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Noi c'eravamo

Brunello ben venuto

Montalcino è un’alba colore arancio e piombo. L’aria dolce e fresca è una carezza di primavera, la luce nitida del mattino sembra disegnare i profili austeri del campanile e della fortezza sul celeste pastello del cielo. Il paesaggio della Val d’Orcia ogni volta è un incanto che stordisce il cuore.

Sarà anche vero che a metà degli anni sessanta, per Montalcino, il fatto di essere stata tagliata fuori dal passaggio dell’Autostrada del Sole ha comportato un isolamento, una crisi demografica e un abbandono delle campagne, ma a distanza di quasi mezzo secolo, questo evento, apparentemente disgraziato, ha rappresentato la sua fortuna. Già pochi anni dopo Mario Soldati scriveva, nell’autunno del 1968 in Vino al vino, che Montalcino «forse per trovarsi così dislocata, così fuori dalle grandi vie di comunicazione, è rimasta intatta, incorrotta, protetta dalle deturpazioni sottili e perfide del turismo». In effetti il turismo sarebbe poi arrivato, abbondante e ricco, ma senza deturpare il paesaggio. Di certo le colline ilcinesi, fossero state attraversate da una bella striscia di venti metri di cemento e asfalto, non sarebbero, oggi, un patrimonio protetto dall’Unesco. E se non fossero state difese, a qualcuno sarebbe pure venuto in mente di tappezzarne qualche ettaro con pannelli al silicio, dove non è stato possibile piantare vigne, chiaro, anche perché la diffusione del vigneto ha superato ogni logica. Invece il tramonto a Montalcino è ancora una di quelle visioni incantate che scaldano l’animo, libera da riverberi fotovoltaici e capannoni industriali. Forse è anche per questo che il Brunello è davvero benvenuto e sembra non accusare decadenza e riduzioni di appeal, nonostante la crisi mondiale e l’affare brunellopoli di soli quattro anni fa. Difatti, nel 2011 le scorte si sono assottigliate: la quantità di Brunello prodotto è stata inferiore alle bottiglie vendute (9 milioni di Brunello e 4,5 di Rosso). I prezzi sono tornati a salire grazie anche alla decisione del Consorzio di portare da 70 a 60 quintali la resa per ettaro ammessa dal disciplinare di produzione: lo sfuso viaggia sugli 800 euro al quintale mentre l’uva viene venduta a 250 euro, cifre da sogno per i viticoltori di altre zone italiane. Il progetto di una zonazione dei vigneti rimane, così, una questione importante solo per una cerchia ristretta di produttori più sensibili ed Ezio Rivella può continuare a ripetere che a Montalcino i vini vengono buoni dappertutto senza differenze sostanziali da una zona all’altra. Tanto che non si è riusciti ancora a fare nemmeno una mappatura delle vigne più vecchie. Alla luce di ciò, è un successo se si è mantenuto invariato il disciplinare del Rosso non consentendo alcuna introduzione di vitigni diversi dal sangiovese.

Per la ventesima edizione, Benvenuto Brunello, ha spostato il centro dell’evento in un luogo fascinoso come il chiostro di Sant’Agostino. Ho sempre avuto un debole per i chiostri, forse per quella forma di superiore equilibrio di suono e luce che vi si ritrova, forse per quella sorta di naturale concentrazione e isolamento che vi si può ottenere. Tutto intorno il viavai di sommelier solerti e di giornalisti è senza sosta ma non disturba, situazione ottimale per l’assaggio. Senza contare che il percorso per raggiungere il bagno è tra i più invidiabili della storia, tra capolavori dell’arte senese del Quattro e Cinquecento.

Sono stati presentati Brunello 2007, Riserva 2006 e Rosso 2010. In teoria una parata di stelle, visto che sono tre delle quattro annate valutate eccezionali negli ultimi tredici anni (nel frattempo il Consorzio ha attribuito quattro stelle alla 2011). In realtà, com’era prevedibile, ne è risultata una degustazione in chiaroscuro, durante la quale zone, vigneti e soprattutto mano e sensibilità del produttore fanno sentire la differenza. In linea generale la 2007 ha dato vini meno austeri e più accessibili della precedente, più aperti dal punto di vista olfattivo anche se privi di una tensione vibrante. In compenso la 2006 sembra aver consegnato un senso definitivo alla tipologia Riserva, infatti, l’anno supplementare di maturazione sta facendo uscire vini di carattere e sta rendendo più fruibile la grana tannica. Per la 2010 è doveroso attendere, anche se le bottiglie di Rosso assaggiate (c’erano oltre trenta campioni di 2009) lasciano presagire vini ricchi di frutto e sostanza.

È stato senz’altro positivo ritrovare tonalità, trasparenze e sfumature di rosso degne di un Sangiovese e concludere le due giornate di degustazione senza fastidiosi mal di testa.

Trovo un po’ ingeneroso, in questo tipo di degustazioni, dare giudizi sintetici e definitivi sulle singole bottiglie, ma anche doveroso citare alcuni Brunello 2007 che mi hanno particolarmente impressionato.

Il Paradiso di Manfredi – Fresco, esile, tutto giocato sulla tensione tra acidi e tannini; un vino diretto e profondo. Straordinario anche il Rosso 2010, il migliore in degustazione, con freschi profumi floreali, sfumature di crosta di pane, pan di spezie, estrema finezza tannica ed esemplare pulizia in bocca.

Le Potazzine – Grinta e dolcezza, tannini nitidi e finale con richiami melogranati.

Le Ragnaie – La selezione Vecchie Vigne è parsa ispirata: spezie, radici, tannini fini e tensione gustativa. Convincente, nel suo stile fresco, anche la versione “base”.

La Palazzetta – Delicato e vellutato, con finale teso e sapido, con ritorni di radici.

Le Chiuse – Di stampo caloroso, con richiami terragni e floreali; più corpulenza che eleganza, ma con carattere.

San Polino Erbe medicinali; fresco, in bocca ha fibra e tensione.

Mastrojanni – Apparsa felice, in particolare, la selezione Vigna Loreto, potente e con tannini molto fini.

Canalicchio di Sopra – Profilo fruttato, elegante nello sviluppo, tannini misurati e finale fresco.

Baricci – Dolcezza di fiori e spezie nei profumi, sinuosa la progressione in bocca.

Capanna – Profumi sottili di ciliegia; in bocca ha una bella trama tannica, a tratti anche dura, che lascia trapelare un carattere austero.

Pietroso – Naso aperto su toni fruttati, in bocca ha uno sviluppo, con tannini fini e finale sapido.

Sesti – Esprime classe e potenza, con uno sviluppo slanciato ed equilibrio.


Tra i dissidenti degustati all’osteria Osticcio di Montalcino:

Conti Costanti – Dallo stile magro, nervoso, con tannini fini, cipriosi, eleganza e profondità, con un bel finale di radice di liquirizia.

Stella di Campalto – Ancora chiuso e non dichiarato dal punto di vista olfattivo, lascia trasparire fibra ed energia.

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