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Dialogo tra due enofili impenitenti

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S – Qualche giorno fa ho avuto modo di assaggiare un vino rosato. Un vino pulito. Che non è stato nemmeno filtrato. È stato preso dalla vasca con grande delicatezza, e la parte fecciosa è stata messa da parte. E questo si è rivelato un vino sano, che sta bene in bottiglia. Ha fatto la sua fermentazione malolattica, quindi non ha bisogno di chiedere niente. Ha avuto tutto il tempo per raggiungere un livello accettabile di stabilità. Con una quota di solforosa ampiamente alla portata della salute umana. E questo è l’esempio di un vino che sta bene così. Certo, non rimarrà così per un anno, perché sarebbe anche innaturale, persino in un mondo in cui tutti si riempiono di botox e si rifanno continuamente…
C – In un tuo recente editoriale pubblicato su Porthos, dal titolo “Naturale”, tu arrivi perfino a chiederti se il problema non sia squisitamente terminologico. Piuttosto che di vino naturale, potrebbe allora avere un senso parlare, anche in relazione a quel percorso di ricerca e di consapevolezza con cui questi vini si identificano, di “vino etico”? O rischierebbe anche questa di essere una caricatura?
S – L’etica costituisce una sfera piuttosto difficile da verificare, soprattutto perché coinvolge più ambiti comportamentali della vita di una persona. Non sono convinto che si possa controllare davvero tutto in un produttore, per giudicarlo da questo punto di vista. A mio modesto parere, bisognerebbe essere più realisti e invitare piuttosto il produttore a riflettere sul fatto che fare il vino in modo naturale, a cominciare dal vigneto, è prima di tutto un grande guadagno per sé.
C – I vini naturali, per il modo in cui sono ottenuti, possono costituire, sempre con buona approssimazione, un salto temporale all’indietro?
S – Con tutta l’ignoranza che c’era a quel tempo sugli aspetti microbiologici del vino, la totale assenza di questa parte toglie certamente curiosità, poiché è inutile che tu vada indietro nel tempo quando tutto è cambiato intorno a te. Di una cosa sono abbastanza certo: i vini del Mediterraneo, quelli del limite meridionale della coltivazione della vite, avevano un rapporto molto più dialettico con l’aria, più libero, e questo è, a mio parere, già un risultato non indifferente. Quindi, alcuni vini naturali corrispondono certamente a un’idea di vino più antica.
C – L’accademico spagnolo Daniel Lumera è abbastanza noto sul web per il suo singolare studio sul sole, sull’astro Re, come ama definirlo, osservato da una prospettiva mirata ai suoi effetti sulla vita. L’ho ripescato dopo aver letto Joly. In un video su YouTube, dove presenta il suo libro, Il Codice della Luce, afferma: «Il sole è la medicina più potente e gratuita di cui disponiamo. La nostra relazione con il sole è fondamentale per vivere in salute. Lo stile di vita quotidiano è alterato e va cambiato. Una corretta esposizione con il sole è benefica e cura molte malattie. La luce contiene un’informazione che può giungere a noi direttamente, attraverso la nostra coscienza. Questo linguaggio, il “codice della luce”, agisce sia sulla materia sia sulle emozioni. Possiamo guardare al Sole come a un modello evolutivo. Possiamo ripercorrere i problemi dal “punto di vista” del Sole. Quando la coscienza umana diventa “solare” allora accede a un piano evolutivo superiore». Citando Joly: «Il vegetale è il legame tra il Sole e la Terra… La vite, non potendo innalzarsi  per meglio “ricongiungersi” alle forze solari, ha saggiamente atteso che queste “scendessero” più profondamente sulla Terra. Allora viene fecondata non da una luce primaverile, ma da una luce solare estiva, più duratura, più verticale, più potente». Edward Steinberg nel suo libro-viaggio Sorì San Lorenzo scriveva: «La vite rappresenta l’aristocrazia del regno vegetale». A questo punto, non senza emozione, mi chiedo: il vino, potrebbe costituire il fiero contenitore di questo linguaggio evoluto, ossia del codice della luce?
S – Lo è.

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