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Porthos 7

Editoriale: Uno psichiatra dice la sua

Si fa un gran parlare di classifiche, di categorie, di riconoscimenti, di come nell'ambito enogastronomico si siano raggiunti gli stessi livelli di tensione verso i premi che si sono avuti in altri campi come la letteratura ed il cinema, nei quali esistono i libri e i film "da mostra" e quelli "da consumo". Abbiamo provato a spiegare, sin dall'uscita del terzo numero di Porthos, i metodi e i criteri con cui facciamo le nostre valutazioni qualitative, sottolineando come il vino e il cibo per loro natura sfuggono a facili categorie.
Dopo l'editoriale del sesto numero, dedicato al consumatore appassionato, è cresciuta ancora più forte l'esigenza di capire se la psicologia ha provato mai a spiegare questa ansia di classificare tutto, scaturita e manifestatasi tra il '700 e l'800 – basti ricordare la classificazione dei Cru di Bordeaux – e diventata così impellente durante l'ultimo secolo.
Abbiamo perciò intervistato Maurizio Dodet* e di questo colloquio vi riportiamo i passaggi più importanti: da quella che poteva essere una accurata ricognizione siamo passati ad un appassionante percorso di scoperta della conoscenza e dei suoi modelli ispiratori.


E' un naturale bisogno dell'uomo catalogare, fare classifiche. Costruire categorie significa da sempre percepire la realtà e averla sotto controllo. Riporre in cassetti definiti ciò che osserviamo, ordinarlo, significa conoscere e poter descrivere. Ovviamente ci sono fenomeni più aritmetici che possono essere osservati e catalogati senza nessun filtro, mentre un ambito più complesso come quello delle emozioni ha bisogno di qualcosa di più di una semplice griglia.

Si possono dunque catalogare le emozioni?

Credo di sì, penso che per certi versi sia indispensabile, e questo lo dico anche in considerazione del mestiere che faccio. Il punto fondamentale è passare dalla descrizione di un'emozione alla spiegazione di ciò che ci accade intorno. Il mio lavoro è vedere quali sono le variabili individuali di un'emozione, di come la persona la organizza, la attribuisce a sé e la fa diventare parte di sé.
Ciò che permette ad una semplice classificazione/descrizione di non rimanere una fredda osservazione ma di tramutarsi in spiegazione è proprio l'aspetto individuale.
In altre parole non possiamo non prescindere da un modello se vogliamo avvicinarci a un fenomeno, se vogliamo farlo nostro. Il primus movens è proprio questo. Ciò che potrebbe impedire, limitare, una crescita culturale è accontentarsi delle maglie strette che una catalogazione molto didascalica – e molto rassicurante – generalmente impone.

Ci vuole una catalogazione a "maglie larghe".

Ebbene sì, sembra semplice ma forse è la parte più bella e più impegnativa da ottenere. Si parte innanzitutto da come la cultura viene comunicata. Chi ha qualcosa da dire, da raccontare, pensiamo a lei che parla di vino alle persone, se vuole essere veramente efficace non può non offrire dei modelli, delle categorie a cui riferirsi. Non bisogna essere nozionistici, ma invitare le persone a valutare la coerenza delle scelte che si sono fatte. Chi è interessato ad un argomento ha già alcune nozioni ed altre le imparerà per conto proprio, ciò che conta è aiutarlo a crearsi un modo di procedere.

Come si arriva a questo?

Mettendo in gioco se stessi. Facciamo un esempio letterario. Mentre racconto una pagina di Calvino avrò davanti alcune persone che possono non apprezzarla, ma ciò che mi interessa è fargli comprendere come sono arrivato ad amarla, farli partecipi della mia storia ed offrirgli punti di riferimento. E può funzionare anche nella comunicazione del vino e del cibo, ambiti nei quali non solo il senso estetico è importantissimo, ma anche la maggiore sensibilità di una persona può essere riconosciuta come un valore inestimabile.

Quanto conta la capacità affabulatoria di chi comunica?

Il fatto che un professore di letteratura imponga il suo piacere di quella pagina funziona solo su chi non ha una vera intenzione culturale.
Il credito di chi trasmette cultura si misura sulla sua capacità di mettere in gioco se stesso, e non solo sul suo essere trascinante o il suo modo di partecipare ciò che sa. Certo esistono persone, quotidiani, riviste, periodici, che sanno "acchiappare" di più, ma alla fine il concetto di carisma è aver trasmesso il nostro percorso di conoscenza.

Le categorie possono impoverire la cultura?

Più che impoverire gli aspetti fondamentali, le categorie rischiano di passar sopra alle sfumature, di far perdere le discrepanze dei fenomeni e quegli effetti imprevedibili che uno spirito creativo sa cogliere più facilmente.
Ma attenzione, questo vale sempre per gli eccessi di classificazione. In numerosi ambiti, come quello scientifico, è invece importante lo spirito di un formalizzatore, una persona che inviti il soggetto creativo a far diventare il sapere conoscenza comune.

Se volessimo trasferire queste informazioni all'ambito che più ci riguarda, quello della sensorialità dell'olfatto e del gusto, come potremmo fare?

Innanzitutto provare a considerare le informazioni e la cultura con uno sviluppo circolare, nel quale vanno rispettati i punti di vista degli altri non solo formalmente, ma proprio dandogli il valore di stimoli. Lei mi chiede se i punteggi numerici o la cultura enciclopedica, invero strumenti di trasmissione un po' freddi, possano servire. Io le rispondo con un sì convinto perché credo che questi siano incentivi indispensabili a far crescere la "sua" di cultura, il suo modo di conoscere e affrontare le cose.
Immaginiamo nel suo campo tre atteggiamenti limite: il primo è quello di chi "sente" il vino per la sua origine agricola e non si appassiona che a bottiglie, o diremmo meglio brocche, dalla chiara rusticità; il secondo è quello di chi ama fare felici gli amici con la sua cultura enciclopedica sui vini senza per questo sentirsi coinvolto emotivamente: avevo uno zio raffinato ma astemio che godeva nel vedere gli ospiti apprezzare ciò che lui non beveva; il terzo è di chi segue le classifiche, e per questo le vuole semplici e schematiche, perché ama solo fare bella figura in una cena di amici offrendo la bottiglia premiata.
Ebbene non è necessario sentirsi contaminati, intrisi, da questi o da altri modi di pensare per farne buon uso, è bene imparare a considerarli, e intanto pensare ai nostri modelli.

A questo punto come nasce il modello o come si costruisce? Esiste già?

L'idea di un modello è ineludibile per chi fa un lavoro a un certo livello. Una persona non può, per avvicinarsi ad un fenomeno, non avere un'ipotesi di quello che sta accadendo, altrimenti non sapremmo cosa cercare. Se io non avessi un modello della persona che ho di fronte non saprei dove mettere le mani per cercare di aiutarla: solo in seguito scaturiscono gli aspetti di creatività.
Il "modello", inteso nel senso più generale possibile, esiste già, ed ognuno di noi si inserisce in un processo culturale: solo un folle potrebbe dire di fabbricare un modello in termini assoluti. Noi ci aggiungiamo la nostra maggiore considerazione verso alcuni aspetti perché vi siamo più sensibili. Certamente chi, per cultura personale, frequentazioni e altro, è un categorizzatore non si trasformerà in un puro emozionale, e viceversa: il proprio stile di conoscenza, ciò che è accaduto durante la vita, non va via per una infatuazione. Sembra banale, ma ciò che possiamo fare è aggiungere degli ingredienti al nostro bagaglio.

Dopo il modello veniamo al giudizio. Porthos critica i punteggi e soprattutto l'uso che se ne fa, ma per alcuni semplificano la vita del consumatore: come li vede come fenomeno psicologico?

Devo dire subito che il mio ambito, quello psicologico, è esattamente opposto a quello sociologico, e dunque non entro nel merito di una valutazione generale.
Il punteggio è interessante perché può trasmettere cultura se viene accompagnato da criteri approfonditi. Certo, mettere un numero alto vicino ad una bottiglia per farla vendere di più appartiene a una certa malafede del mercato che però non tocca solo l'ambito enogastronomico.
Ma rimanendo nel tema del giudizio quello che mi preoccupa di più è il fideismo. Se io volessi convincerla per forza che la psicoterapia è la panacea di tutti i mali sarei uno che fa un atto di fede e non un atto di conoscenza; se racconto la mia esperienza da psicoterapeuta, le possibilità di fallimento che ci sono, i miei sensi di impotenza, parlo veramente di ciò che è una terapia. Non posso spacciarla per la soluzione assoluta, sarebbe scorretto e solo legato ad una logica di mercato.

Illuminante, il fideismo come logica di mercato.

Nel momento in cui parliamo di ciò che ci piace andiamo a sottolinearne gli aspetti di difetto, le cose verso le quali abbiamo maggior amore spesso le osserviamo guardandone i limiti. Sovente le cose di cui invece abbiamo insicurezza cerchiamo di venderle oppure le facciamo passare per buone senza provare a discuterle.

Lei è ottimista sulla capacità degli uomini di crearsi una cultura circolare?

Io sono ottimista rispetto all'individuo, è lui che ne esce vincente. Questa è la mia esperienza. Credo che la capacità di mettersi in ballo sia la base per costruirsi una conoscenza vera.
Immagina che ciò possa rimanere patrimonio di pochi, proprio perché la massa delle persone ama essere più "colpita" che provare a soffermarsi?

Vorrei di nuovo spostarmi dal piano sociologico a quello individuale. In questa grande torta ci sono persone molto diverse, credo fortemente nella forza generativa di tutte le diversità, anche quelle più difficili da accettare. L'importante è che trovino modo di esprimersi quelli che sono fuori da logiche di mercato, perché spesso sono proprio loro a dare una piccola ma decisiva spinta propulsiva a questo processo. Il grave è quando la spinta arriva da una sola direzione, questo è un fenomeno che non ha scampo, è destinato a morire. Come del resto accade a chi sta in una torre d'avorio e per orgoglio non riesce ad incidere sulla realtà e spesso viene scoperto postumo.

Vi sono chiavi interpretative simili tra psicologia e sociologia?

Certamente, ma vanno usate negli ambiti propri. A me interessa di più la variabile individuale, e nel caso della comunicazione enogastronomica mi pare adatta: credo dunque che non si possano trovare delle regole generali, possiamo solo riflettere sulla diversità del singolo.
Basti pensare che lei nei suoi corsi si trova ad avere a che fare con trenta persone, che la rivista ha un obiettivo umano piuttosto preciso, e dunque è un rivolgersi a un numero di storie personali differenti che hanno motivazioni eterogenee: si comincia con una data impostazione ma questa per sopravvivere deve variare, ascoltare gli stimoli delle differenti vicende di chi ascolta e legge.
Pensi alle scuole di pensiero: pur nascendo dall'intuizione di una persona, e dal credito che questa riesce ad ottenere, sopravvivono se il fondatore, o chi lo ha sostituito come guida, sa accettare una cultura circolare. Ecco, in questo i catalogatori sono un po' rigidi, danno un po' meno importanza all'individuo e finiscono per non riconoscere il credito che la diversità propone da sempre.

*Maurizio Dodet ha 42 anni, è medico psichiatra, didatta della Società Italiana di Terapia Cognitiva Comportamentale a Roma.

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