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Storie

Intervista a Davide Vanni

Indice articoli

a cura di laura pinelli e francesca pasqui

Abbiamo intervistato Davide Vanni, autore del documentario Vitae dedicato ai produttori di vini naturali che verrà proiettato sabato 9 aprile alle 18:30 a Cerea, in provincia di Verona, nell'ambito della manifestazione ViniVeri. Introdurrà l’evento Sandro Sangiorgi.

Davide Vanni studia al liceo scientifico di Salò e inizia ad allontanarsi da casa nel 1995 iscrivendosi alla facoltà di psicologia di Padova. Poi inizia il lavoro con i ragazzi autistici in terra friulana. Un altro trasloco lo conduce a Torino per il biennio alla scuola Holden e tanto cinema. Dopo un campus di cinema e magia in Lucania parte deciso verso il mondo del documentario.



Sandro
: È palpabile la tua felicità, la tua soddisfazione per aver realizzato questo viaggio; ti spiace esserci arrivato così tardi?
Davide: No, credo sia stato il naturale evolversi delle cose. Era una forma che volevo sviluppare e ci sono arrivato con i miei tempi.
S: Perché un educatore frequenta la scuola Holden? Come funziona?
D: Funziona che frequentare quella scuola non ti porta automaticamente da qualche parte.
S: Tu già lavoravi nel settore dell’assistenza sociale?
D: Io ero laureato in psicologia ma, in Italia, se non prosegui il cammino dello psicologo, non rimangono molte cose da fare. O cerchi lavoro in una grande azienda oppure vai a fare… il pastore! [ride].
S: Fai il pastore… oppure ti occupi di Risorse umane nelle grandi aziende, piene di laureati in psicologia.
D: Sì, infatti, tre giorni dopo la mia laurea mi chiamarono per lavorare come psicologo del lavoro, ma non era quella la mia intenzione. Già dal secondo anno e mezzo non ero più convinto del percorso che stavo facendo.
S: E all’inizio che cosa ti aveva convinto? Eri all’inseguimento degli amici?
D: Avrei voluto frequentare il liceo artistico, poi per varie cose non sono riuscito. Scelsi lo scientifico e da lì pensai di continuare facendo architettura o psicologia.
S: Le psicologhe sono bellissime!
D: Più che altro sono problematiche [ride]. Ho incontrato tante persone che andavano lì per risolvere i propri problemi.
S: Il passo da architettura a psicologia non è proprio scontato…
D: M’interessava studiare ed entrare in quello che pensavo fosse l’aspetto più umano della psicologia; invece mi sono scontrato con una parte sperimentale, abbastanza fredda. Soprattutto a Padova.
S: Un’osservazione distante?
D: Un’osservazione non partecipe. A parte rari esami, nei quali ho avuto modo di studiare cose alle quali ero molto interessato, che mi sono servite e che continuo ad approfondire.
S: Per esempio?
D: L’antropologia, la storia delle religioni, la sociologia, discipline raggruppate nell’approccio junghiano che trovo più complesso.
S: Anche più interessante da percorrere?
D: Più interessante e più onesto nei confronti della vita, che non è solo un approccio sperimentale di causa ed effetto, ma qualcosa di più; ci sono i sogni, le cose impreviste, i conflitti. È un’osservazione più instabile e meno scientifica, forse per questo intimorisce la scuola accademica. Nei docenti stessi vedevo un diverso modo di affrontare le lezioni, di parlare… e anche tra noi studenti, quei pochi presenti alle lezioni, si è creato un legame che prosegue tuttora.
S: Un legame di amicizia o anche un confronto scientifico?
D: Non un confronto scientifico, è più un filosofeggiare, un dialogare. Quando ci si risente, anche se sono passati mesi o anni, si riprende sempre da dove ci si è lasciati. È una bella complicità fra tre persone. È quello che, secondo me, manca alla freddezza con cui sono trattati gli argomenti e che costringe a stare seduti sui banchi senza avere un’esperienza pratica necessaria per chi vuole lavorare con le persone.
S: Quindi dopo due anni e mezzo ti sei accorto che non era il tuo percorso, però hai pensato che sarebbe stato meglio completarlo.
D: Esatto.
S: Finita psicologia che succede?


D: Proseguo con il famoso tirocinio non retribuito di dodici mesi, necessario per arrivare all’esame di Stato. Lo svolgo all’interno di una struttura ospedaliera della provincia di Brescia; ma sono abbastanza demotivato perché la psicologa assegnata come tutor non mi coinvolge, a volte mi fa fare le fotocopie, mi manda in posta…
S: Ma serve anche quello a volte, no?
D: Certo, sì sì... [ride] anche comprare il cibo per i gatti. Sentivo di voler iniziare al più presto il lavoro, il confronto con l’umanità da osservare, conquistare.
S: Da aiutare?
D: Ma non so… io non la vedo come un aiuto. È uno stare insieme, ascoltare le difficoltà dell’altro e andare avanti. Comunque, dopo otto mesi, si è presentata un’occasione di lavoro presso un centro per bambini autistici a Pordenone. Il professore con cui feci la tesi mi avvertì di questa possibilità, in una struttura che stava cercando personale. Mollai Brescia e feci il colloquio di selezione, che andò bene.
S: Dovevi cominciare subito?
D: Sì, ma avrei abbandonato comunque il tirocinio perché ero completamente scarico; ho iniziato il percorso di formazione in quello stesso centro, molto specializzato per quel tipo di problemi.
S: E lì hai incontrato persone più incoraggianti?
D: A livello formativo sì, perché la loro preparazione era seria; erano persone partecipi, genitori di un bambino autistico. Dopo due anni, la patologia che segna e logora emotivamente e la chiusura di questa coppia, lei era psicologa e direttore scientifico, lui era il presidente, mi hanno fatto tornare la voglia di provare ciò a cui stavo pensando durante l’università… legato al mio lato artistico.
S: Ti sei detto «vediamo cosa dice il mio lato artistico»?
D: Sì, mi sono licenziato e ho fatto il test d’ingresso alla scuola Holden. A quei tempi avevo letto molte cose di Baricco. Amavo molto leggere e anche scrivere, pensavo che comporre testi fosse una delle espressioni più importanti da sviluppare, che sentivo più mia. La scuola dura due anni e offre stimoli a 360 gradi su ogni tipo di scrittura: radio, teatro, cinema. Dopo il primo anno mi sono accorto che m’interessava l’immagine in movimento. Mi trovavo spesso all’interno della sala numero 3 del cinema Massimo e passavo intere giornate, dalle quattro del pomeriggio a mezzanotte…
S: Davano film di continuo?
D: Quattro film a ripetizione, tutti diversi. Il prezzo era due euro e mezzo per quattro film.
S: Che cosa hai visto in quel periodo?
D: Molte retrospettive… Mornau, Herzog, Cassavetes, americani alternativi a Hollywood ed espressionisti tedeschi. Mi piaceva molto il cinema orientale. A volte intervenivano i registi a presentare l’ultima giornata delle rassegne; venne Kim Ki Duk, venne Herzog, un regista coreano di cui ora non ricordo il nome.
S: C’erano spettatori nella famosa sala 3?
D: Ce n’erano pochi, nella maggior parte dei casi eravamo due o tre… a parte per i film più famosi. Ho anche dormito eh!
S: Beh, è giusto… Prendevi appunti?
D: Sì, ho ancora i quaderni dove alla fine del film, nella pausa di cinque minuti, mi segnavo qualcosa. Solitamente erano mini riassunti, per avere ricordo di quello che avevo visto, poi c’era qualche pensiero-chiave.
S: Ti è mai capitato, alla fine della giornata, di intrecciare le trame dei film, magari domandandoti «questo appartiene al film due o al film tre?».
D: No, li ho sempre ben distinti.
S: Li hai mai sognati la notte? Ti sei mai ritrovato in qualche film che avevi visto?
D: Forse erano sogni tipo schegge; come il programma di Ghezzi. Montati in modo rapido, una specie di blob. Sogni a forma di blob… si può dire?
S: Certo! E durante il secondo anno alla Holden cos’è successo?


D: Già tra il primo e il secondo ho fatto un’esperienza particolare: sono andato in alpeggio e ho lavorato tutta l’estate. Dovevo pagarmi il secondo anno alla scuola perché non avevo preso la borsa di studio.
S: Per il primo invece l’avevi presa?
D: No, l’ho pagato con i soldi del lavoro in Friuli.
S: E quanto costava?
D: Cinquemila euro.
S: Cui dovevi aggiungere i soldi della vita.
D: Penso di essere abbastanza economo, mi accontento di poche cose, il cinema era una di queste. Cibo, cinema e un letto!
S: Dunque sei in alpeggio...
D: A duemila metri: io, il pastore, a volte il nipote del pastore e le vacche.
S: Come lo avevi trovato?
D: Lui è il fratello di una mia amica valdostana. Lei mi disse che aveva bisogno di una persona e mi chiese se ero interessato, io avevo premesso che non avevo mai fatto niente del genere.
S: E cosa succede?
D: Che i ritmi della giornata cominciano a farsi scarni… Sveglia alle 3:45, ci si metteva la tuta da lavoro, gli stivali e in un minuto, con gli occhi ancora chiusi, si era già in stalla a mungere. C’era da attaccare la mungitrice, poi alcune vacche andavano munte a mano per problemi vari.
S: Per esempio?
D: Quando il latte, verso la fine della stagione, è più scarso perché il vitello comincia a succhiarne di più, quindi dai nove litri si passa ai due o tre, è molto più veloce farlo a mano. Oppure c’erano problemi fisiologici tipo la mastite.
S: Era un alpeggio di qualità, nel senso del rispetto verso le regole del rapporto persone–animali?
D: Sì, ma io credo che chi fa quel lavoro ami inevitabilmente gli animali; lui ogni anno andava lì e diceva che non avrebbe potuto immaginare un’altra vita.
S: Quanto tempo stava?
D: Da giugno a fine settembre.
S: E da dove veniva?
D: Aveva la stalla a Cerellaz, una piccola frazione del comune di Avise, non lontano da Arvier. E portava le mucche in Valgrisenche che, come dice la parola, è la valle grigia, perché l’acqua della Dora porta a valle i detriti del ghiacciaio. Luce ce n’è ben poca, sempre nebbia, e il sole cala presto anche d’estate.
S: Però l’erba deve essere meravigliosa.
D: Sì, quando la pioggia è abbastanza regolare, l’erba è di un verde molto acceso.
S: E le vacche apprezzano… a proposito, quante erano?
D: Una trentina, poi c’erano i vitelli e qualche manzo. A un certo punto della stagione i manzi devono stare da soli e noi li portavamo in quota lasciandoli lì.
S: Come li accompagnavi?
D: A piedi.
S: Tu hai cominciato a seguire tutte le attività del pastore o c’erano mansioni che non potevi svolgere perché erano sue esclusive responsabilità?
D: Facevo tutto quello che poteva fare lui; magari al pascolo andavo un po’ meno, perché è un compito che richiede maggiore esperienza e bisogna fare attenzione che le mucche non vadano in posti pericolosi.
S: … dai quali poi sarebbe molto difficile tirarle fuori. Ti è mai successo di esserti perso una mucca, un manzo o un vitellino uscito per distrazione?
D: No, no.
S: È stata la tua prima esperienza agricola?
D: Sì.



S: Gli alpeggi e i pascoli erano tutti sani dal punto di vista della gestione dei luoghi oppure c’era molta chimica di sintesi?
D: Inesistente, perché un alpeggio è fatto di bovini che pascolano (e che cagano…). La cacca dopo giorni e giorni di accumulo viene liberata e fatta defluire attraverso ruscelletti scavati dal pastore andando a “fert-irrigare” il terreno.
S: «Fert-irrigare»? È così che si dice?
D: Sì, credo di sì. Forse l’unica cosa non naturale è che a volte ai vitelli veniva allungato un po’ il mangime.
S: Le vacche avevano bisogno di antibiotici ogni tanto?
D: Quando avevano la mastite sì, non c’era modo; veniva il veterinario e faceva la puntura. Però in quel caso per sette giorni non si raccoglieva il latte.
S: Perché comunque andava munto…
D: Sì, per non far soffrire la mucca.
S: Giustamente lei fa il latte per allevare. C’era già una tua percezione sensoriale? Usavi il naso per carpire, captare, elaborare oppure questa tua componente non era ancora sviluppata? Per esempio gli odori di questo posto ti hanno sconvolto?
D: No. Ovviamente c’era l’odore dello sterco che copriva il resto.
S: E come ti è parso? L’hai vissuto male?
D: No, a me dopo un po’ piaceva, lo trovavo dolce.
S: Restituiva l’origine?
D: Decisamente. Credo che con il tempo ci si abitui. Lo senti ma non è più così acuto, avverti l’odore del pelo della mucca quando la mattina la mungi e le sei molto vicino.
S: E che odore è?
D: Un odore di latte, di piscio, di cacca mista al latte. Un po’ mi ha ricordato le strade di Edimburgo. Poi c’erano anche gli odori della pioggia, dell’erba bagnata del pascolo, dell’acqua del ghiacciaio (sembra quasi di sentirlo il ghiaccio mentre ti lavi le mani o bevi l’acqua). Poi c’è l’odore della fontina portato dall’erba estiva.
S: Il latte era venduto a qualche caseificio?
D: Sì, lo portavamo in strada e passava il furgone del caseificio della Valgrisenche.
S: Che non è male?
D: È molto buono.
S: Com’era il pastore?
D: Era abbastanza giovane, aveva pochi più anni di me. Non aveva studiato, forse aveva frequentato l’Institut Agricole, aveva poi continuato il lavoro della famiglia con le mucche. Il fratello invece aveva scelto di lavorare nei caseifici della Fontina, faceva i controlli.
S: Lui continua a fare il pastore?
D: Sì, da qualche anno lo accompagnano marocchini o indiani perché lì è difficile trovare indigeni che abbiano voglia.
S: Gli indiani hanno un rapporto speciale con le mucche.
D: Lui è un tipo che non parla molto e, quando lo fa, è abituato a esprimersi con il patois. Quando c’era il nipote parlavano esclusivamente così; io cercavo di capire qualcosa ma…
S: È un po’ francese?
D: Sì, è un po’ francese, un po’ italiano e c’è anche qualche parola di spagnolo. Una volta mi ricordo che stavamo dormendo nell’altro alpeggio (loro ne hanno due, perché bisogna cambiare per far maturare l’erba) e invece di alzarci alle tre e mezzo ci siamo svegliati un’ora dopo. Subito lui ha detto «Vito! Vito! Vito!», che in patois vuol dire «presto, presto, presto».
S: Ti trovi bene con le persone che parlano poco, vero?
D: Sì, diciamo che parlo poco anch’io.
S: E non solo. Sei andato anche a scuola per condividere il tuo tempo con le persone autistiche, che non credo parlino un granché. Dopo aver lavorato, arrivano i soldi per pagarti la Holden? A settembre-ottobre ricomincia la scuola e che succede? Avevi fatto il corso di scrittura, giusto?
D: Sì, ed essendo un master, alla fine dell’anno puoi scegliere secondo la tua inclinazione.
S: Tu cosa avevi scelto?
D: Un piccolo video documentario, un testo di sceneggiatura e… non mi ricordo. Comunque, alla fine del secondo anno scelsi di approfondire la mia conoscenza cinematografica, cercando di capire cosa fare dopo. Non ero tanto preoccupato, a differenza degli altri miei compagni più “leccaculo” che andavano a cercare le cose attaccandosi agli insegnanti. Io non sono così, ho bisogno di essere più distaccato e, per un senso di vergogna o di pudore, non riesco a chiedere le cose con ardore. Continuai tutto il secondo anno fino a che lessi nella bacheca di un bando europeo per partecipare al “Campus cinema e magia: Lucania” e lì ebbi una specie d’illuminazione. C’erano quindici posti e decisi di andare in Lucania anche non sapendo se mi avrebbero preso. Bisognava fare una prova d’ingresso con uno storico, studioso di De Martino e del territorio lucano. Consigliavano di leggere un libro di De Martino Pianto e magia. Già il viaggio mi aprì il cuore e la mente. Mi ricordo che, superate con il treno le gallerie della Campania, si aprirono paesaggi magnifici. Mi sentivo bene, il viaggio era molto energetico.


S: Eri mai andato così a Sud nella tua vita?
D: Ero stato in Puglia, però la Lucania è tutt’altro, è un paesaggio incantato.
S: Qual era la località?
D: Pisticci.
S: Beh, adesso è piuttosto famosa; ci fanno un festival.
D: Sì, da sedici anni c’è un festival organizzato da quei ragazzi che passo a trovare appena posso.
S: Al colloquio ti presero?
D: Inizialmente non mi dissero niente, tornai a Torino e passarono altre settimane senza sapere nulla. Poi arrivò la buona notizia. A giugno terminò la scuola Holden e subito dopo ci sarebbe stata la grande festa finale; io però dovevo partire per il campus e andai in Lucania. Lì conobbi gli altri ragazzi con cui alloggiai nell’ex orfanotrofio del paese.
S: In che cosa consisteva il campus?
D: Era diviso in tre o quattro sezioni e per ognuna c’era un insegnante della scuola nazionale di Roma o comunque legato al mondo del cinema. Tutti i docenti sviluppavano la parte teorica del progetto e poi si passava alla pratica. Generalmente il lavoro consisteva nel rapportarsi al luogo, al paesaggio e alla gente che ci viveva per raccogliere materiale legato a retaggi della magia lucana, quella studiata da Ernesto De Martino. Spesso ci trovavamo a iniziare la giornata all’alba per cercare le luci dei paesaggi.
S: Passi dall’alpeggio a Pisticci, continui a svegliarti all’alba.
D: Già… credo sia stato il periodo della mia vita in cui ho visto più albe. Ho iniziato a esplorare il territorio, a entrare nei posti, a dialogare, a cercare me stesso e quello che ha lasciato il luogo, in posti come Craco.
S: Craco Si trova lì vicino?
D: A quindici chilometri da Pisticci ed è un paese completamente abbandonato, vuoto; a parte un pastore che viveva abusivamente in una grotta. Proprio sotto a questa specie di città fantasma c’è rimasta qualche casa, ma il paese è stato ricostruito a valle e si chiama Craco Nuovo. Decisi, insieme con altri due ragazzi, di girare un cortometraggio nella parte più alta del paese, la torre, che era anche stata la causa della rovina del posto. Lì sotto, infatti, era raccolta l’acqua e vi fu un dissesto idrogeologico che creò profonde voragini.
S: Avete fatto un lavoro su questo?
D: Sì, io ero un attore che non parlava, ma si muoveva e camminava sulla torre. Una sera, noi ragazzi e il docente di Roma restammo in paese per guardare le “schegge” della giornata sul muro di una casa di Craco, e si fece notte. Da sotto arrivò una volante della polizia, perché era proibito trattenersi lì dopo il tramonto. Con un megafono ci chiesero di scendere perché dal basso vedevano le luci. Una mia amica, Aurelia, si tagliò con un vetro e cominciò a sanguinare, poi toccandosi sparse il sangue sulla faccia. Si diceva che lì qualcuno andava a svolgere dei riti satanici e forse la polizia era arrivata per quello; quando videro Aurelia completamente sporca di sangue, avranno pensato a qualche rituale. Alla fine chiamarono i nostri responsabili di Pisticci e la cosa si risolse. Quelle cinque settimane mi diedero molto e fecero emergere in me l’esigenza di raccontare attraverso il documentario. Forse è lì che è nata la mia volontà di…
S: Documentare e narrare?
D: Sì, ma a modo mio. Sempre vicino a uno sguardo poetico, non televisivo. Tornato a Torino comprai l’attrezzatura: una videocamera, un cavalletto e un microfono e iniziai a fare il mio primo documentario. Lo intitolai “Dentro il giardino, dalle 16 alle 18”. Il giardino è quello pubblico del paese dove sono nato, Vobarno; a quell’ora mio nonno e agli altri anziani si sedevano sulle panchine, poi arrivavano le badanti dell’Est e dei ragazzi africani, si creava una dinamica sorprendente.
S: Tre soggetti sociali così diversi. Interagivano e non si odiavano?
D: No. Gli anziani continuavano a ripetere battute a sfondo sessuale sulle badanti russe e rimproveravano i ragazzi africani che con le biciclette facevano molto rumore…
S: E le badanti russe non s’innervosivano?
D: Erano pazienti, sopportavano, ascoltavano. Era bello quando le vedevi insieme la domenica che si concedevano uno spazio di intimità, si raccontavano le loro cose, a volte cantavano.
S: Sei riuscito a riprendere tutte quelle cose?
D: Sì, ho anche registrato una signora che mi ha cantato un paio di cose in russo.
S: E l’intervista a Nino è di quel periodo?
D: Di due anni dopo.
S: Si coglie questa maturità, in effetti.


D: L’anno successivo tornai dal pastore.
S: Quindi hai lavorato in alpeggio due volte?
D: No, tornai per fare un documentario. Mentre ero lì avevo conosciuto la storia della Valle e della diga che avevano costruito nello stesso periodo di quella del Vajont.
S: Le due dighe avevano progetti simili?
D: Ad accomunarle era la pericolosità, il territorio nel versante della valle era a rischio frane. Nella documentazione avevo ritrovato la dichiarazione di un geologo parlamentare che aveva sconsigliato di costruire una diga proprio lì.
S: Interessante.
D: Però la costruirono lo stesso e i sette villaggi che erano nel letto di quello che sarebbe stato il lago artificiale vennero allontanati. La gente comprò casa con i soldi dello Stato e ognuno se ne andò, chi in Val Pedina, chi nelle altre valli.
S: Sei andato a parlare con loro?
D: Sì, sono andato a cercare le loro storie. Quello che m’interessava era avvicinarmi per far risuonare il passato. Un modo per sentirmi più dentro la vita.
S: E anche in questo lavoro usi musiche composte da tuo padre?
D: No, registrai il coro in patois della chiesa di Valgrisenche. Chiesi espressamente di recitarmi delle frasi che scrissi e di musicarmele in coro.
S: A te piace il freddo?
D: Sì.
S: Valle d’Aosta e Basilicata sono due delle regioni più fredde d’Italia.
D: Oddio, il deserto lucano in agosto forse è uno dei posti più caldi d’Italia.
S: Però d’inverno le temperature medie della Lucania sono toste.
D: Soprattutto sono zone di vento, entrambe.
S: Alla luce di queste esperienze, quando finisce la scuola, capisci subito che non avresti potuto vivere di arte visiva e decidi di cercare lavoro?
D: No.
S: E quanto sei rimasto lì a menartela?
D: Altri tre anni. Volevo qualcosa di non troppo impegnativo, che non mi prendesse tutto il giorno.
S: Eri un bamboccione… Abitavi ancora con i tuoi?
D: No, no. Avevo trentuno anni e da più di dieci vivevo per conto mio e non chiedevo soldi a casa.
S: Te la dovevi cavare da solo: treni, autobus… Non avevi la macchina.
D: Già. Lavorai per un po’ con un fotografo che faceva matrimoni. Era un modo per tirar su due soldi, campavo con cinquecento euro il mese.
S: E dove vivevi?
D: A Torino, in appartamento con due amici.
S: Torino è stato un luogo di formazione, di lavoro?
D: È stato un luogo di attesa esistenziale.
S: Poi cosa scatta che ti porta a cercare lavoro?
D: A un certo punto arrivò la telefonata del responsabile di una televisione satellitare. Disse di aver visto dei miei video e mi chiese se ero interessato a lavorare per lui. Venni a Roma un paio di volte per qualche colloquio, poi mi fece scrivere un progetto su un format legato a dei paesaggi, villaggi e al viaggio. Alla fine non se ne fece niente perché mi dissero che non c’erano soldi.
S: Che strano…
D: Allora decisi di andare a Madrid, dove avevo un’amica che aveva fatto con me il campus in Basilicata.
S: Quindi lasci l’appartamento di Torino?
D: Lascio qualsiasi cosa.
S: Ti porti solo la macchina fotografica?
D: Quella, il microfono, il computer e una volta il mese mi arrivava un pacco con alimenti italiani [ride]. Una volta ogni tre mesi, va! Vissi un anno a Madrid e trovai un part time con un’associazione che si occupava di autismo.
S: La lingua non era un problema?
D: Imparai molto rapidamente. Poi conobbi un colombiano che aveva un’idea per un documentario su dei musicisti, suoi connazionali, e mi misi a realizzarlo. Fu un modo per entrare concretamente in una parte di Madrid. Credo che sia l’esperienza che mi ha dato di più, grazie a storie di migrazioni interne ed esterne. Il documentario parla di chi ha raggiunto Madrid dalla campagna e dai paesi vicini in epoca franchista o in momenti di crisi e povertà. E di chi ha attraversato l’oceano.
S: E poi torni?
D: Sì, per amore di una donna.
S: Italiana?
D: Sì. A Madrid lavoro non ce n’era.
S: Dove l’avevi conosciuta?
D: Durante il mio tirocinio di psicologia.
S: E siete rimasti amici?
D: Sì, lei era una donna sposata. Ci siamo risentiti quando ero a Madrid e le cose si sono un po’ incanalate. Io ero timoroso di restare lì perché non c’era niente da sviluppare. Avevo appena finito di fare il documentario, ma non c’era niente di solido e concreto.



S: In quel periodo hai pensato che con il documentario la vita avrebbe avuto una svolta?
D: No, non ci credevo. Le cose si erano fermate… e in Italia c’è stata l’opportunità di tornare a lavorare in modo stabile nel centro diurno per ragazzi disabili.
S: La notizia come ti è arrivata?
D: Perché questa donna ha fatto da tramite. Sono tornato in Italia, ho visto il centro e parlato con la presidente.
S: Quanti anni hai fatto lì?
D: Cinque anni e mezzo. Solo che già pensavo che avrei lavorato per qualcos’altro. Durante quel periodo, avevo già qualche interesse verso il vino, una crescente curiosità. Siccome mi restava qualche soldo in tasca ho cominciato a comprare delle bottiglie.
S: Avevi uno stipendio incredibile rispetto alle tue abitudini?
D: Sì, mille e cento euro per me erano una cosa fantastica.
S: A un certo punto cominci ad amare il vino e a comprarlo, ma poi cosa succede?
D: Un giorno torno in Friuli, dove avevo vissuto due anni, e incontro casualmente un produttore di vino che grazie alla sua generosità e al suo modo di essere mi fa emozionare e avere voglia di avvicinarmi di più.
S: Chi è?
D: Stefano Novello.
S: Quindi è lui il primo incontro della tua vita da innamorato del vino?
D: Andai prima da Renato Keber, che conoscevo già.
S: Come avevi conosciuto Renato?
D: Quando vivevo a Pordenone avevo bevuto una sua bottiglia di Merlot e visitato la sua azienda.
S: Assaggiavi e andavi a trovare i produttori? Un collegamento automatico per te?
D: Se c’è una cosa che mi emoziona sì.
S: Per te è più importante conoscere il posto o la persona?
D: Trovo che siano entrambi importanti, ma sono interessato principalmente alla persona.
S: Dopo che ci siamo conosciuti, per te il concetto di luogo ha guadagnato maggiore importanza, giacché ne parlo sempre, o già l’aveva?
D: Già l’aveva, ma il mio approccio al territorio si è comunque evoluto, tant’è che ho provato il desiderio di lavorare fisicamente nella vigna. Appena iniziato il viaggio, mi sono meravigliato dei posti in cui mi sono trovato, diventando sempre più consapevole e curioso di trovare insieme persone e luoghi. Il giorno in cui conobbi Stefano (che mi fece assaggiare solo rossi) era tale la bellezza con cui parlò e la freschezza con cui mi accolse, sebbene non mi conoscesse, che me ne andai con qualcosa che mi restava dentro, e si agitava. Un po’ come un colpo di fulmine, un innamoramento, come qualcosa alla quale vuoi restare vicino: una mamma, una sorta d’imprinting. Ho quindi cercato di assecondare questa piacevolezza visitando e conoscendo altri viticoltori, più o meno vicini a dove abitavo. Credo che questo tipo d’incontri siano stati una cosa naturale.


S: In che modo entra il documentario nell’incontro Vino-Persona-Luogo?
D: Il documentario deriva da una mia esigenza di conoscere.
S: Ma nasce immediatamente?
D: No. Inizialmente trovavo quasi fastidioso avvicinarmi a questo mondo, per me così bello, per farne un documentario; provavo una sorta di allontanamento emotivo. Pensavo: «Sarebbe bello fare un lavoro su Stefano, sul vigneto, sul vino, su persone che vivono in questo modo la campagna e donano una profonda emozione accogliendoti e facendoti provare i loro prodotti». Però la pensavo come una cosa talmente intima che non ci fosse bisogno di fare un lavoro del genere.
S: Intima tra te e lui, tra te e il vino? Spiegami meglio.
D: Era una cosa che vivevo io ma che estendevo anche agli altri. Pensavo che chiunque avrebbe potuto conoscere i produttori e la viticultura ed emozionarsi come me, ed era bello lasciarlo per ciò che era: un’esperienza di vita vissuta e null’altro. Tuttavia continuavo a pensarci, giorno dopo giorno, gli incontri aumentavano, tornai a trovare Stefano e gli altri e pian piano mi dissi che forse, in maniera delicata, si poteva realizzare qualcosa. Da lì nacquero l’idea e il progetto. Avevo già fatto piccole cose, ma in quello che realizzavo mancava il respiro.
S: Ti prego, sii più preciso.
D: Mancava un di più a livello spaziale e nelle differenze individuali: una complessità.
S: E cosa dovevi fare per arrivare a quel livello?
D: Dovevo viaggiare e guardare di più.
S: È come se dovessi superare un’intimità, un pudore tuo, per cercare di indagare?
D: Sì, il documentario mi ha aiutato a superare le timidezze e a rapportarmi con le persone e i luoghi.
S: Tu hai grande delicatezza nella ripresa. Una persona non si accorge di essere registrata o fotografata da te. Questo ti ha aiutato di fronte a persone che, nella loro quotidianità, non sono abituate a stare davanti ad una telecamera?
D: Credo di sì. Si è sempre creato un rapporto di sinergia tra me e l’altro. Anche nei casi in cui inizialmente il rapporto era un po’ freddo, l’atmosfera si è sciolta in breve tempo. È un approccio che sento mio e che mi aiuta.
S: Parliamo un attimo del viaggio. Se tu avessi avuto l’automobile, l’avresti usata?
D: No, questo è sicuro.
S: Pensavi dall’inizio che il viaggio andasse fatto così e ne eri convinto? Forse perché nella tua vita hai comunque viaggiato poco in auto, sei stato più accompagnato. Anche da me, per esempio [sorride].
D: Doveva essere fatto così. Con treno, autobus, BlaBlaCar, traghetto e piedi, molto a piedi.
S: E questo come e cosa favorisce? Per esempio, qualcuno potrebbe dirti che saresti riuscito a raccontare più storie e andare da più persone, utilizzando mezzi più veloci. Cosa rispondi?
D: Che si perderebbe.
S: Che cosa hai bisogno di conservare?
D: Ho bisogno di lentezza, di arrivare pian piano alle cose.
S: Quanto tempo facevi passare tra l’incontro con un produttore e il momento in cui scrivevi per il sito di Porthos?


D: Per i primi tre mesi ho fatto passare poche ore.
S: E poi?
D: La dinamica del viaggio mi ha portato ad accumulare tanto e ho cominciato a faticare a mettere per iscritto, sebbene ci fossero sempre cose da raccontare.
S: Temevi di ripeterti?
D: No, scrivere richiedeva uno sforzo maggiore.
S: Dovuto a cosa? Al fatto che le emozioni si sovrappongono?
D: Non tanto le emozioni quanto le concretezze; è una sorta di stanchezza.
S: Oppure perché più sono le esperienze, che diventano più fitte, più dense, meno senti la necessità di pubblicare e, parallelamente, aumenta il desiderio di riflettere?
D: I primi due o tre mesi scrivevo di getto e avevo l’esigenza di riportare quello che vivevo. Era talmente forte l’emozione.
S: E pubblicavi? Perché tra scrivere e pubblicare c’è un passaggio fondamentale: si riconosce a se stesso il diritto di esibire il proprio lavoro.
D: Certo, ma veniva da sé. Scrivevo e pubblicavo senza tanto rileggere.
S: Perché? Che cosa è cambiato in questo diario di viaggio?
D: Non so se è stato il passaggio tra la pubblicazione su un blog che avevo creato io e il sito di Porthos; ma non credo.
S: Non lo credo neanche io.
D: È come uno stacco. C’era stata inoltre, nel mezzo, una piccola parentesi amorosa.
S: E che cosa c’entra?
D: C’entra, perché l’energia con cui scrivevo era in parte dovuta a questo, anche se non in modo predominante. Mi sono chiesto tante volte il motivo del cambiamento. L’ho vista come una naturale dinamica di un progetto che sta arrivando a conclusione, più va avanti e più rallento. Non c’è una fatica nello scrivere, perché se m’impegno riesco a mantenere il ritmo iniziale, ma si è creata un’inerzia. Vivo con la stessa intensità i rapporti umani con i produttori e con i paesaggi, continuo a camminare, ma è come se le cose che incontro e che ho dentro non siano poi così necessarie.
S: Come si distingue l’attività di ripresa da quella di scrittura?
D: Prendo ovviamente degli appunti, soprattutto mentali, di quello che succede. Faccio le riprese e verso sera, quando si creano degli spazi temporali di pausa (per questo ho bisogno di fare tante soste: mi servono per andare avanti e sviluppare le idee e i vissuti) rivivo un po’ la giornata e mi annoto quelli che gli inglesi chiamano landmark. Sono punti emotivi forti che rimangono sparsi nel tempo trascorso. Possono essere frasi dette da qualcuno o azioni viste compiere, colori e suoni. Guardando le fotografie prendo ispirazione da quello che avevo vissuto prima di fotografare, dalle ragioni per cui l’ho fotografato, da quello che c’era intorno all’immagine, da come mi sento, piccole cose più o meno importanti; lo diventano nel momento in cui decido di metterle per iscritto.
S: Pensando a come funzionano i mezzi pubblici, l’Italia esce bene dai tuoi viaggi. In alcune zone della nostra provincia non ci sono molti autobus, ma è sufficiente fare attenzione e in pratica si arriva ovunque. Basta essere disposti a percorrere qualche chilometro a piedi.
D: Sì, bisogna avere il tempo per farlo.
S: Sei stato bloccato da qualche sciopero?
D: No.
S: E cosa ti ha potuto rallentare?
D: Il vento a Pantelleria, il mare mosso e nient’altro. Forse qualche ritardo per nubifragio, ma irrisorio. Alla vigilia del viaggio pensavo che avrei dovuto affrontare più difficoltà.
S: Si risparmia viaggiando con i mezzi pubblici?
D: Sì, sì. Il budget che avevo pensato all’inizio è stato abbondantemente rispettato.
S: Ah, bene. C’è qualche episodio che ti andrebbe di raccontare? Hai cominciato nel tardo autunno del 2014, dopo un anno sei arrivato ad affrontare la vendemmia, il periodo emotivamente più tosto per un produttore, e l’hai seguita in tanti luoghi diversi. Vuoi fare un piccolo bilancio?
D: Sono rimasto sempre emotivamente colpito dalla diversità e dall’uguaglianza di alcune cose nelle donne e negli uomini che lavoravano la vigna. Diversità che è legata alla provenienza storica della persona e al suo carattere, uguaglianza per alcuni aspetti comuni a livello di filosofia, di approccio e di pratiche delle azioni da svolgere nel campo. Ciò che ho cercato di sentire nei vini, di chiedere e di analizzare è appunto un rapporto tra il vino stesso e il carattere di chi lo fa. E questa cosa esce sempre.
S: Non credi che sia tutta una costruzione mentale? Che sia un po’ superficiale pretendere di conoscere il carattere di una persona dopo averla frequentata due o tre giorni?
D: Sì, forse è un po’ troppo complesso, ma qualcosa si percepisce.
S: O lo si vuole percepire?
D: Allora tutto si vuole percepire.
S: No, No! L’odore della merda delle vacche non si vuole percepire, c’è. Invece, pensare di associare il vino al produttore è forse addirittura un sogno.
D: Comunque è una minima parte, quel quid, quel modo di essere. È chiaro che nel vino ci sono degli elementi legati alla terra, questo è inevitabile.
S: Hai incontrato una piccolissima parte della viticultura italiana, se io ti chiedessi qual è il suo livello? Non dal punto di vista qualitativo, perché forse è troppo complesso, mi riferisco alla sanità agricola.
D: Per ciò che ho visto nel mio viaggio è un paese assolutamente sano, sebbene sia cosciente della parzialità della mia visione.
S: Hai scelto alcune persone verso le quali provi affetto e altre pensando ai loro vini, magari confrontandoti con me e con Matteo. Hai incontrato qualcuno che non se la sente più? Vicino a gettare la spugna perché troppo difficile? Oppure sono tutti incoraggiati a continuare perché la scelta che hanno fatto è in assoluto la migliore?
D: Ho incontrato persone che si lamentano e dicono che hanno dolori di qua, problemi di là… però in fondo non potrebbero fare altro. Forse è un po’ piangersi addosso, in senso buono.
S: Quindi sei d’accordo con me che vedo i produttori lamentarsi troppo, non del tutto consapevoli della fortuna che hanno?
D: Sì e no. In alcuni casi lamentarsi può fare bene, perché è un modo per scaricare, per tirare fuori le proprie ansie e i propri pensieri.
S: Quanto è stato importante lavorare con loro?
D: Fondamentale. Volevo farlo da subito. Nel 2013 ho preso ferie proprio per seguire le fasi della vigna in Franciacorta, da Michele al Pendio.
S: Però questo lavoro in vigna t’impediva di fare l’intervista.
D: Sì certo, però ero consapevole che non erano necessarie ventiquattro ore per intervistare e fare riprese. Era maggiore il tempo che avevo a disposizione per lavorare. Stavo due o tre giorni in un’azienda e le cose venivano fuori piano piano; crescevano gli approfondimenti e le domande le facevo alla fine, prima riprendevo il paesaggio e le azioni.
S: Un avvicinamento concentrico.
D: È il mio stile. Le pause mi servono per questo. È un modo per sentirmi più partecipe.
S: Tu fai parlare i produttori, ma se riuscissi a realizzare un documentario con sola azione e silenzio?
D: Ci ho pensato. Sarebbe una piccola elegia dove si mischiano colori, azioni, paesaggi e suoni.


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