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Storie

Per Stanko

Stanko1
foto di davide vanni


I ricordi di matteo
2014, Vini di Vignaioli a Fornovo.
Sono nel pieno della confusione e sento chiamare il mio nome. È Stanko, capisco che vuole dirmi una cosa urgente. Vado alla sua postazione accerchiata di avventori, mi dice: «Devo andare via per un po’, stai qui. Oh ragazzo, versa poco vino, mi raccomando!». Rispondo con una faccia stupefatta, ma cerco di mostrarmi sicuro. Non ho il tempo di pensare.
Ci eravamo conosciuti qualche mese prima al Rosenbar di Gorizia, in un pranzo durato fino a sera, con la sua famiglia e Sandro. Parlavamo di troppe cose per avere oggi un ricordo definito. Mi rimane una sensazione di benessere, la stessa che ci permise di rimetterci in viaggio in auto nonostante le tante bottiglie assaggiate e di continuare a stare bene, di buon umore.
Ho davanti il banchetto pieno di bottiglie, alzo gli occhi e vedo una decina di braccia allungate con in mano un calice. Stanko non mi aveva dato indicazioni sull’ordine di assaggio, non sapevo quali vini avesse portato, le bottiglie erano tante, tutte insieme, non ci capivo niente. Inizio a orientarmi, mi creo un ordine, insomma, in qualche modo me la cavo. Mi segnalano un tappo, confermo, la metto sotto il banco e ne apro un’altra. Passa una buona mezz’ora e, preso a parlare di macerazioni e volatile, non mi accorgo che Stanko è tornato. Vede la bottiglia sotto il tavolo e la rimette in degustazione. Borbotta qualcosa, mi manda a quel paese con affetto mentre mi stringe il collo con il braccio. Mi ringrazia, mi sento fortunato.
Ho visto Stanko per l’ultima volta la sera del 10 marzo di quest’anno. Mi trovavo, sempre al Rosenbar, con Alexis Paraschos. Stanko era insieme a Suzana, appena tornati da una visita dall’esito negativo, la prima dopo un periodo di relativa stabilità. Lo vidi triste ma non abbattuto... non ci volle tanto perché iniziasse a scherzare, a ridere, ancor più fragorosamente quando arrivò Evangelos, il padre di Alexis. Prima di andare via ci salutammo con una lunga stretta di mano e gli dissi: «Stanko, mi raccomando!».
Mi rispose con una faccia vispa, un mezzo sorriso e un occhiolino.


stanko giampi
foto di giampi giacobbo, villa boschi 2008

I ricordi di sandro
Il mio primo pensiero è per Suzana, poi per i suoi figli, un ragazzo e due ragazze, con loro piangiamo la morte di Stanko.
Non posso condensare e riassumere, solo con le parole e in uno spazio come questo, il senso di una conoscenza nata trentacinque anni fa. Potrei raccontare giornate, episodi di vita nei quali, pur non vivendoli insieme, ci siamo pensati così intensamente da credere fossero coincidenze. Invece erano desideri di comunità, di sentire come si fa al buio per capire se l’altro è vicino, pronto ad allungare la mano e a toccarla.
Una sera di fine agosto dell’86, davanti a un piatto di pasta al pomodoro fatto da Suzana a un orario impensabile per le loro abitudini – i romani mangiano tardi la sera, alle 9 – Stanko mi disse che si sentiva privilegiato ad aver potuto vendere i suoi animali, liberarsi della stalla, della gravosa eredità di famiglia, per dedicare finalmente tutta l’esistenza lavorativa alla viticoltura e al vino, la sua vocazione. E smetterla con alternatori e circuiti elettrici. C’eravamo incontrati cinque anni prima e non gli sembrava vero che venissimo da così lontano a chiedergli come faceva il vino. Era stato il suo maestro, Josko Gravner, a mandarci da lui. Era il tempo nel quale il vino bianco friulano cambiava da giallo ambrato a giallo paglierino, abbandonava la vinificazione con le bucce e affrontava la pressatura soffice. Una rivoluzione.
Poi arrivarono le estenuanti maturazioni in botti, spesso piccole e di legno nuovo, i lunghi affinamenti in bottiglia, le alcolicità debordanti. Questi ragazzi di confine non si sono fatti mancare nulla, prima di ricongiungersi alla loro origine, alle proprie radici.
Domenica mattina di fine agosto 2001, Stanko sta finendo di fare dei lavori in cantina, la vendemmia incombe. Mi riceve ma non è tanto sicuro di volermi vedere. Saša, il figlio, che avevo conosciuto da piccolissimo e avevo incontrato in altre occasioni, mi accoglie con tenerezza, scioglie la tensione paterna e rende le cose più semplici. Stanko era arrabbiato con tutti, per la prima volta usò un’espressione rimasta nella memoria di molti, «Ci sono più parassiti intorno al vino che nella vigna!», per spiegare cosa non gli andava giù. Con l’aiuto di Saša non fu poi così difficile tornare ai “nostri” discorsi preferiti. Così disse della svolta che stava affrontando dal 1997, verso la quale si sentiva sicuro «Finalmente ho recuperato il gusto del vino di mio padre», ma al tempo stesso la raccontava con un pudore che non avevo conosciuto, come fosse di fronte a un tesoro che basta poco per dissolverlo.
Luglio 2014, un sabato mattina umido, quasi autunnale… bellissimo. Stanko si sta riprendendo, vuole reagire ai trattamenti che gli demoliscono l’energia vitale, la volontà. Sarà una giornata indimenticabile, divertente, di quelle nelle quali ci si avvicina al “terzo grappolo” e ci si sente fortunati a non toccarlo. Gli dico che sono i figli a scegliere i propri genitori e lui, sorpreso, mi dice che a saperlo avrebbe fatto di meglio! Poi, ci pensa, e coglie il senso di questa che è una delle grandi leggi del buddismo: vogliamo scegliere i genitori perché amiamo la sfida nel voler cambiare la nostra vita, vogliamo spezzare una catena di dolore, della quale nessuno ha colpa. E lui l’ha fatto.

Stanko, ho aperto una porta su un nuovo mondo e la chiave me l’hai data tu.
Ci vediamo presto, Amico mio.

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