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Piovono pietre

Lontano dai riflettori

Mentre la viticoltura indipendente stenta a trovare obiettivi e forme organizzative comuni, l’establishment enoliberista porta avanti il suo progetto di normalizzazione del vino italiano. Se a Montalcino – complici il clamore mediatico, una mobilitazione forse mai vista in precedenza e, qualcuno dice, il voto palese – i tempi non si sono rivelati maturi per riscrivere le regole, pazienza: si può sempre cominciare dalla periferia. Così accade che, salvo colpi di scena, a Manduria la prossima vendemmia sarà regolata da un disciplinare variato in alcuni punti sostanziali tra i quali figura, ça va sans dire, l’apertura ai vitigni “migliorativi”. Un destino beffardo, quello del primitivo: da vitigno da taglio per eccellenza a vittima del taglio omologante imposto dalla concorrenza di cileni e australiani. Ma anche, va detto, vittima della miopia di molti produttori e del curioso atteggiamento di quella parte di istituzioni locali che, poco più di tre anni fa, si sollevò sdegnata al fine di tutelare il Primitivo di Manduria dal pericolo rappresentato dall’attribuzione della DOC al Primitivo di Matera (cfr. verbale di deliberazione del Consiglio provinciale di Taranto n.61 del 19 settembre 2005, approvato all’unanimità). Nel documento in questione si faceva riferimento a concetti quali “zone particolarmente vocate” e “tipicità” e si lamentava il “disciplinare molto più permissivo” del quale si erano dotati i cugini lucani. Ma i tempi cambiano: così adesso l’unico segnale proveniente dalle istituzioni è stata la ratifica del progetto da parte della Commissione vitivinicola regionale.

La questione di Manduria, lontana dai riflettori, è interessante per le motivazioni che stanno alla base della scelta operata del Consorzio: “Il disciplinare non è mai stato toccato in trent’anni – spiega il Presidente Roberto Erario – abbiamo deciso di farlo adesso, al fine di rendere i nostri vini più competitivi sui mercati. Il ricorso ai tagli migliorativi sarà consentito fino al 15% e non comporterà nessuno svilimento della territorialità, perché merlot e cabernet sono tollerati a patto che non arrivino da fuori”. Come già altrove, anche qui c’è la benevola comprensione per le ragioni di chi è contrario, invitato a considerare il lato positivo della situazione (“Chi vorrà continuare a lavorare in purezza sarà libero di farlo, anzi avrà l’occasione per valorizzare in etichetta questa sua prerogativa”, assicura Erario). E anche qui vige la convinzione diffusa – tra i sostenitori del progetto come tra i puristi – che le interpretazioni “elastiche” del disciplinare siano già in vigore da anni in molte cantine, in barba al sistema dei controlli.

Questa vicenda ripropone quindi in pieno gli interrogativi legati al ruolo dei consorzi e alle pratiche che ne regolano l’attività, a partire da quella del voto ponderale (i voti dei produttori hanno un peso diverso, direttamente proporzionale alle quantità prodotte) che a Manduria, realtà caratterizzata dalla presenza di cantine sociali e realtà industriali di dimensioni importanti, è risultata determinante.

I piccoli produttori, la cui maggioranza si dice contraria alla modifica (che prevede anche l’introduzione dell’irrigazione di soccorso e l’attribuzione della Docg per la versione dolce naturale del Primitivo), finiscono dunque anche qui per trovarsi sostanzialmente esclusi dai processi decisionali: alcuni di loro non sono neppure associati al Consorzio, mentre altri preferiscono, pur facendone parte, disertare riunioni e votazioni dopo avere più volte constatato lo scarso peso politico delle loro opinioni. Una rassegnazione dal sapore amaro, quella dei vigneron di Manduria, e che rappresenta un monito, specie se si considera che il ruolo di custodi e testimoni della tradizione e della specificità del territorio non può che essere affidato a loro. A decidere del futuro del primitivo sono invece imbottigliatori che spesso provengono da lontano e che operano in un’ottica esclusivamente commerciale, quasi sempre disinteressandosi di territorialità e tradizione. E dire che sul territorio non mancano gli indipendenti impegnati nella valorizzazione del vitigno (Fino, Attanasio, i fratelli Perrucci, solo per menzionarne alcuni), che negli ultimi anni hanno consentito a questo vino di crescere in termini qualitativi a dispetto di un’attenzione generale più rivolta alle quantità e degli elevati costi di produzione. Manduria non farà notizia come Montalcino, ma da quelle parti il vino italiano ha perso un altro pezzo di sé stesso.

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