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Piovono pietre

Vetrina Toscana in Tavola

Lettera aperta a
Anna Rita Bramerini
Assessore Regionale al Turismo e al Commercio della Regione Toscana

Gentile Assessore,
la mia è una lettera breve, non voglio rubare tempo all’estate, breve pure lei, vado quindi al punto.
Lunedì 26 aprile ero in vacanza in Maremma, insieme con la famigliola e qualche amico.
Avevamo deciso di pranzare in un ristorante, quindi chiedemmo consiglio ad un’operatrice turistica, in servizio presso un ufficio informazioni. Avremmo potuto consultare una guida, ma fummo incoraggiati da un depliant che presentava l’iniziativa Vetrina Toscana in Tavola e riportava il nome del ristorante consigliatoci. Per chi non ha voglia di cliccare sul link, Vetrina Toscana in Tavola è una rete regionale di “oltre 630 ristoranti, trattorie e osterie che hanno aderito ad un disciplinare tanto attento al cliente quanto di facile attuazione per il ristoratore.” Gli obiettivi sono: “qualificazione e valorizzazione della ristorazione toscana, proposta di piatti realizzati con i prodotti tipici del territorio, creatività degli chef, fra tradizione e originalità e cura di un ambiente piacevole e accogliente.” Il disciplinare obbliga ad “offrire un menù di degustazione redatto in almeno due lingue, relativo alla tradizione gastronomica locale e realizzato nel primo anno con almeno dieci prodotti” di origine toscana garantita. Per il resto, è tutto un inno alla disponibilità: i ristoratori devono essere disponibili a fare questo e quello, ma devono anche disporre di una “carta dei vini comprendenti almeno N. 30 etichette di vini toscani….di cui almeno 2 serviti a bicchiere” e “almeno 1 etichetta di olio toscano” d.o.p. oppure i.g.p.
E’ evidente che la riuscita di un’iniziativa come questa si basa sulla credibilità, non basta un sito internet e qualche opuscolo, non basta riempirsi la bocca di frasi fatte sul gusto e sul territorio, stilare un elenco e poi creare la vetrina: ci vuole rigore, ci vuole serietà.
Per questo, gentile Assessore, mi permetto di riassumere il nostro pranzo del 26 aprile, senza citare il nome del ristorante: il punto è un altro. Basti sapere che l’offerta del locale era, diciamo così, limitata. Sia in cucina, sia in cantina. Non essendoci il menù, né fuori né in sala, né in italiano né in inglese, ci siamo arrangiati con la memoria della cameriera, ma c’era poco da ricordare: penne al sugo per i bimbi e grigliata per tutti.
Nessuna traccia di cucina maremmana, così come della fiorentina, che si è rivelata una modesta costata. La punta della toscanità? Il pane senza sale.
I vini rossi disponibili erano due, uno in bottiglia e l’altro sfuso, definito “del contadino”.
Capita a tutti di sbagliare ristorante, anche affidandosi a guide blasonate, ma farsi bidonare dal denaro pubblico è insopportabile, per questo non ho neppure voglia di fare dell’ironia.
Vorrei soltanto sapere con quali criteri sono stati scelti i ristoranti da inserire nella lista dei 630, forse con l’autocertificazione? Chi si è assunto la responsabilità? Un computer? Uno stimato professionista? Un’associazione di categoria? Vi rivolgete a dei consulenti o avete delle risorse interne? Vorrei, insomma, che qualcuno mi spiegasse come è andata, perché fino a quando non accadrà, io non entrerò in nessuno dei ristoranti compresi nell’elenco, e tanti saluti al disciplinare.

Cordiali saluti

Damiano M. Raschellà

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