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Piovono pietre

Paris, il Prosecco è nelle tue…

Nei primi anni novanta, quando studiavo all’università, il termine marketing, sebbene molto usato, non era ancora assimilato culturalmente. Se nei film commedia del tempo gli Yuppies si riempivano la bocca definendosi Marketing Manager, nei bilanci delle aziende italiane era difficile trovare voci di costo riconducibili al marketing. L'’imprenditore medio-piccolo non riusciva nemmeno a concepire tale necessità, non era tangibile, non era palpabile, né aveva riscontro immediato. L’'analisi dei flussi finanziari era ancora molto legata a concetti empirici: “tanto ho in tasca tanto guadagno”. L'’utilizzo consapevole di queste politiche commerciali, tipicamente di scuola statunitense, arriva solo verso la fine degli anni novanta. Il lancio di un prodotto nel mercato prevede un’'accorta politica di marketing e la determinazione del prezzo finale comprende anche questo tipo di investimento. Il marketing altro non è che quella scienza manageriale che tende alla massificazione del fine del produttore (guadagno) insieme alla massificazione della soddisfazione del cliente (spesa). Quanto più è massificata l'’offerta, tanto più facile sarà gestire la domanda e quindi i consumatori. Ripensare a quelle nozioni mi riporta indietro nel tempo a periodi più spensierati; passai quell’'esame con molta facilità, incuriosito da questa realtà per me nuova.

Questa politica commerciale però, nasconde anche lati oscuri e a volte cinici. In amore, guerra e affari tutto è lecito, ma accade a volte che la linea di confine venga superata e calpestata. La vendemmia di un’annata come il 2006, da ricordare per l’ottima qualità, viene compromessa da una grandinata “mediatica”, tra le colline dell’alta Marca. In nome di una incisiva politica di marketing, il Prosecco è condannato alla reclusione in lattina. Un’azienda austriaca produttrice di vino ha dato in… “mano” alla procace testimonial, Paris Hilton ricca ereditiera americana, la lattina di Prosecco prodotto dalla cantina Colli di Soligo. Prosecco pronto all’uso, comodo, facile da bere, per i giovani, rappresenta un nuovo segmento di mercato da coprire; si abbattono i costi di imbottigliamento ed etichettatura ed il gioco è fatto. Le reazioni a questa notizia sono molteplici e annoverano chi appoggia totalmente questo tipo di proposta – bisogna pur vendere – e chi si oppone fermamente. Tra gli oppositori più convinti, Franco Adami, presidente del consorzio di tutela del Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano, il quale sostiene che al nome prosecco è legato il lavoro serio di decenni di oltre 3000 viticoltori e di 130 aziende spumantistiche: un vino divenuto simbolo di un territorio. Il suo monito è rivolto alla Regione Veneto, perché riservi il nome Prosecco ai soli vini rientranti nella doc. Il progetto di legge n.890 evidenzia come il vino conservato nei cosiddetti contenitori alternativi subisca delle notevoli modifiche in termini sensoriali e qualitativi. E allora? Il “mio” fine Prosecco che fine farà? Alcuni sostengono che il consorzio di tutela sia arrivato troppo tardi e che questo sia solo l’inizio.

Si tratta evidentemente di una forzatura che porterà facili guadagni, ma a chi, come me, nutre un affetto passionale nei confronti di questo vino, resta l’amarezza.

Di recente ho aperto un magnum di prosecco con un amico, un bottiglia dimenticata da un natale del 2004, la curiosità era molta e la sorpresa non è mancata. Il mio primo pensiero è andato al contenitore, la bottiglia così grande ha dato spazio ad una maturazione completa. Evidentemente, a pochi giorni da quella stappatura un notizia così non può che destarmi preoccupazione. Il Prosecco è un vino in qualche modo rustico, che deve ancora metabolizzare l’utilizzo dell’autoclave per la presa di spuma, pratica che in alcuni casi compromette l’aspetto aromatico così fine e delicato ma a cui ormai siamo abituati. Un vino così ha radici troppo libere per essere condannato alla reclusione.

Sono un amante del Prosecco doc di Valdobbiadene e Conegliano, della sua semplicità, della sua finezza, fruttuosità, del suo essere così “sassoso”, bevibile e godibile. Un bicchiere di Prosecco mette gioia e libera la mente. Da qualche anno, mi batto per divulgare questo concetto, perché vorrei che l’immaginario collettivo si discostasse dall’idea di Prosecco = vino bianco con bollicine da bere con salatini.

E’ un piccolo grande vino anche da tutto pasto; sicuramente non può e non deve essere paragonato ad altri vini spumanti, è una tipologia completamente differente (metodo Charmat) che usa un vitigno completamente diverso da Chardonnay e Pinot Nero. A questo punto le decisioni sono nelle mani di altri e tra le tette di altre. Penso positivo: bere Prosecco in lattina farà sicuramente capire la grandezza di quello in bottiglia.

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