parti più sensibili. Vive di una strana dicotomia: è bipolare, a tratti pare fuori fuoco, per poi tornare a una sua forma di unità espressiva. In ogni caso è dotato di personalità e sostanza nobile, quindi si fa ricordare. Gli si condona volentieri lo strabismo, è un tratto distintivo.
Ferrero: bell’assortimento di frutta fresca, da quella di bosco (cassis, mora, bacca di mirto) alla pesca e all’arancia sanguinella; poi eucalipto e gemma di pino, sottobosco. In bocca è secco, fresco, la sferza acida è durevole, sostiene bene l’allungo con i puntuali ritorni di frutta nera e balsamici. Tannino cedevole; piacerebbe di più, se fosse appena più “pugnace”.
Il Paradiso di Manfredi: ricco, onusto ma in souplésse, senza dover strafare. Naso di ferro, terriccio, sangue e tuberi, carne di cinghiale, curry rosso e fungo: il frutto è senza svenevolezze: paradigmatico, antitesi di quello ruffiano. Alla distanza si arricchisce di aromi evoluti, in parte desueti: concentrato di pomodoro, melagranata, mostarda, tapenade, composta di mela con cannella.
La Fiorita: id est la rusticità come dote e non pretesto. Aspetto “malvaceo”, poco tipico; al naso torna alle origini. E’ ampio ma unito: subito ribes nero, poi ruggine, chinotto, fiori passi, origano e alloro, un accenno di carne bollita. In bocca non è un colosso ma risulta teso, vibrante: circolare, nel convogliare ciclicamente riconoscimenti credibili e nitidi (durone, sorba, arancia sanguinella), ciclici sono anche i ritorni ferrosi. Tannini duri ma calibrati al corpo snello, corretti in chiave “contrappuntistica” nel rapporto con l’acidità: questo, sia nei riscontri tattili, sia per i riverberi gustativi. Non vi è infatti alcuna deriva amara o metallica, nessuna interferenza sulla dinamica gustativa.
L’Aietta: un esempio di rusticità non grossolana, senza difetti o squilibri. E’ brusco, ritratto, per nulla ammiccante, prevalgono toni foschi, “bassi”, terragni: terra bagnata, appunto, poi ghianda, pelliccia, guanciale. Sullo sfondo una nota balsamica forse rude, ma sincera: olio canforato, talco mentolato. Robusto ma tutt’altro che rude nella componente tannica.
Le Chiuse: elementare e aperto nei sentori di mora e terra, origano e alloro. Fresco, veloce nello scorrere in bocca, pulito nei riconoscimenti e dotato di tannini molto morbidi. Non entusiasma, manca di presa e pressione, è tuttavia corretto. Il suo è un equilibrio in modo minore.
Le Macioche: occhio di pernice. In una seconda bottiglia è rubino, infuso di granato acceso. Impatto olfattivo ctonio, appena un cenno di ribes nero e poi radici, topinambur, fogliame, henné e argilla. In bocca dona impressioni gustative e tattili di potenza e rigore: apre fresco e sapido, la freschezza si dipana senza flessioni e vivifica il liquido. E’ “strutturale”, organica alla percezione dei sapori. Con lo sviluppo si stagliano note amaricanti (rizomi, tuberi) e ferrose, frutto carnoso, netti chiodo di garofano e aneto. La dinamica è suggestiva, “ascensionale”: parte dalla terra, poi si libra e acquista progressivamente in leggerezza. Chiude trasfigurato in un ampio ventaglio di tracce aeree ed eteree.
Lisini: Rubino intenso, è inizialmente chiuso, serrato su un frutto nero selvatico (mora di rovo, aronia), pietra (ardesia, lignite) e humus. Possiede i tratti mimetici e le minime scomposizioni dell’evoluzione in corso (una nota vegetale staccata, geranio e latte di fico), è sequenziale ma non confuso. Veemente e severo, non si accomoda sulla lingua: la segna, chiudendo appena bruscamente. Contrariato per il risveglio intempestivo.
Mastrojanni: naso austero, inizialmente ritratto, dalla polimorfa nota minerale: ferro, crete rosse, polvere di quarzo, pomice, pietra chiara. Vi si aggiungono muschio e alloro, ribes e gelso nero. In bocca è diritto: parte subito la sferza acida, che si allunga veloce lungo tutta la lingua e non la lascia, catalizza i sapori e si lascia sormontare dopo giusto tempo da tannini ancora chiusi ma non agglutinanti.
Palazzo: naso che richiama creta, carne salata e note ferrose che si ripresentano all’esame gustativo, più chiare nella parte finale, precedute da un’acidità sottile e ben diffusa, sebbene di bassa tensione. Sviluppo agile, al limite della scorrevolezza, ma non cedevole.
Sesta Di Sopra: parte schivo e scuro, organico e terragno. Muschio, terriccio, poi fiori passi. Chiara la traccia minerale che si appalesa in bocca, congiunta a un’acidità viva e mobile che ben convoglia sapori di uva spina, prugnola, melagranata, salvia, uno sfondo ematico. E’ lento, corale e cangiante. Tannini avvolgenti e buoni anche al gusto, senza gravami verdi o amari.
Salvioni:appena pungente e connotato da sentori fermentativi: sciroppi di frutta, cosmetico, spezie dolci. L’acidità è misurata, veicola abbastanza diligentemente i sapori (mela rossa, fragola e ribes, poi ginepro e foglie amare, ad es. tarassaco. Tensione di discreta durata, poi recede bruscamente e gli aromi si consolidano su toni quasi artefatti, che richiamano prodotti di sintesi, e di cosmetico.
Sesti: cuoio, ragù, terra e una nota ferruginosa. Buon impatto al gusto: prugna, legno di rosa, ribes, di nuovo cuoio e caffè. L’acidità ne sostiene tensione e sviluppo accompagnando a un finale rotondo e carnoso, scandito da tannini prima vivaci, poi un po’ invadenti: oltre alle espressioni tattili, infatti, il rovere segna la fase finale anche nei sapori.
Talenti:prima le note vegetali e balsamiche (felce, eucalipto), poi frutto scuro, carbone, carne in scatola e creta. La bocca è intimamente coerente e coesa, torna subito la creta a dar forma alla parte minerale, l’acidità è diffusa e di buona endurance, sostenendo i riconoscimenti di ribes, fragola, fungo, fieno greco. Spiace che finisca perdendo in precisione e tono.
Tenuta Le Potazzine: naso articolato, divertente: più che fondersi i riconoscimenti si susseguono, sono scanditi per successione più che per fusione. Cuoio, carne secca, sorba, melagranata, creta e garofano. Un accenno fumé e di pepe nero. L’ingresso al palato è terroso e cremoso, ma non scarico, né lordo. Lo sviluppo è sequenziale, l’acidità fa da vettore per sapori nitidi di frutto rosso, ferro, creta e salume. Ha tannini forti ma non pervasivi.
Tenuta Oliveto: nomen omen? Al naso sa di oliva e salamoia, ruggine e rovo. In bocca convince per qualità e presenza dell’acidità, che sostiene corpo e sviluppo. Infatti è un vino di nervi e muscoli, per nulla suadente, unito e continuo in allungo. La dinamica gustativa è carica, quasi affollata, ma godibile.
Tiezzi: naso non scontato, ampio e già evoluto: carne salata, conserva di pomodoro, un tocco di resina e catrame, frutti rossi, felce, champignons. Tutto questo in pulizia. Espressione di understatement: entra fresco, procede sottile ma teso, non cede. Di ampiezza limitata, ma lo sviluppo è senza discontinuità.

BRUNELLO 2006 VIGNA/SELEZIONE

Caparzo – Vigna La Casa 2006: al naso frutti di bosco (maturi, sciroppati), salvia e muschio. L’acidità è di buona portanza, supporta una dinamica compiuta nei riconoscimenti di mora, sorba, buccia di pesca, melagranata e una nota ferrosa. Un vino d’ampia frequenza, però quasi interrotto nel finale dall’ingombrante presenza del rovere.
La Mannella – Selezione I Poggiarelli 2006: originale, incarna bene il significato di tensione gustativa: infatti tende letteralmente un arco sensoriale ampio, diffuso, e lo sostiene a lungo: dalla frutta acerba alla china, dal cuoio a note dulcamare di chinotto e infuso di genziana. In bocca si rivela semplice, senza istrionismi, verace: fresco, veramente succoso, evolve dal frutto (rosso e fresco: ciliegia, rosa canina) a sapori più carnosi e oscuri (sanguinaccio, fegato). Finale un po’ precipitoso, ma il blando effetto-smeriglio non cancella le sensazioni finali.
Mastrojanni –Vigna Schiena d’Asino 2006: ricco di riferimenti alla terra. Humus, radici, fogliame, erbe amare ma anche carne stracotta, ginepro e ferro. Acidità senza compromessi o sbavature, continua, ad alto voltaggio: un volano, sul quale si innestano ritorni precisi e ciclici (ferro, china, frutti di bosco), in una dinamica gustativa che sembra evolvere in causazione circolare. Tout se tient, ogni elemento è in rapporto simbiotico e complementare rispetto agli altri, l’unità è esemplare. Anche la qualità e la fusione del legno sono inappuntabili.
Mocali – Vigna delle Raunate 2006: naso evoluto, cuoio e carne salata, legno di rosa e creta rossa. Ingresso corretto, cede nell’allungo per la sua scorrevolezza a fronte di tannini molto severi (nella risultanza tattile; comunque neutri in quella gustativa) e pungenza alcolica.
Tassi/Franci Franca – Selezione 2006: rubino profondo, naso di peonie, sottobosco e inchiostro, salvia e noce moscata. Interessanti i riferimenti vegetali e sanguigni. Un tannino terroso ma dolce gli dona una connotazione tattile originale, richiamante soprattutto la polvere di cacao amaro. Sviluppo corretto, conchiuso e senza discontinuità.
Tiezzi – Vigna Soccorso 2006: un tratto originale, tra iodio e inchiostro, poi salvia e menta a introdurre le note balsamiche; sullo sfondo una mora seria, non artificiale come in molti concorrenti. Coinvolge la bocca, ne prende possesso senza stordirla. Ricchezza di succo e di gusto: il vettore acido richiama per qualità la frutta fresca (fragola, ribes rosso, arancia tarocco), mentre la sua dosata presenza e la dirittura assicurano tensione e sviluppo. Procede lento, corale e persistente. Non è proprio parlare di chiusura; va in dissolvenza. Allo stesso modo i tannini si sgranano e “diluiscono” progressivamente. Lunghezza e modularità.

BRUNELLO RISERVA

Barbi – Riserva 2005: estratto di carne, bollito, frutta rossa disidratata (fragola) e una punta di caramello, corn flakes. La prima impressione gustativa richiama ribes nero, poi note ferrose ed ematiche, ben scandite nello sviluppo. Il legno è appena pungente ma non scomposto.
Capanna – Riserva 2004: garofano e altri fiori (rossi) appassiti, terra e ferro, fieno greco e crusca, bollito e infusi d’erbe. In bocca mostra acidità più dosata del 2006, i ritorni sono coerenti e puliti, i tannini tuttavia non sono perfettamente assiemati e confondono in parte il finale.
Cupano – Riserva 2005: nitidi i profumi di frutta rossa matura e buccia di pesca, noce moscata, cuoio, una blanda nota caprilica, tè nero. Fresco e molto composto, anche nella parte più animale: è selvatico ma non lordo. Si lascia attendere, richiede una degustazione lenta e reiterata. Acidità viva e presente; è anche buono, in persistenza, il suo riflesso gustativosalato-amaro (succinico?). Meno buona la traccia prorompente del rovere nel finale.
Donatella Cinelli Colombini – Riserva 2005: naso pieno di frutta nera (ribes, mora), muschio e ardesia; aprendosi rivela misura e serietà, confermate nell’ingresso in bocca. L’allungo è lento, la progressione senza stacchi o pesantezze e aggiunge note balsamiche (mentolo) e speziate dolci (cannella, macis, coriandolo), la materia si dispiega bene fino a oltre metà, quando perde slancio per la forza allegante dei tannini.
Ferrero – Riserva 2005: singolare la sovrapposizione netta di profumi fruttati e glutammici, che si ripeterà puntuale all’assaggio. L’attacco è buono, la tensione ben mantenuta, si susseguono richiami fruttati e inserti speziati (ginepro) e balsamici (trementina). Tannino da assestare, non tuttavia scomposto.
Lisini – Ugolaia 2005: colore ad alta definizione, molto suggestivo: rubino acceso di riflessi granato. Naso compatto, austero, schivo. Andrebbe atteso oltre i tempi imposti dalla circostanza, ma già dopo i semplici cenni in olfazione si rivela più apertamente al gusto: nell’acidità immediata, misurata ma continua, sulla quale s’incardina uno sviluppo composito, ampio e multiforme: dal frutto fresco (prugna rossa, fresca e poi più matura, ribes, mora di rovo) alla noce, un tocco grasso ma non greve che ricorda l’arachide tostata, una traccia silvestre e balsamica (gemme e resina di pino). Quando si definiscono i profumi, spiazza con un inatteso, immediato ciclamino.
Marchesato degli Aleramici – Riserva 2005: il colore indica un grado d’evoluzione avanzato, sembra eccessivamente scarico e l’olfatto conferma un imperfetto affinamento. Una seconda bottiglia chiarisce il dubbio. Carne salata e insaccato, fegato d’oca, note un poco confuse di sottobosco, prugna rossa e frutta più scura. Fresco, non recede più di tanto dai sapori di frutta matura, difetta forse d’ampiezza e risulta prevedibile. Il finale è pulito, aggiunge note ematiche appena più marcate.
Sesti – Riserva 2005 Phenomena: ferro, fiori passi, variegate note eteree. Rigoroso. In bocca è secco, fonde bene freschezza e note terrose, è teso e deciso nel supporto acido, nei richiami di ferro dolce, acerola e succo di ribes; profondo e credibile in quelli di concia, tubero, radice. Nel finale indulge a una certa mollezza nelle impressioni tattili, di sommessa astringenza.
Tenuta Le Potazzine – Riserva 2004 (da bottiglia aperta, degustato presso l’Enoteca): naso fermo, rinchiuso, lento ad aprirsi su fiori passi, felce, radici e ribes nero. In bocca è austero, quasi solenne nella scansione precisa, marziale di acidità e mineralità ferrosa. Riconoscimenti di frutti scuri e carnosi sulla trama di tannini potenti e meno amalgamati dell’annata 2006, seppur sempre puliti.

 

p.s.: un ringraziamento particolare a Maria Grazia Iannucci del Consorzio e alle due sommelier Sabrina Casciani e Chiara Mattei.

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