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Intervista a Davide Vanni

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S: Gli alpeggi e i pascoli erano tutti sani dal punto di vista della gestione dei luoghi oppure c’era molta chimica di sintesi?
D: Inesistente, perché un alpeggio è fatto di bovini che pascolano (e che cagano…). La cacca dopo giorni e giorni di accumulo viene liberata e fatta defluire attraverso ruscelletti scavati dal pastore andando a “fert-irrigare” il terreno.
S: «Fert-irrigare»? È così che si dice?
D: Sì, credo di sì. Forse l’unica cosa non naturale è che a volte ai vitelli veniva allungato un po’ il mangime.
S: Le vacche avevano bisogno di antibiotici ogni tanto?
D: Quando avevano la mastite sì, non c’era modo; veniva il veterinario e faceva la puntura. Però in quel caso per sette giorni non si raccoglieva il latte.
S: Perché comunque andava munto…
D: Sì, per non far soffrire la mucca.
S: Giustamente lei fa il latte per allevare. C’era già una tua percezione sensoriale? Usavi il naso per carpire, captare, elaborare oppure questa tua componente non era ancora sviluppata? Per esempio gli odori di questo posto ti hanno sconvolto?
D: No. Ovviamente c’era l’odore dello sterco che copriva il resto.
S: E come ti è parso? L’hai vissuto male?
D: No, a me dopo un po’ piaceva, lo trovavo dolce.
S: Restituiva l’origine?
D: Decisamente. Credo che con il tempo ci si abitui. Lo senti ma non è più così acuto, avverti l’odore del pelo della mucca quando la mattina la mungi e le sei molto vicino.
S: E che odore è?
D: Un odore di latte, di piscio, di cacca mista al latte. Un po’ mi ha ricordato le strade di Edimburgo. Poi c’erano anche gli odori della pioggia, dell’erba bagnata del pascolo, dell’acqua del ghiacciaio (sembra quasi di sentirlo il ghiaccio mentre ti lavi le mani o bevi l’acqua). Poi c’è l’odore della fontina portato dall’erba estiva.
S: Il latte era venduto a qualche caseificio?
D: Sì, lo portavamo in strada e passava il furgone del caseificio della Valgrisenche.
S: Che non è male?
D: È molto buono.
S: Com’era il pastore?
D: Era abbastanza giovane, aveva pochi più anni di me. Non aveva studiato, forse aveva frequentato l’Institut Agricole, aveva poi continuato il lavoro della famiglia con le mucche. Il fratello invece aveva scelto di lavorare nei caseifici della Fontina, faceva i controlli.
S: Lui continua a fare il pastore?
D: Sì, da qualche anno lo accompagnano marocchini o indiani perché lì è difficile trovare indigeni che abbiano voglia.
S: Gli indiani hanno un rapporto speciale con le mucche.
D: Lui è un tipo che non parla molto e, quando lo fa, è abituato a esprimersi con il patois. Quando c’era il nipote parlavano esclusivamente così; io cercavo di capire qualcosa ma…
S: È un po’ francese?
D: Sì, è un po’ francese, un po’ italiano e c’è anche qualche parola di spagnolo. Una volta mi ricordo che stavamo dormendo nell’altro alpeggio (loro ne hanno due, perché bisogna cambiare per far maturare l’erba) e invece di alzarci alle tre e mezzo ci siamo svegliati un’ora dopo. Subito lui ha detto «Vito! Vito! Vito!», che in patois vuol dire «presto, presto, presto».
S: Ti trovi bene con le persone che parlano poco, vero?
D: Sì, diciamo che parlo poco anch’io.
S: E non solo. Sei andato anche a scuola per condividere il tuo tempo con le persone autistiche, che non credo parlino un granché. Dopo aver lavorato, arrivano i soldi per pagarti la Holden? A settembre-ottobre ricomincia la scuola e che succede? Avevi fatto il corso di scrittura, giusto?
D: Sì, ed essendo un master, alla fine dell’anno puoi scegliere secondo la tua inclinazione.
S: Tu cosa avevi scelto?
D: Un piccolo video documentario, un testo di sceneggiatura e… non mi ricordo. Comunque, alla fine del secondo anno scelsi di approfondire la mia conoscenza cinematografica, cercando di capire cosa fare dopo. Non ero tanto preoccupato, a differenza degli altri miei compagni più “leccaculo” che andavano a cercare le cose attaccandosi agli insegnanti. Io non sono così, ho bisogno di essere più distaccato e, per un senso di vergogna o di pudore, non riesco a chiedere le cose con ardore. Continuai tutto il secondo anno fino a che lessi nella bacheca di un bando europeo per partecipare al “Campus cinema e magia: Lucania” e lì ebbi una specie d’illuminazione. C’erano quindici posti e decisi di andare in Lucania anche non sapendo se mi avrebbero preso. Bisognava fare una prova d’ingresso con uno storico, studioso di De Martino e del territorio lucano. Consigliavano di leggere un libro di De Martino Pianto e magia. Già il viaggio mi aprì il cuore e la mente. Mi ricordo che, superate con il treno le gallerie della Campania, si aprirono paesaggi magnifici. Mi sentivo bene, il viaggio era molto energetico.

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