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Noi c'eravamo

La Merano da Bere

Un cielo grigio chiaro, denso e chiuso con una pioggia monotòna senza speranze di sole mi accoglie al ventesimo compleanno del Merano WineFestival.

Ritrovo i pochi riferimenti abituali, il Teatro Puccini, il Cafè Koenig e la birreria Forst su Corso Libertà, l’ambulante di meranerwurst da cui mi tengo con cura alla larga, forse anche la piccola mendicante sul ponte del Passirio è sempre la stessa. E poi il Kurhaus, bianco e sinuoso. In un bar scopro una foto d’epoca in cui si vede una massaggiatrice al lavoro in una delle sue sale alte e luminose, un tempo adibite ai massaggi e alle cure, oltre che al sollazzo per l’aristocrazia e l’alta borghesia mitteleuropea. Oggi è un’altra storia, anche se al Merano WineFestival si respira sempre un’aria leggera. Il mondo fuori sembra andare a pezzi, ma all’interno del Kurhaus non se ne ha la minima percezione. Tutti sembrano felici e hanno la battuta sempre pronta, sorridono con il calice in mano, si danno pacche sulle spalle e vigorose strette di mano accompagnate da pingui risate. È come la piazza centrale di una bella cittadina italiana di provincia, con lo struscio pomeridiano, con il vestito buono e i capelli in ordine. Ci sono i sommelier importanti, i giornalisti, si parla di mercati, strategie, dei massimi sistemi e della sintassi del vino. Se te lo puoi permettere, ci sono anche elitarie degustazioni da 400 euro e più. Puoi fare una passeggiata nella maestosa Kursaal, farti un aperitivo con un Giulio Ferrari (anche 1990, visto che per la speciale occasione i produttori il lunedì dovevano presentare una vecchia annata), deliziarti con i Riesling di Heymann-Loewenstein, fare il gradasso con i Bordeaux 2007 di Figeac o Angelus (ma io mi sono divertito di più con il Neromaccarj di Gulfi) e chiudere con il Vecchio Samperi trentennale di Marco De Bartoli. Non capita sempre a un comune bevitore. Poi se sei riuscito a entrare alla degustazione dei vecchi Nebbiolo, assaggiando il Barolo Riserva 1961 di Borgogno avrai avuto anche la sensazione di essere baciato da un raggio di sole.

Sembra l’isola felice del vino italiano, dove notoriamente non si vende una bottiglia ma i produttori dicono che bisogna esserci, anzi che è bello esserci (soprattutto se ti trovi nel salone più elegante), farsi vedere e parlare con le persone giuste. Si ha la sensazione leggera di vacanza anche se si sta lavorando. Persino l’aristocratica Union des Grands Crus di Bordeaux da anni lo ritiene, dopo la presentazione al Marriott di Milano, l’unico appuntamento di valore in Italia perché strategico in un’ottica centroeuropea.Rappresenta di fatto lo specchio fedele della scena mainstream del vino italiano. E la sezione Bio&dinamica, che da tre anni si svolge il venerdì nello storico Pavillion des Fleurs del Kurhaus, è sulla stessa linea, anche se la selezione quest’anno è parsa meno autorevole. È il salotto buono del variegato mondo del vino naturale, attento alle dinamiche del mercato e alle evoluzioni del gusto del consumatore. Per discutere delle questioni vere della viticoltura naturale ci sono altre occasioni.

Ma la ragione del suo successo è che al Merano WineFestival si può vivere l’illusione dell’esclusività in una cornice elegante, in cui ogni elemento è comunicato come eccellenza e frutto di una severa selezione. A cominciare dai vini e le aziende partecipanti, per finire con il pubblico che paga un esclusivo ingresso di 85 euro (più una cauzione diabolicamente geniale di 10 euro sul bicchiere). Ma queste sono le regole del gioco e funzionano, perché il WineFestival è soprattutto la festa dell’appassionato di vino che si sente lusingato e alla fine ne esce felice di aver assaggiato vini impossibili e persuaso di averne lasciati tanti altri imperdibili. Motivo in più per tornare l’anno prossimo.

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