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Porthos 6

Editoriale del consumatore

Caro Sandro,
mi chiedi un "Editoriale del consumatore". Ci proverò, ma lasciami almeno la piccola scappatoia di presentartelo in forma di lettera aperta: un flusso di opinioni e di sensazioni personali, senza alcuna pretesa di rivelare delle verità inconfutabili, è il massimo dell'irresponsabilità a cui sento di potermi abbandonare.
Tu mi consideri un "consumatore consapevole", sai che ho imparato a bere bevendo, ad annusare annusando e che mi sforzo di giudicare il valore di una bottiglia da ciò che sento nel bicchiere, piuttosto che da quello che un qualche specialista vuole che io ci trovi; sai che scelgo e conservo gelosamente le mie bottiglie per il piacere che mi danno, spesso anche per il piacere che immagino possano dare a chi le berrà insieme a me, e soprattutto sai che il prezzo non è mai, per me, un fattore secondario.
Apparentemente è tutto qui, il mio Editoriale sarebbe concluso con queste poche parole; ma la realtà è più complessa, non si lascia afferrare con chiarezza, e come sempre è necessario provare a spiegare più a fondo ciò che si vuole dire.
Chi è infatti, oggi, il "consumatore"? Ho molti amici che sono naturalmente felici quando gli faccio provare un Barolo o un Riesling alsaziano, ma se mi presento senza preavviso nelle loro case trovo in genere vini cattivi, fatti male ed acquistati con il solo criterio del basso prezzo; d'altra parte, ho amici – tu forse ne conosci qualcuno – che hanno una competenza certamente paragonabile alla mia, ma bevono solo bottiglie costosissime e di supposta altissima qualità: nelle loro cantine non si trovano vini meno che celebri, e sono sicuro che da anni ed anni non assaggiano un Frascati, neppure uno di quelli ben fatti, pur vivendo a Roma. Nessuno di loro, né gli uni né gli altri, ha il gusto ed il piacere di ricercare la qualità al giusto prezzo: i primi non sanno che con sole quattro o cinquemila lire in più potrebbero sostituire al liquido anonimo che bevono tutti i giorni un vino degno di questo nome; i secondi, nella loro ricerca di "emozioni assolute" e di assoluta qualità ad ogni costo, non hanno forse mai provato la gioia di assaggiare un Valtellina da novemila lire come quello che ti ho portato l'altra sera. Qualche sera fa ho avuto la soddisfazione di fargli sentire alla cieca il Montepulciano di Enzo Pasquale, e c'è stato chi lo ha giudicato un grande vino, stimando il prezzo intorno alle centomila lire: cinque volte di più del prezzo reale della bottiglia! D'accordo che quel vino è davvero conveniente, in modo quasi clamoroso, ma mi sembra che qualcosa non funzioni, che si sia un po' perso il senso delle proporzioni se si deve per forza dare per scontato che una bottiglia importante debba avere un costo importante. Non credo che Enzo Pasquale ci rimetta a produrre il suo vino, no? Ma non voglio impelagarmi ancora una volta nel solito discorso del rapporto qualità/prezzo:voglio solo dire che il "consumatore" oggi ha la vita più difficile che mai. Hai mai pensato che quello dell'alimentazione e del vino è oggi il solo campo nel quale il termine "consumo" non assume un'accezione negativa? Siamo abituati a considerare il Consumismo come uno dei mali della nostra società occidentale, eppure chiunque si occupa di cibo o di vino dichiara di avere come primo obiettivo la tutela del consumatore.
Certo, alimentarsi è una necessità primaria, al contrario del telefonino; eppure a me sembra che sempre più fenomeni "consumistici" investano questo settore, dalla mucca pazza fino (all'estremo opposto) al vino-culto da mezzo milione a bottiglia. In altre parole, mi sembra che ormai anche il vino cominci a far parte di quel mondo "glamour" da un lato, e biecamente massificato dall'altro, nel quale siamo da tempo abituati a comprendere moda, automobili, apparecchiature elettroniche, sport e oggi – fa male dirlo – perfino molti eventi culturali ad alto livello. Proprio così: lasciami parlare da musicista, e dire apertamente che ciò che è successo attorno alla recente tournée dei Berliner Philharmoniker dimostra che anche l'arte oggi può diventare moda, fumo negli occhi. Beethoven ridotto ad un meccanismo di precisione, velocità esagerate ed esecuzione millimetrica, senza nemmeno la più piccola sbavatura ma allo stesso tempo senza nemmeno la più piccola traccia di umanità, di reale comunicazione. Come diceva un amico ed un grande maestro, Giancarlo Bizzi, dopo l'ascolto di un paio di Sinfonie in quella disumana esecuzione, non c'è più il capolavoro, c'è solo la sua perfetta riproduzione (ed i CD pronti per la vendita); e soprattutto, non c'è più la magia ed il sogno, la possibilità infinita che la grande musica ci deve offrire di realizzare un viaggio "attraverso le note", di giungere tramite i suoni in luoghi inesplorati. Cosa c'entra tutto questo con il vino? Io credo che c'entri, eccome: credo che oggi assistiamo davvero al prevalere della "riproduzione" sulla "produzione" (intesa come creazione), e che la possibilità di viaggiare, di spingersi al di là delle semplici sensazioni alla ricerca della portata emozionale di molti vini (anche molto ambiziosi) sia davvero difficile. Non a caso oggi si parla da più parti di "grammatica enologica": questi nuovi vini sono senza dubbio impeccabili, non gli manca nulla, ma non ci spingono in alcun modo a confrontarci con loro, ad "andare oltre" con la fantasia, non raccontano nessuna storia, non evocano colori, paesaggi o cadenze
dialettali. Sono, per l'appunto, degli esercizi grammaticali.
E allora il consumatore non può che sentirsi smarrito. Smarrito perché alle promesse di un progresso qualitativo straordinario vede invece corrispondere una uniformità sempre più preoccupante; smarrito perché tutto ciò che era abituato a riconoscere, a trovare familiare, viene oggi a malapena tollerato. Quando ho cominciato a bere ho dovuto comprendere, faticosamente ma con vera passione, l'importanza dei tannini in un vino come il Barolo, delle note selvatiche e carnose, non fruttate ed immediate nel Montepulciano o del carattere minerale, quasi scontroso dell'Aglianico.
Oggi trovo numerosi Barolo a cui si cerca in tutti i modi di ammorbidire i tannini, Montepulciano che sembrano cestini di frutta ed Aglianico in barrique opulenti come dei Merlot, e mi chiedo: il mio sforzo di comprensione delle caratteristiche più vere di questi vini è stato solo tempo sprecato, poiché le loro reali possibilità si cominciano a scoprire solo ora, oppure questi vini si vergognano in realtà di sé stessi, e cercano di truccarsi in tutti i modi per assomigliare il più possibile ai sospirati modelli bordolesi e californiani, riproducendoli – ci risiamo – in tutto e per tutto?
L'altro aspetto su cui come consumatore mi trovo totalmente smarrito è, non mi stanco di ripeterlo, quello dei giudizi degli "esperti". Sembra assurdo, perché gli "esperti" dovrebbero per l'appunto occuparsi di aiutare il consumatore nelle sue scelte, ed invece finiscono spesso per confondergli le idee, anche quando i loro giudizi sono del tutto indipendenti dalle pressioni del mercato. A parte il fatto che un punteggio numerico corre spesso il rischio di trasformare certi "consumatori" in "collezionisti", cacciatori di trofei, ciò che mi preoccupa è la tendenza nettissima all'appiattimento, alla banalizzazione: non solo la differenza tra un 90 ed un 88 è insignificante, e nove volte su dieci una successiva degustazione potrebbe invertire le posizioni, ma soprattutto trovo che giudicare i vini sulla base di un punteggio, di una scala di valori assoluta, rischi seriamente di penalizzare l'originalità e la personalità. Anni fa, anch'io sono andato dietro ai 99 punti ed ai "vini dell'anno"; e se questo mi consente oggi di avere in cantina bottiglie che valgono dieci volte più di quanto le ho pagate, devo dirti che questi straordinari campioni si rivelano in genere deludenti, quasi ogni volta che ne apro uno. Sarà che i giudizi ed i punteggi degli esperti sono troppo soggettivi, o al contrario che essi scaturiscono da una media matematica che appiattisce le differenze di valutazione; sta di fatto che vini spesso gratificati da un punteggio numerico che dovrebbe garantirmi un'esperienza indimenticabile risultano invece prevedibili, mancanti di carattere o semplicemente non in grado di sviluppare con l'invecchiamento la complessità che la stratosferica valutazione promette.
Ma in realtà è proprio il concetto del punteggio e della classifica che non mi convince: stiamo trattando il vino come se fosse un campione sportivo, come se l'unica cosa che conta fosse raggiungere il primo posto, ed invece la cosa importante è il piacere che una bottiglia può dare, gli stimoli, le sensazioni ed i rimandi che è in grado di comunicarci. Nessuno si sognerebbe di dare punteggi ai libri o ai pittori, anzi la loro diversità è considerata un valore (immagina se un critico valutasse Delitto e Castigo 87 punti, e Guerra e pace 96: non è assurda solo la valutazione, lo è anche la totale mancanza di considerazione verso i differenti mondi dei due scrittori; e poi, in questa ottica, che punteggio avrebbero la Divina Commedia o Romeo e Giulietta?); perché mai per un prodotto tutt'altro che "oggettivo" come il vino questo procedimento deve invece essere valido?
Viene quasi il sospetto che la varietà, la diversità siano oggi considerate qualcosa di scomodo, in un mondo (ed un mercato, lo sappiamo fin troppo bene) che tende a essere sempre più rapido e globalizzato. Comunicazione semplificata vuol dire marketing più diretto, vendite più facili, e così via: ed il consumatore si convince di aver bisogno delle classifiche, le classifiche tendono ad uniformare i parametri, i parametri tendono a farsi sempre più schematici e prevedibili, in modo che il consumatore possa afferrarli senza sforzo... E' un gatto che si morde la coda, un mondo che diventa sempre più televisivo, esteriore e costruito a tavolino, e sempre meno reale.
Io credo che il "consumatore consapevole" debba imparare a difendersi da tutto questo. Non rifiutandolo in blocco, anzi imparando a riconoscere le differenze ed a valutarle con la propria testa. Un vero appassionato non dovrebbe mai rifiutare di assaggiare una bottiglia perché ha avuto un cattivo punteggio, o perché non è citata dalle guide; anzi una delle armi a disposizione del consumatore è proprio quella della curiosità, della voglia di scoprire e di provare. Tu sai che spesso riesco a scovare vecchi Côtes-du-Rhône a seimila lire, o vecchi Barolo di grandi annate a ventimila, e questo succede proprio perché non mi accontento di leggere i consigli degli esperti, di frequentare solo i luoghi alla moda del mondo del vino o di ricercare solo le bottiglie celebri ed osannate.
Ci sarebbero molti altri aspetti da affrontare: mi rendo conto ad esempio di non avere praticamente parlato della cantina, della condivisione con altri dell'esperienza di una bottiglia, della conoscenza diretta dei produttori e dei luoghi di produzione, aspetti per me irrinunciabili; ma lo spazio è quello che è, forse di queste cose potremo parlare un'altra volta, o forse in realtà ne parliamo continuamente, chissà. Ma almeno un invito, per concludere, vorrei farlo. Se c'è un invito che mi sento di fare al consumatore è per l'appunto quello alla diversità, a ricercare in una bottiglia non solo qualità e piacevolezza ma anche un po' di cultura, intesa nel senso più umile ma forse anche più giusto e profondo.
Ora tu mi dirai che questo invito, più o meno esplicito, noi lo rivolgiamo ai lettori di Porthos quasi in ogni pagina; io sono in gran parte d'accordo, lo sai, e vorrei che la rivista comunicasse queste cose in modo ancora più profondo e viscerale. Comunque, se ti chiedi perché io abbia accettato di dedicare a questa esperienza una parte considerevole del mio tempo e delle mie energie, forse ora puoi darti una risposta più articolata e chiara.
Ti abbraccio,
Giovanni

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