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Il Montepulciano nelle Marche. Un romanzo di formazione (o un’opera aperta)


Gli attimi bisognerebbe lasciarli così come si sono vissuti, mai tentare di ripeterli, di riviverli.
 (Heinrich Böll, Opinioni di un clown, trad. it. Amina Pandolfi, Mondadori, Milano 2001)


La mattina di domenica 18 maggio, ad Ascoli Piceno, presso il Palazzo dei Capitani del Popolo, si è svolta la degustazione riservata ai Montepulciano delle aziende del Consorzio Terroir Marche.
Ho riletto il reportage su Porthos 21 dedicato ai rossi delle Marche, ho riascoltato la registrazione dell’evento, ho rispolverato le parole, le note e i disegni. La distanza amplia i ricordi, ma li condensa anche.
Rimane l’essenziale.

Il Montepulciano nelle Marche - Porthos Edizioni
foto di giuseppe squillacioti

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La prossemica del vino - Centopercento Grechetto

“La dimensione nascosta” è un introvabile saggio del 1966 di Edward T. Hall, pubblicato in Italia da Bompiani nel 1968 e tradotto da Massimo Bonfantini. Il sottotitolo è “Vicino e lontano: il significato delle distanze tra le persone”.
Si tratta di un volume che introduce in modo semplice ed esaustivo alla prossemica, la dottrina semiologica che studia i gesti, i comportamenti, lo spazio e le distanze all’interno di una comunicazione, verbale e non verbale. È una disciplina dell’esperienza quotidiana perché basata sull’osservazione dei comportamenti della società in cui viviamo, pieni di significato anche quando si manifestano per abitudine e istinto.
E il vino? “La prossemica del vino”… sembra il titolo altisonante dell’ultimo romanzo dell’enologo in voga! In verità, è un modo per spiegare il grado di coinvolgimento davanti al bicchiere, esperienza che ho potuto fare, contestualmente alla lettura del libro, provando il senso di vicinanza e lontananza del vino in occasione di Centopercento Grechetto, grazie all’invito di Giampiero Pulcini e all’ospitalità della Cantina Roccafiore di Todi.
La degustazione cieca di tredici vini da undici aziende, mi ha dato il modo di conoscere le diverse interpretazioni del bianco umbro e, così, ho potuto scorgere, dove possibile, i modi di un vino-vitigno in piena riscoperta. Addirittura, è tale l’entusiasmo che da più parti s’immagina una nuova anima bianchista dell’Umbria. Si parla dei cloni – il g109 (grechetto di Orvieto) e il g5 (grechetto di Todi) –, si spendono articoli sulla personalità duttile e gastronomica, non mancano riferimenti al tannino, alla sua sana rusticità... Tutto vero, ma da pochi vini ho percepito un senso di vicinanza.

Todi e Centopercento Grechetto - Porthos Edizioni

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15 luglio - Il Tavij, Teresa e Nadia

Il viaggio prosegue in una linea che si spezza nel territorio astigiano. A parlare continuano ad essere voci di donna in una femminea continuità che tiene leggera il corso della mia storia in un mondo dove è solito trovare mani e parole di maschio. Giulia mi accompagna a Scurzolengo, lì mi aspetta Nadia. Da Firano si sale verso nord-est e si oltrepassano le acque del Tanaro. Il paesaggio collinare è interrotto soltanto dalla periferia della città e guadagna colore e silenzi man mano che le strade tornano a salire.     
La presenza dell′uomo si assottiglia, le costruzioni con lui. I cartelli indicano Calliano, San Desiderio, Portocomano e Scurzolengo.

Teresa, Nadia e i tre bicchieri della Cascina Tavijn del Monferrato - Porthos Edizioni

Sulle colline si spiegano strisce e strisce di piante di vite e boschi di nocciole. Arriviamo in località Monterovere. Stampati in un cielo aperto i tre bicchieri della Cascina Tavijn, il Grignolino, il Ruché e la Barbera. 

Ottaviano, Teresa, Nadia e i tre bicchieri della Cascina Tavijn del Monferrato - Porthos Edizioni

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8 luglio - Mario e Giulia, la duerta e de duan

Pensate, caro signore, al mondo che portate in voi, e chiamate questo pensare come volete; sia ricordo della propria infanzia o desiderio del proprio futuro, solo ponete attenzione a quello che sorge in voi, e levatelo sopra tutto quello che osservate intorno a voi. Il vostro più intimo accadere è degno di tutto il vostro amore, a esso voi dovete in qualche maniera lavorare e non perdere troppo tempo e animo a chiarire la vostra posizione di fronte agli uomini.
                                                                      R. M. Rilke

Ed è nella città degli uomini che è trascorsa la notte, là dove le strade sono ora vuote di gente e calde e umide di un sole e di un'aria imprigionati tra gli asfalti e le case e le luci dei lampioni ancora accesi. Anche nella città si attende il nuovo giorno. È un'attesa silenziosa, di qualcosa che comunque ha da capitare in ogni caso. Un'abitudine che ci si porta addosso senza quasi sentirla.
È lasciando la città, che a poco a poco il risveglio si stende e partecipa alla vita delle cose che sono attorno. È restando all'aperto e camminando o correndo o pedalando verso una terra ancora campagna che il respiro si apre come natura e può respirare quell'alba che sale dal buio e promette giorno. 

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7 luglio - Ovada, da una parte all'altra del fiume

Quando apro la porta per andare verso la vigna, il Marino è già lì che si muove tra le cose, le fa suonare con il suo tocco di vento salato. Guardo il sole giovane e penso a quelle uova di gallina che hanno nel colore del tuorlo il colore di un sole appena nato e allo stesso tempo cadente al tramonto della sera a Occidente e a quelle uova che invece hanno nel centro il colore di un sole più caldo e pomeridiano. Oggi è così che il pensiero porta il risveglio. Sono colori e consistenze. L′alba pare una solitudine; il sole, un uovo da rompere sulla vita per ammorbidirla, amalgamarla, tirarla in uno sfoglio di pasta. Provo un attimo di malinconia tra gli occhi e lo stomaco: non dovremmo far altro che mangiare vita.
Taglio corto. Percorro il sentiero fino al vigneto, indosso i guanti e mi avvicino alla pianta, le azioni faranno il resto. Paolo mi raggiunge dopo qualche minuto e continuiamo in silenzio il lavoro nell′aria che si muove e dà piacere. Ormai siamo agli ultimi filari, poche ore ed abbiamo finito di accomodare il Gaggeto.

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20 luglio - Giulio e Didier, espressioni di montagna

Da qualche anno la linea Torino-Aosta si è frantumata così come tante altre linee che sono state spezzate, limitate e soppresse; la Milano-Venezia, la linea notturna che scendeva nel meridione, eccetera eccetera eccetera. Si è lasciata via libera e preferenziale alle frecce nazionali, la bianca, la rossa e la freccia argento. Chissà se all′inizio quelli delle ferrovie pensavano a paragonare i treni agli aerei e abbiano dimenticato e confuso il terzo colore della bandiera. Niente alta velocità per quest′anno, al massimo un Intercity notte da Roma a Messina. AV rappresentava per me il tasto che ero solito vedere da bambino sul telecomando del videoregistratore. Sì, ammetto di averlo preso anch′io un treno ad alta velocità quando c′era un offertona meno costosa dell′interregionale, ma per questo progetto ho scelto la calma e la pazienza e in cambio ho ricevuto tempo. Un tempo per leggere, un tempo per conoscere e parlare, per stare con altri viaggiatori, per guardare le stazioni passare e sincerarmi di ciò che le separa, per scrivere articoli e per dormire.

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16 luglio - Verso cascina Cottignano, Carlo e Giacomo

Dal finestrino, all′orizzonte, sembrano attaccate al cielo, così vicine che il tempo di una passeggiata può portarti da loro, là dove le salite hanno inizio. Ho trascorso sei anni della mia vita a Torino e nelle andate e nei ritorni verso la terra natia le osservavo con un sentimento di bellezza, tuttavia, senza sentirle addosso, estranee e irraggiungibili. Poi una volta ci camminai per davvero. È stato come un lampo. La percezione che lassù potevo inseguire la mia fatica, portare i miei pensieri e farli camminare fino a sfinirli e renderli essenza. Ora, a guardarle, quelle montagne che fanno le Alpi, è guardare una parte di me, avere dentro un pezzo di mondo libero da tutte le nozioni di storia e geografia e nomenclatura, sapere che possiamo essere un luogo e dividere con esso la complessità e la semplicità dei giorni.

Verso Colombera e  Garella Cascina Cottignano, da Carlo e Giacomo - Portho Edizioni

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Ricordo di Ale

Oggi è un mese dal giorno della morte di Alessandro “Ale” Zamboni. Sin da subito ho pensato che avrei “dovuto” scrivere qualche riga, ma non ci sono riuscito fino a oggi. Sono ancora traumatizzato dall’evento. Nella mia vita ho avuto la fortuna di subire pochissimi lutti così profondi, questo mi ha segnato più di tutti. La vicenda dell’incidente, l’errore delle prime indiscrezioni, la superficialità dei media, tutti aspetti dolorosi che, però, non c’entrano con la tristezza inconsolabile che porto con me.

Alessandro Zamboni ad una degustazione - Porthos Edizioni

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Manteniamoci giovani - La presentazione a La Dispensa Pani e Vini di Torbiato di Adro

riprese di luca fermariello
montaggio e testi di mauro fermariello



Come rifiutare un invito di Sandro Sangiorgi ad una serata in onore dei vini di Emidio Pepe? E, nella sua incoscienza, Sandro ha anche insistito che mi sedessi al tavolo con lui, per “intervistarlo” sul suo libro “Manteniamoci giovani”, che parla appunto del vignaiolo abruzzese. Il tutto alla Dispensa, di cui avevo già parlato qui.
Sono preparato, ho letto il libro due volte, prendendo pure appunti. È scritto bene, da Alice Colantonio e Matteo Gallello, e illustrato da Marcello Spada (dipinti) e Giulia Cerro (foto). Siamo tra i primi ad arrivare (con me c’è mio figlio Luca, sue le foto e le riprese). Al tavolo degli oratori c’è un signore a me sconosciuto; ci presentiamo, e scopro che è Umberto Stefani, autore di “Ventuno vignaioli” (Edizioni Equilibrio), che avevo letto con molto piacere. Sarà lui a introdurre Sandro, che poi condurrà la sala in un magnifico viaggio nelle terre di Torano, Abruzzo.

da www.winestories.it

La presentazione si è svolta mercoledì 25 febbraio 2015

Miniatura di agosto 2015

Il mio primo pensiero va a “Porthos racconta...” il nostro progetto didattico. Alle persone che a Roma e in tutta Italia hanno contribuito a organizzare corsi, seminari e singoli eventi; per non rifilarvi un elenco di nomi – ci sarà tempo anche per quello – ne scelgo due che rappresentano bene il meraviglioso e piccolo gruppo che ha lavorato in quest’ultimo anno, Pino Carone e Giovanna “Jo” Pascoli. La loro principale qualità? Sopportare me...
Avevo promesso che nel 2015 sarei stato più tempo possibile a Roma per dedicarmi a Porthos Trentasette, alla fine non è andata così. In primo luogo perché tenere delle classi sul vino è un pilastro della mia vita emotiva, intellettuale e monetaria, una condizione irrinunciabile.

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Ein Prosit 2014 - Damijan Podversic


riprese e montaggio di davide vanni


La storia di Damijan Podversic è tanto recente quanto profonda, per il vissuto e per la ricchezza dei contenuti espressi, sin dall’inizio, nel 1987, quando aveva venti anni. Ha realizzato un sogno sognato da quando aveva dodici anni ma conseguirlo è stato tutt′altro che semplice...



Gravner è il produttore più importante nel percorso di Damijan. Da lui ha imparato a non scendere a compromessi e a vivere per fare un grande vino, bevanda spirituale per antonomasia costituita da tre elementi: croccantezza del frutto, mineralità del territorio, ritmo dell’annata, veri e propri obblighi nei confronti del consumatore.
Per fare un grande vino servono una grande terra, un grande vitigno e un grande seme. Solo a seme maturo l’uva è matura e, in quel momento, per Damijan, il solo dovere è preservare il lavoro svolto durante i 364 giorni che precedono la vendemmia.





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