logo porthos

Indipendenti da sempre,
ci occupiamo di vino, cibo e cultura

Il tuo carrello è vuoto

ico fbico twico isico gplusico ytico yt

Porthos 1

Intervista al produttore: Elisabetta Foradori

"Il Melograno è il mio frutto preferito, non è solo il sapore, ma già l'origine orientale me lo rende più vicino, e poi quando lo apri c'è piena l'idea della diversità, è un mosaico spontaneo, sorprendente, tannico e pieno di cose così diverse che non può non avere un rapporto con la vite".

Il Granato è il suo vino più importante, viene naturale chiedersi dunque da dove venga questo nome. Il colore non basta a spiegarlo, Elisabetta ci guida attraverso i suoi pensieri di produttrice, ci illustra l'amore per lo scrittore Ajtmatoff e per il medio oriente, quella zona dei Balcani dalla quale sono giunti tutti i vitigni europei più importanti, compreso il suo Teroldego.

– Il Teroldego, come tutti i vitigni autoctoni è una passione e una dannazione, la viticoltura degli anni '60 ha cambiato completamente il punto di vista produttivo, ha trasformato gli impulsi del viticoltore, gli ha chiesto di fare un lavoro diverso dalla storia.
– Come si esce da questo impasse, come si riesce a dare nuovo vigore ad una viticoltura che si è fatalmente appiattita?
Ci vuole una generazione, venti anni per ricostruire un'identità viticola che ci riporti alla espressione più pura dei vitigni autoctoni. E' indispensabile ricercare all'interno del proprio vigneto quelle risorse, i ceppi meno produttivi, quelli che esprimono vini di grande equilibrio senza forzature, per delineare un profilo viticolo completo, affidabile e duraturo.
Ma le esigenze di qualità sono nate già almeno una quindicina di anni fa, cosa è successo in questi tre lustri, e lo chiedo non solo per il Teroldego, perché non sono state fatte scelte più decise?
– La tecnica di cantina si è notevolmente affinata, ha perso la sua freddezza tecnologica e ha concesso al produttore strumenti e stili per fare vini molto buoni e regolari, questo però non ha risolto il problema viticolo, lo ha assopito, e così un percorso, chiaramente duro e faticoso, come quello del miglioramento qualitativo è apparso più facile e rapido. Oggi però ci si accorge che senza un approfondimento nel vigneto si finisce per fare vini buoni ma molto simili tra di loro.
– Lo dici anche a fronte di zone diverse e di annate molto diverse.
– Ciò che c'è in ballo per il vino di qualità oggi sembra non tenere più conto della diversità delle vendemmie, anche la critica dovrebbe a mio parere crescere, maturare una considerazione meno esasperante della qualità, cercandola proprio nella differenza espressiva dei vini. Non si può pensare che un produttore che ha incontrato una vendemmia complicata, o solo molto diversa dal suo standard debba forzare l'espressione del suo vino perché ha paura che non piaccia al tal critico o al tal consumatore. La diversità, chiamiamola pure irregolarità, è un valore dei grandi vini da vitigni autoctoni e in purezza, va dunque spiegata, raccontata, senza sottovalutare il prezzo che un produttore paga, perché un vitigno come il Teroldego a volte ti fa proprio disperare.
– Questa tua affermazione mi pare una dichiarazione forte contro uno stile che pur non essendo palesemente internazionale ne è in realtà contaminato.
– L'Europa non deve perdere la sua centralità, il profilo dei vini autoctoni deve essere aiutato da scelte più coraggiose, come una vera biodiversità nei vivai che sembrano imprigionati dalle loro certezze. Il Nuovo Mondo ci ha offerto un'idea di costruzione del vino in cantina che ha migliorato molto anche noi, ma i loro modelli non ci appartengono".
Elisabetta Foradori, 35 anni il 22 maggio, è rimasta orfana del padre, Roberto, che nel '76 ha lasciato lei e la mamma Gabriella con una azienda da mandare avanti. A quel tempo la agricola Foradori faceva soprattutto uva da vendere alle cantine della zona e poco vino in bottiglia. Una bella responsabilità per la mamma, chiediamo.
"Le donne della nostra famiglia hanno sempre avuto in mano la situazione, mia nonna aveva un'osteria con la quale pagava i debiti di quel sognatore di mio nonno che voleva fare l'orefice nella sperduta Val di Rabbi. Mia madre ha sostenuto l'azienda anche quando io non avevo tanta voglia di fare la produttrice.
– Quando hai scoperto che invece fare il vino poteva essere il tuo mestiere?
– Appena diplomata a San Michele - scuola enologica quasi obbligatoria per i figli degli agricoltori e dei produttori trentini - feci un viaggio in Europa che non aveva nelle aspettative nulla di enologico, ma che invece si è rivelato molto istruttivo. Ricordo molto bene l'effetto che mi ha fatto il sud della Francia, che in quel periodo stava ricostruendo la sua viticoltura dopo essere stato a lungo un bacino per vini mediocri.
– Il matrimonio con Rainer Ziroch, oltre a fare tre figli, ha contribuito a far crescere te e la tua azienda?
 – Rainer aveva un intuito notevole, ma le idee su ciò che dovevo fare le avevo già chiare, e quando ci siamo lasciati, dal punto di vista professionale, per me non è cambiato nulla, curavo personalmente i vigneti e la cantina prima, ho continuato a farlo con lui e anche dopo.
Provando a non scadere nella retorica della figura femminile sul lavoro chiediamo a Elisabetta come si trova una donna che fa vino sul serio?
– Da un lato godo di attenzioni che non vengono riservate a produttori uomini, e sono senz'altro piacevoli, dall'altro invece faccio fatica a farmi prendere sul serio, a comunicare la mia responsabilità tecnica nell'azienda, tanto che anche tu non avevi un'idea molto precisa prima di questo colloquio, o non è così?.
– Lo ammetto. Dopo aver trattato aspetti viticoli generali vediamo più da vicino il Teroldego ed il Trentino, per dare un quadro completo della situazione.
– Il Trentino fa fatica a prendere una strada qualitativa più costante perché le cantine più grandi, che sono veri e propri poli di attrazione quantitativa, hanno sempre garantito un reddito al di là della qualità fatta. Il Teroldego è un vitigno selvaggio, in alcuni terreni pare un leone in gabbia, per questo bisogna governare l'irruenza con portinnesti deboli e suoli magri. Ma quando matura è bellissimo, ha una buccia resistente, concentra gli aromi con gradualità e produce un colore che mi emoziona sempre.
– Dal punto di vista della fermentazione e della maturazione in legno ci sono indicazioni particolari che lo rendono molto diverso da altri ceppi così ricchi di polifenoli?
– Quando il Teroldego fermenta bisogna che non sia troppo euforico, e quindi la temperatura va gestita con attenzione, altrimenti i lieviti cominciano a lasciare cose non molto gradevoli, certo poi non bisogna che sia troppo depresso altrimenti non si realizzano le potenzialità della buccia. La barrique nuova consente anche di finire la fermentazione alcolica in legno, oltre a farci anche la malolattica. Se le barrique sono di 1° o 2° passaggio è invece meglio evitare fermentazioni.
– Oggi la tua azienda oltre ad alcuni bianchi e a qualche rosso da vitigni importati, produce un Teroldego versione base, che ha assorbito i due cru Morei e Sgarzon, ed il Granato, che rappresenta la versione più ambiziosa, in cosa potrebbero migliorare i tuoi vini?
– Facciamo che mi dici tu cosa ti piace e vediamo se siamo d'accordo.
– Mah, il Teroldego base mi pare centrato, non ha quella potenza "elegante" che aveva lo Sgarzon da solo, ma possiede un fascino irruente e al tempo stesso dolce. Il Granato 97 è autoritario, imponente, tanto concentrato da non essere ancora capace di donarsi per davvero, ma mostra un terrosità autentica, nella quale non ci sono stati sconti.
– Questo è il punto centrale, il Granato pare anche a me fermo, talmente giovane che non c'è bottiglia o botte che possa farlo maturare più rapidamente; per cui non cercherei di forzarlo, piuttosto me lo terrei di più in cantina. Gli spazi per far crescere tutti i vini invece ci sono, io ho la metà dei miei vigneti ancora con la pergola che per quanto si possa diradare non garantisce quella crescita complessiva nella qualità dell'acino. I vini ottenuti dal diradamento hanno gradazioni notevoli ma non sempre possiedono un'adeguata ricchezza e profondità. Perciò punto ad avere tutti i vigneti con grande densità di ceppi per ettaro, così da far crescere anche la versione base del Teroldego.
– Parlaci ora della tua esperienza siciliana, hai provato a fare un vino mi pare?
– Si ci ho provato. Lavorare in Sicilia è stata un'occasione preziosa perché la terra ed il clima sono davvero al servizio di un'uva di qualità, ed uno non può non imparare cose importanti. Il Nero d'Avola mi ha trascinato per il suo colore e perché è testimone attivo dell'origine balcanica dei vitigni europei.
– Pensando alla tua attività ho la sensazione che tu sia sostanzialmente da sola a condurla, inoltre hai tre figli da coltivare, come si fa?
– La persona che devo ringraziare è mia madre, con la quale abbiamo un continuo confronto, anche duro, ma che è un sostegno eccezionale, nell'azienda e in famiglia. E poi Emilio, Theo e Mirta sanno che sono una madre molto impegnata. Vorrei io fargli un po' più di coccole, mentre loro sono molto affettuosi.

 

L'AZIENDA FORADORI

Zona: Il Campo Rotaliano nel comune di Mezzolombardo
Ettari di proprietà: 15, di cui 7 con allevamento a guyot e 6500 ceppi ad ettaro, e 8 con allevamento a pergola trentina e 2/3000 ceppi ad ettaro.
Vitigni: Teroldego, che occupa la superficie maggiore; Pinot Bianco, Chardonnay, Sauvignon; Syrah, Petit Verdot, Cabernet Sauvignon, Merlot.
Informazioni sulla produzione: Vinificazione in acciaio senza l'aiuto di rotomaceratori ma semplici follature e rimontaggi. Maturazione in barrique di rovere nuovo per il Granato, di primo e secondo passaggio per gli altri vini. Anche i bianchi vengono maturati in barrique.
Produzione: 200.000 bottiglie, così divise:
da 100.000 a 130.000 di Teroldego, da 20.000 a 50.000 di Granato, che è Teroldego in purezza ottenuto quasi soltanto nei vigneti nuovi, le restanti 50,000 bottiglie sono suddivise in modo equo tra i bianchi, vinificati in purezza, e due rossi, l'Ailampa che è syrah in purezza, ed il Karanar che è un taglio delle altre uve rosse.

richiesta arretrati

Potete acquistare i numeri disponibili scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o telefonando allo 06/53273407

Riviste

Libri