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Intervista a Davide Vanni

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D: Proseguo con il famoso tirocinio non retribuito di dodici mesi, necessario per arrivare all’esame di Stato. Lo svolgo all’interno di una struttura ospedaliera della provincia di Brescia; ma sono abbastanza demotivato perché la psicologa assegnata come tutor non mi coinvolge, a volte mi fa fare le fotocopie, mi manda in posta…
S: Ma serve anche quello a volte, no?
D: Certo, sì sì... [ride] anche comprare il cibo per i gatti. Sentivo di voler iniziare al più presto il lavoro, il confronto con l’umanità da osservare, conquistare.
S: Da aiutare?
D: Ma non so… io non la vedo come un aiuto. È uno stare insieme, ascoltare le difficoltà dell’altro e andare avanti. Comunque, dopo otto mesi, si è presentata un’occasione di lavoro presso un centro per bambini autistici a Pordenone. Il professore con cui feci la tesi mi avvertì di questa possibilità, in una struttura che stava cercando personale. Mollai Brescia e feci il colloquio di selezione, che andò bene.
S: Dovevi cominciare subito?
D: Sì, ma avrei abbandonato comunque il tirocinio perché ero completamente scarico; ho iniziato il percorso di formazione in quello stesso centro, molto specializzato per quel tipo di problemi.
S: E lì hai incontrato persone più incoraggianti?
D: A livello formativo sì, perché la loro preparazione era seria; erano persone partecipi, genitori di un bambino autistico. Dopo due anni, la patologia che segna e logora emotivamente e la chiusura di questa coppia, lei era psicologa e direttore scientifico, lui era il presidente, mi hanno fatto tornare la voglia di provare ciò a cui stavo pensando durante l’università… legato al mio lato artistico.
S: Ti sei detto «vediamo cosa dice il mio lato artistico»?
D: Sì, mi sono licenziato e ho fatto il test d’ingresso alla scuola Holden. A quei tempi avevo letto molte cose di Baricco. Amavo molto leggere e anche scrivere, pensavo che comporre testi fosse una delle espressioni più importanti da sviluppare, che sentivo più mia. La scuola dura due anni e offre stimoli a 360 gradi su ogni tipo di scrittura: radio, teatro, cinema. Dopo il primo anno mi sono accorto che m’interessava l’immagine in movimento. Mi trovavo spesso all’interno della sala numero 3 del cinema Massimo e passavo intere giornate, dalle quattro del pomeriggio a mezzanotte…
S: Davano film di continuo?
D: Quattro film a ripetizione, tutti diversi. Il prezzo era due euro e mezzo per quattro film.
S: Che cosa hai visto in quel periodo?
D: Molte retrospettive… Mornau, Herzog, Cassavetes, americani alternativi a Hollywood ed espressionisti tedeschi. Mi piaceva molto il cinema orientale. A volte intervenivano i registi a presentare l’ultima giornata delle rassegne; venne Kim Ki Duk, venne Herzog, un regista coreano di cui ora non ricordo il nome.
S: C’erano spettatori nella famosa sala 3?
D: Ce n’erano pochi, nella maggior parte dei casi eravamo due o tre… a parte per i film più famosi. Ho anche dormito eh!
S: Beh, è giusto… Prendevi appunti?
D: Sì, ho ancora i quaderni dove alla fine del film, nella pausa di cinque minuti, mi segnavo qualcosa. Solitamente erano mini riassunti, per avere ricordo di quello che avevo visto, poi c’era qualche pensiero-chiave.
S: Ti è mai capitato, alla fine della giornata, di intrecciare le trame dei film, magari domandandoti «questo appartiene al film due o al film tre?».
D: No, li ho sempre ben distinti.
S: Li hai mai sognati la notte? Ti sei mai ritrovato in qualche film che avevi visto?
D: Forse erano sogni tipo schegge; come il programma di Ghezzi. Montati in modo rapido, una specie di blob. Sogni a forma di blob… si può dire?
S: Certo! E durante il secondo anno alla Holden cos’è successo?

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