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Storie

La meglio gioventù /1

Un viaggio in Calabria

Una spada di luce infuocata divide una porzione di celeste da una di nero pece. È l’alba, Cosenza è ormai vicina. Il termometro del pullman dice che fuori siamo a zero, uno spesso lenzuolo di brina copre prati, terra e divani rottamati ai margini della strada. Per andare a Cirò non è necessario passare per Cosenza, anzi, ma solo quando uno attraversa il ponte sul Busento e imbocca via Telesio per perdersi nell’intricata rete dei vicoli della città vecchia può iniziare a capire perché invece lo è.

Cosenza è il fascino della polvere del mondo, della pietra, di linee architettoniche mediterranee fatte di cortili, archi, gallerie, piazzette nascoste, di una sigaretta furtiva all’ombra dei panni stesi, di un odore familiare di cucina che arriva improvviso. Se ci fossero le taverne con il baccalà penserei di trovarmi all’Alfama di Lisbona. Fuori dal labirinto la cattedrale, magnifica potenza della pietra nuda e lo storico Caffè Renzelli per un caffè in ambiente risorgimentale. Cosenza però ha una nuova stazione ferroviaria che non si può che definire brutta, una cattedrale di cemento e linoleum semideserta, totalmente sovradimensionata rispetto al traffico odierno. Un treno locale per Sibari, attraverso la verde piana degli agrumeti, e poi giù lungo la costa ionica fino a quando si iniziano a scorgere piccoli vigneti bassi, anche vicini al mare. Cirò Marina.

‘A Vita

‘A Vita significa la vite in dialetto cirotano, ma per Francesco Maria De Franco la vite è anche una metafora della vita, dei sacrifici per allevarla sana e produttiva. Il cerchio è chiuso. ‘A Vita è il progetto di vita di Francesco di Cirò e Laura Violino da San Daniele, connubio ideale tra pragmatismo friulano e ingegnosità calabrese. Otto ettari di vigne sulle allungate colline di Cirò Marina e una casa che sta prendendo forma tra vecchi ulivi e un azzurro panorama su Punta Alice, proprio là dove si chiude il Golfo di Taranto. Una luce meridiana calda e corsara riempie la stanza, mentre Andrea, di tre mesi, segue in silenzio i movimenti e le parole di Laura e Francesco. Sulla tavola il buonissimo Cirò Superiore 2009 fa l’occhiolino alla Sardella salata, una succulenta crema a base di pesci azzurri minuscoli e peperoncini rossi.

Chissà cos’è passato per la testa di Francesco quando dieci anni fa decise di lasciare un’avviata e proficua carriera di architetto a San Marino, di spendere i suoi risparmi per comprare qualche ettaro di vigna nella sua Cirò e dedicarsi anima e corpo alla viticoltura. Se n’era andato da casa dopo il liceo per studiare architettura a Firenze, un percorso scelto in autonomia che non lasciava assolutamente spazio a un futuro da vignaiolo, tanto più che non era nemmeno un grande appassionato di vino.

Certe scelte maturano interiormente in maniera molto lenta, scavano, prendono forma senza che tu ne sia consapevole, poi deflagrano all’improvviso. A quel punto è fatta, cambiano totalmente la tua vita. Non puoi far altro che seguirne il corso, se vuoi essere felice: Francesco lascia San Marino e si trasferisce a Padova, dove viveva Laura, e s’iscrive alla facoltà di enologia di Conegliano. Ma le sue idee s’indirizzano da subito verso l’agricoltura naturale, una scelta eticamente obbligata, e inizia a frequentare le prime fiere del nascente movimento del Critical Wine a Verona. Conclusi gli studi a Conegliano, dopo uno stage di alcuni mesi in Cile, Francesco si trasferisce con Laura a Cirò e inizia l’avventura di ‘A Vita. La prima annata di produzione è stata la 2008.

Il Cirò e il prezzo

Il modello di riferimento è stato il vino prodotto dal nonno, scarico di colore, profumi soffusi, acidità viva e tannino graffiante. Un Cirò. Francesco ha le idee molto chiare e non ha avuto bisogno di consulenti che gli dicessero cosa fare; alla bisogna spedisce i campioni a un amico enologo di Nizza

Monferrato e dopo due giorni legge le analisi on line. Il vino cardine di ‘A Vita è il Cirò Superiore, tradizionale macerazione breve e affinamento di diciotto mesi; di fatto è un assemblaggio di uve da diversi vigneti (solo nella prima annata era espressione in purezza del primo vigneto acquistato, di oltre 40 anni). Il vino era buono, dice Francesco, ma il problema principale era stabilire un prezzo di vendita, cronico problema di un vignaiolo alle prime bottiglie.

«Avevo paura di non riuscire a venderlo, ci siamo basati sui prezzi del vino locale a Cirò e ci siamo presentati a un mercato dei vini naturali a Ercolano con un prezzo di 3,90. Per fortuna Bruno De Conciliis ha assaggiato il vino e ci ha aperto gli occhi. Ci siamo resi conto che a quel prezzo non avremmo coperto le spese vive neanche se avessimo venduto tutta la produzione. Alla fine dello scorso anno abbiamo fatto bene la somma dei costi, abbiamo inserito una remunerazione giusta del nostro lavoro (ci sono anche due collaboratori fissi) e abbiamo aggiustato i prezzi, che risultano decisamente più alti della media di un Cirò».

«Abbiamo capito che il valore aggiunto del nostro vino siamo noi», dice Laura. Le cose fortunatamente si sono messe subito bene, il vino ha avuto apprezzamenti, un buon passaparola tra gli appassionati e in poco tempo sono arrivate richieste da tutta Italia. «Però con questi prezzi continuo a non vendere una bottiglia a casa mia e in Calabria vendo appena il 10% della produzione, tra l’altro nella zona reggina, perché ci arriva un distributore siciliano. Qui il Cirò è il vino da tavola quotidiano e in bottiglia si trova a due euro e mezzo e sullo scaffale a più di dieci euro non lo comprano. Il fatto preoccupante è che, per la questione del prezzo, non lo prendono nemmeno i ristoratori di Cirò. Librandi ci riesce in virtù di una rete commerciale eccezionale, ma anche lui tiene i prezzi molto bassi sul Cirò Doc, mentre paradossalmente costano di più gli Igt, ai quali è stato dato più valore».

Cirò e il Gaglioppo

Cirò è il forziere del vino calabrese, un territorio dall’antica tradizione viticola, ancora molto viva. I lievi pendii collinari a ridosso della frazione Marina sono tappezzati da vigneti, le proprietà dei quali sono estremamente frazionate, in contesto naturale vario anche se piuttosto arido. La viticoltura è stata per anni una rilevante fonte di reddito per i contadini cirotani, sia per le buone quotazioni che ha sempre spuntato il Gaglioppo, senza dubbio il re di Cirò, sia per la sua generosità in termini produttivi e qualitativi. Infatti porta con sé un buon grado zuccherino, anche con produzioni sopra i cento quintali per ettaro, oltre a una notevole dote tannica che obbliga a macerazioni molto brevi, anche solo un paio di giorni per i vini d’annata.

Prevedibile anche un livello elevato di autoproduzione a livello familiare: «Nella mia famiglia tutti, dai nonni ai miei zii, hanno coltivato la vite e prodotto vino, tutti tranne mio padre. Questa è stata una fortuna, perché ha un carattere forte e accentratore però non ha le competenze per interferire nelle mie scelte in vigna e cantina. Tuttavia ha appoggiato con entusiasmo il mio progetto sin dall’inizio e si offre di aiutarmi, si impegna per trovarmi clienti, ma si scontra con una realtà imprenditoriale ancora non adatta alla nostra idea di vino».

Il Cirò è sempre stato Gaglioppo in purezza, almeno fino allo scorso anno quando il Consorzio di tutela ha optato per un cambio di disciplinare, inserendo la possibilità di usare un 20% di altri vitigni: «È prevalsa l’idea di vino industriale. Con questo disciplinare puoi essere sempre alla moda, flessibile. Un concetto tipicamente industriale. Ma riguarda le grandi cantine, non il contadino che ha e avrà solo il Gaglioppo».

Ma la cosa più bella è che non esiste affatto un unico clone di Gaglioppo, ci sono invece cloni e grappoli molto differenti. È sempre stata fatta selezione massale da un vigneto vicino e si pratica ancora l’innesto in campo perché non c’è vivaio che le riproduca. A Cirò esiste una diffusa competenza viticola; in ogni famiglia c’è almeno un bravo innestatore capace di fare l’innesto a occhio per il quale è necessaria molta perizia. «Qui siamo talmente indietro che oggi rischiamo di essere all’avanguardia» dice divertito Francesco.

La conferma arriva quando, dopo il giro nei vigneti, ci accompagna da un altro bravo e giovane vignaiolo, Sergio Arcuri. Non avrei mai creduto che ancora oggi la potatura invernale si potesse fare con l’arciglione, un attrezzo di paleoviticoltura molto pesante che il padre ottantenne di Sergio usa ancora con naturalezza e abilità.

Vini naturali

Per Francesco l’opzione naturale non si mai è posta, semplicemente ineluttabile. Nel movimento dei produttori di vini naturali ha trovato un ambiente solidale che non risente della divisione concettuale delle diverse associazioni. A livello locale sta cercando di coinvolgere altri giovani vignaioli responsabili nel movimento anche per cercare di dare spessore e credibilità a un vino misconosciuto come il Cirò. Dove tra l’altro sarebbe anche agevole praticare viticoltura naturale perché normalmente, grazie alla protezione della Sila, non piove mai da maggio a settembre e il Gaglioppo è abituato a convivere con una situazione siccitosa. Si tratta però di passare molto tempo in vigna per monitorare l’insorgere di malattie; e le cattive abitudini, si sa, sono difficili da scardinare così la maggior parte dei contadini per stare tranquilli usa regolarmente i sistemici a copertura. Paradossalmente poi in cantina non si usano pratiche interventiste: «non ci metto nessuna medicina» dicono, ma ormai, per così dire, il danno è stato fatto.

Non è ancora giorno quando ce ne andiamo, ma tutta la famiglia è in piedi per salutarci. Francesco ama andare in vigna al sorgere del sole, anche d’inverno. Non è esattamente quello che si dice un’abitudine confortevole e mentre prendiamo il caffè chiedo se si è mai pentito della sua scelta. «Nemmeno un secondo. Semmai sono pentito di non averla fatta prima».

Una falce di luna risplende nello straordinario cielo turchese.

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