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Un vino sul banco: Opus One

Penso all'Opus One e mi viene in mente l'aspetto più brutto e superficiale del mondo del "Grande Vino": Ormai l'importante non è più essere, ma apparire, e soprattutto costare molto. In questo L'Opus è stato un vero maestro. Già il nome: arrogante, non trovate? Ma quale "Opus", visto che gli inizi sono stati una pena? Ricordo bene il '79, la prima annata, debole già allora ed in declino inesorabile da tempo. Oppure l'81, che già nel 1992 presentava un'unghia aranciata, un naso di ciliegie secche e polverose con note, in alcune bottiglie, perfino cartonacee. E il 1982? A volte buono (ma mai grande), spesso magro, naso tenue ed un attacco in bocca con carica (si fa per dire) fruttata inesistente, o quasi. Del resto, già a fine 1993 un grande esperto di Cabernet Californiano quale Robert Parker non includeva l'Opus fra i suoi 32 "California reference point wines", e qualcosa questo vorrà dire. Vero che con l'84 le cose sono migliorate, ma è ancor più vero che solo dal '90 in poi si è incominciato a intravedere il "Grande Vino". L'Opus resta comunque un "California Cab" atipico, una via di mezzo, senza un'identità precisa. Spariti quei vini iperacidificati e sovrascolpiti degli anni iniziali, sono subentrate versioni che ricalcano le orme di tanti altri Cabernet "made in Napa", senza mai raggiungerne la grandezza. Non trovo che l'Opus abbia un quid di particolare. Non c'è l'eucalipto del mitico Martha's Vineyard di Heitz, non l'enorme ciliegia grassa e polputa delle migliori versioni dello Stag's Leap Cask 23, non i bellissimi sentori minerali dati dal vigneto Eisele (in vini quali l'Araujo oggi e il Phelps ieri), non la tannicità - anche brutale da giovani, ma alla fine gradevole e ben integrata - dei vini della Howell Mountain.

L'Opus è forse più elegante, più europeo? A me non sembra. Non raggiunge i vertici di finezza dei grandi Bordolesi e di qualche Toscano, e non ha nemmeno quell'aspetto muscolare e viscerale che tanto affascina nel Cabernet Californiano.
Allora, io penso all'Opus e provo fastidio. Tanta cagnara, tanto marketing, tanto strombazzare l'alleanza Mondavi-Mouton Rothschild, ma in tutto ciò la cosa meno meritevole di attenzione era proprio il vino. E poi mi chiedo: si deve accettare un vino carissimo fin dalla prima annata, senza una storia alle spalle? Non fa pensare tutto ciò ad una mera operazione giornalistico-commerciale volta a creare dal nulla un mito (ma che poi proprio nulla ha da dire)? Non vi ricorda un po' quel che sta succedendo oggi con alcuni Brunelli, SuperTuscans, California Cabs, Riojas ecc. ecc.? Ecco, l'Opus è l'antesignano di questa pessima tendenza, ne ha indicato la strada. E cioè: bottiglia imponente, etichetta "artistica", nome immaginario d'effetto ma privo di alcun significato; il tutto nobilitato con la consulenza - o solo il nome - di qualche Very Important
Person del mondo del vino. E poi via, a fare bella mostra di sé sullo scaffale a Lit. 200.000 o giù di lì!
Del resto le stesse cooperazioni su scala internazionale fra grandi e note aziende vitivinicole, a cui l'Opus ha dato il via, non sembrano dare grandi risultati. Oggi abbiamo intese USA-Francia, Francia-Cile, USA-Italia ecc., ma che finora hanno solo generato epigoni ancora più scadenti dell'originale, o peggio, vini "nuovi" che non hanno, alla prova del bicchiere, nulla da dire. Mi vengono in mente certi ibridi ittici: belli a vedersi, nel laghetto fanno un figurone, ma sono biologicamente sterili. Fine a se stessi. L'Opus è un po' così: nato per essere grande, bello, importante, è solo un bello senz'anima.

Io trovo che l'Opus sia un vino splendido, vero simbolo dell'enologia del nuovo mondo. E' un vino la cui esatta misura di grandezza è data solo da un'attenta analisi critica di tutta la sua Storia, andando dunque oltre ad una semplicistica e riduttiva valutazione delle sue, pur notevoli, qualità organolettiche.
Nato dal desiderio di raggiungere una sintesi fra materia prima e tecnologia U.S.A. con il savoir faire e la tradizione Bordolese, l'Opus è difatti il patriarca di tutti i vini nati da joint-venture fra aziende vitivinicole di nazionalità diversa. Una realtà questa oggi sempre più diffusa, di cui l'Opus resta l'espressione originale, e di gran lunga la migliore. L'essere imitati non è forse il miglior complimento possibile?
L'Opus è un grande anche perché ha saputo precorrere i tempi.
L'inizio non fu dei più facili. Il vigneto inizialmente preposto a fornire le uve fu devastato quasi subito dalla fillossera, e quindi interamente ripiantato (a un costo di tre milioni di dollari). A causa di imprevisti e ritardi vari, la costruzione della Opus One winery superò il preventivo iniziale di oltre 10 milioni di dollari. La prima annata uscita in commercio, che già allora costava 55 dollari, non riscosse inizialmente un gran successo. Si istituì allora un programma di promozione specifico mirato alla vendita di Opus al bicchiere nei migliori ristoranti U.S.A., fatto inaudito a quei tempi per un vino di simile blasone. Fu invece un'idea geniale e ben articolata che ottenne di far conoscere l'Opus ad una vasta clientela fin lì sospettosa. Altro merito, e non irrilevante, fu di dare così un impulso consistente a tutto il movimento "wine by the glass", fenomeno oggi assai apprezzato da tutti. E così, dopo 20 anni, l'Opus è ormai un classico, prodotto di vertice di una enorme azienda con indubbie capacità mediatiche, ma che ha anche pochi rivali al mondo nel mantenere un alto livello qualitativo su una vasta gamma di prodotti. L'Opus è dunque un vino "bandiera", a cui tutti i produttori di "California Cab" devono qualcosa, perché anche grazie a lui sono riusciti a imporre l'autorevolezza dei loro vini sui mercati internazionali: anche se già in precedenza qualche Heitz o Stag's Leap era sporadicamente riuscito a conquistare gli onori della cronaca, fu solo con l'avvento dell'Opus che si affermò l'idea della Napa Valley come terra di grandi vini. Un po' come il Sassicaia o i vini di Gaja in Italia, l'Opus ha fatto da battistrada per un intero movimento che prima esisteva solo su scala ridotta.
Infine, all'assaggio, l'Opus regala emozioni. Rosso portentoso, ma dalla stoffa setosa e con un'eleganza inaudita per un Cabernet "made in California". Basterebbe questo, per meritarsi sentiti ringraziamenti da tutti coloro che amano il vino! Non dimora qui il solito Cabernet-replicante U.S.A., un Terminator tutto muscoli, glicerina e legno (e poi ancora legno), che devasta il palato, tutti cloni di un "modello vino" creato più per vincere medaglie ai concorsi che per accompagnarci nei piaceri della vita. E difatti l'abbinamento cibo/vino - un optional per molti altri Cabernet - riesce benissimo con l'Opus. Esso va dunque controcorrente, con un diverso modo di porsi: più intellettuale ed accogliente, capace di regalare sottili emozioni, il tutto giocato su un grande equilibrio tra frutto ben delineato, un'acidità soffice che non lo priva della giusta tensione, e una severità non troppo austera di verostampo Bordolese. Belle le note minerali, di ribes, spezie e ciliegia nera che si ritrovano sempre, ogni anno (altro merito), e che sono poi tipiche della zona di Oakville. Esprime dunque bene il proprio specifico terroir: tant'è che raramente vi si trova la menta, che pure la fa da padrone nei vini del vigneto To-Kalon, sempre di Mondavi, e vicinissimo al vigneto dell'Opus One. Annate come l'85, il '90, il '94, fanno parte a pieno titolo del Gotha dei grandi vini di ogni tempo. Ora, è senz'altro vero che le annate 79-83 non hanno avuto una grande evoluzione, ma furono anni difficili per tutti i vini Mondavi (basta pensare ai Cabernet Reserve di quel periodo, davvero tremendi), difficoltà ormai da tempo superate. Del resto, qualche incidente di percorso agli inizi può anche starci: basta pensare alle prime annate del Dominus di Moueix, che certo non incantano oggi.
Io credo quindi che l'Opus vada difeso proprio in quanto grande vino storico, dai tanti significati e tanti insegnamenti.

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