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Intervista a Davide Vanni

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D: Per i primi tre mesi ho fatto passare poche ore.
S: E poi?
D: La dinamica del viaggio mi ha portato ad accumulare tanto e ho cominciato a faticare a mettere per iscritto, sebbene ci fossero sempre cose da raccontare.
S: Temevi di ripeterti?
D: No, scrivere richiedeva uno sforzo maggiore.
S: Dovuto a cosa? Al fatto che le emozioni si sovrappongono?
D: Non tanto le emozioni quanto le concretezze; è una sorta di stanchezza.
S: Oppure perché più sono le esperienze, che diventano più fitte, più dense, meno senti la necessità di pubblicare e, parallelamente, aumenta il desiderio di riflettere?
D: I primi due o tre mesi scrivevo di getto e avevo l’esigenza di riportare quello che vivevo. Era talmente forte l’emozione.
S: E pubblicavi? Perché tra scrivere e pubblicare c’è un passaggio fondamentale: si riconosce a se stesso il diritto di esibire il proprio lavoro.
D: Certo, ma veniva da sé. Scrivevo e pubblicavo senza tanto rileggere.
S: Perché? Che cosa è cambiato in questo diario di viaggio?
D: Non so se è stato il passaggio tra la pubblicazione su un blog che avevo creato io e il sito di Porthos; ma non credo.
S: Non lo credo neanche io.
D: È come uno stacco. C’era stata inoltre, nel mezzo, una piccola parentesi amorosa.
S: E che cosa c’entra?
D: C’entra, perché l’energia con cui scrivevo era in parte dovuta a questo, anche se non in modo predominante. Mi sono chiesto tante volte il motivo del cambiamento. L’ho vista come una naturale dinamica di un progetto che sta arrivando a conclusione, più va avanti e più rallento. Non c’è una fatica nello scrivere, perché se m’impegno riesco a mantenere il ritmo iniziale, ma si è creata un’inerzia. Vivo con la stessa intensità i rapporti umani con i produttori e con i paesaggi, continuo a camminare, ma è come se le cose che incontro e che ho dentro non siano poi così necessarie.
S: Come si distingue l’attività di ripresa da quella di scrittura?
D: Prendo ovviamente degli appunti, soprattutto mentali, di quello che succede. Faccio le riprese e verso sera, quando si creano degli spazi temporali di pausa (per questo ho bisogno di fare tante soste: mi servono per andare avanti e sviluppare le idee e i vissuti) rivivo un po’ la giornata e mi annoto quelli che gli inglesi chiamano landmark. Sono punti emotivi forti che rimangono sparsi nel tempo trascorso. Possono essere frasi dette da qualcuno o azioni viste compiere, colori e suoni. Guardando le fotografie prendo ispirazione da quello che avevo vissuto prima di fotografare, dalle ragioni per cui l’ho fotografato, da quello che c’era intorno all’immagine, da come mi sento, piccole cose più o meno importanti; lo diventano nel momento in cui decido di metterle per iscritto.
S: Pensando a come funzionano i mezzi pubblici, l’Italia esce bene dai tuoi viaggi. In alcune zone della nostra provincia non ci sono molti autobus, ma è sufficiente fare attenzione e in pratica si arriva ovunque. Basta essere disposti a percorrere qualche chilometro a piedi.
D: Sì, bisogna avere il tempo per farlo.
S: Sei stato bloccato da qualche sciopero?
D: No.
S: E cosa ti ha potuto rallentare?
D: Il vento a Pantelleria, il mare mosso e nient’altro. Forse qualche ritardo per nubifragio, ma irrisorio. Alla vigilia del viaggio pensavo che avrei dovuto affrontare più difficoltà.
S: Si risparmia viaggiando con i mezzi pubblici?
D: Sì, sì. Il budget che avevo pensato all’inizio è stato abbondantemente rispettato.
S: Ah, bene. C’è qualche episodio che ti andrebbe di raccontare? Hai cominciato nel tardo autunno del 2014, dopo un anno sei arrivato ad affrontare la vendemmia, il periodo emotivamente più tosto per un produttore, e l’hai seguita in tanti luoghi diversi. Vuoi fare un piccolo bilancio?
D: Sono rimasto sempre emotivamente colpito dalla diversità e dall’uguaglianza di alcune cose nelle donne e negli uomini che lavoravano la vigna. Diversità che è legata alla provenienza storica della persona e al suo carattere, uguaglianza per alcuni aspetti comuni a livello di filosofia, di approccio e di pratiche delle azioni da svolgere nel campo. Ciò che ho cercato di sentire nei vini, di chiedere e di analizzare è appunto un rapporto tra il vino stesso e il carattere di chi lo fa. E questa cosa esce sempre.
S: Non credi che sia tutta una costruzione mentale? Che sia un po’ superficiale pretendere di conoscere il carattere di una persona dopo averla frequentata due o tre giorni?
D: Sì, forse è un po’ troppo complesso, ma qualcosa si percepisce.
S: O lo si vuole percepire?
D: Allora tutto si vuole percepire.
S: No, No! L’odore della merda delle vacche non si vuole percepire, c’è. Invece, pensare di associare il vino al produttore è forse addirittura un sogno.
D: Comunque è una minima parte, quel quid, quel modo di essere. È chiaro che nel vino ci sono degli elementi legati alla terra, questo è inevitabile.
S: Hai incontrato una piccolissima parte della viticultura italiana, se io ti chiedessi qual è il suo livello? Non dal punto di vista qualitativo, perché forse è troppo complesso, mi riferisco alla sanità agricola.
D: Per ciò che ho visto nel mio viaggio è un paese assolutamente sano, sebbene sia cosciente della parzialità della mia visione.
S: Hai scelto alcune persone verso le quali provi affetto e altre pensando ai loro vini, magari confrontandoti con me e con Matteo. Hai incontrato qualcuno che non se la sente più? Vicino a gettare la spugna perché troppo difficile? Oppure sono tutti incoraggiati a continuare perché la scelta che hanno fatto è in assoluto la migliore?
D: Ho incontrato persone che si lamentano e dicono che hanno dolori di qua, problemi di là… però in fondo non potrebbero fare altro. Forse è un po’ piangersi addosso, in senso buono.
S: Quindi sei d’accordo con me che vedo i produttori lamentarsi troppo, non del tutto consapevoli della fortuna che hanno?
D: Sì e no. In alcuni casi lamentarsi può fare bene, perché è un modo per scaricare, per tirare fuori le proprie ansie e i propri pensieri.
S: Quanto è stato importante lavorare con loro?
D: Fondamentale. Volevo farlo da subito. Nel 2013 ho preso ferie proprio per seguire le fasi della vigna in Franciacorta, da Michele al Pendio.
S: Però questo lavoro in vigna t’impediva di fare l’intervista.
D: Sì certo, però ero consapevole che non erano necessarie ventiquattro ore per intervistare e fare riprese. Era maggiore il tempo che avevo a disposizione per lavorare. Stavo due o tre giorni in un’azienda e le cose venivano fuori piano piano; crescevano gli approfondimenti e le domande le facevo alla fine, prima riprendevo il paesaggio e le azioni.
S: Un avvicinamento concentrico.
D: È il mio stile. Le pause mi servono per questo. È un modo per sentirmi più partecipe.
S: Tu fai parlare i produttori, ma se riuscissi a realizzare un documentario con sola azione e silenzio?
D: Ci ho pensato. Sarebbe una piccola elegia dove si mischiano colori, azioni, paesaggi e suoni.


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