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Figli di un dio nipponico

Come tutte le cose che sorprendono, la sua scoperta è avvenuta per caso, mentre curiosavo, anche abbastanza distrattamente, tra gli scaffali di un negozietto di Tours, nella Loira.
Mi accorsi che i francesi si erano presi la briga, con un’attenzione che rasenta il feticismo, di pubblicare e tradurre un manga con argomento – manco a dirlo – il vino! Il nome prometteva qualcosa di appetitoso e aveva un non so che di intrigante: “Les gouttes de Dieu”, nell’originale “Kami no Shizuku”, le gocce di dio.
Tuttavia, quant’è vero che il procrastinare porta all’imbecillità, mi lasciai sfuggire l’acquisto.
Mesi dopo, altrettanto casualmente, mi ritrovavo a seguire la relativa serie televisiva – di grande successo, dicono, anche tra i cugini d’Oltralpe, visti i già disponibili sottotitoli in francese – che pacifica non poco la mia ritardataria coscienza: si tratta delle vicende di un ragazzo con gli occhi a mandorla, figlio d’arte e un po’ antipatico – la mono-espressione rimarrà una costante del personaggio – che pare abbia ereditato dall’odiatissimo padre una certa genetica predisposizione all’odorosa bevanda («le vieux», come viene non proprio amabilmente nominato, è il più importante sommelier del Giappone).
La storia si apre con un iniziatico décantage che ha del solenne: un ricco magnate ordina una bottiglia di Richebourg, la quale però viene chiassosamente rimandata indietro perché «Berk! È acido e amaro!». La bella mescitrice rimane pietrificata. Il cliente palesa un sintomatico malessere e minaccia di andarsene. Improvvisamente, dal tavolo si levano una voce bianca, segno di un’imminente operazione di pace, e una mano che sicura afferra la preziosa bottiglia e inizia a decantarla: piano piano, lentamente, il vino lascia il suo primo contenitore e cala nel vetro; ecco, un numero da equilibristi: il virtuoso allarga le braccia e le allontana, una in alto, con la bottiglia, l’altra in basso, con la caraffa.
Il liquido si versa in un lungo filo di colore, pendolo che ipnotizza gli astanti rimasti letteralmente a bocca aperta. L’incantesimo si compie (con un cinematografico sfondo sonoro di campanellini): il vino è ora meraviglioso, perché, come spiega la sollevata sommelier, l’aria ha il potere di svegliare chi dorme.
A innescare il plot è il passaggio a miglior vita del sapiente papà, il quale ha simpaticamente lasciato in eredità al figliolo una sfida: indovinare i migliori vini del mondo riflettendo sulle parabole narrative composte dallo stesso genitore. Sette lettere, sette racconti, sette vini (da qui innanzi, «apostoli», inviati).
In palio, l’onore e, altrettanto ovviamente, una valanga di yen in bottiglie di vino.
Ma, contro di lui, c’è in corsa anche un rampollo dell’aristocratico mondo snob e senza umanità dell’associazione giapponese sommelier, un giovane adottato dal vecchio in punto di morte.
Si formeranno ben presto le manzoniane coppie delle aiutanti del protagonista e dell’antagonista: la prima, la dolce e fumettistica sommelier di cui sopra, dalla faccia di gomma e dalla sbadata logorrea; la seconda, una focosa serpe alla moda, diabolica e calcolatrice. Aiutanti belle e utili, astute e, in rari momenti, persino acute, ma solo spalle che cedono alla debolezza di ubriacarsi in un universo fatto di sobri uomini.
Quando la competizione entra in medias res le metafore si accavallano alle citazioni: in ciascun vino sono contenuti un segreto e un enigma da risolvere, ogni sorso svela un ricordo, e il protagonista moderno veggente, al grido di «Bacchus reveille toi!», libera la catena di dejà-vu che conducono a una più completa conoscenza di sé e degli altri.
Non è forse un caso che il termine più spesso ripetuto nei momenti di assaggio rientri nel campo semantico della vista («Io lo vedo!» annuncia il giovane quasi invasato), e che madeleine dopo madeleine, pardon!, vino dopo vino, l’arte del rimembrare alimenti le associazioni di immagini e di sapori. Lo sfidante solitamente risponde con una risata orgiastica e con dei transfert più o meno riusciti (la reincarnazione di Leonardo da Vinci sfuma per un pelo) i quali conducono a responsi quasi sempre vincenti. Ad assistere gli avversari che si barcamenano tra tutte le possibili denominazioni di tutte le possibili cantine di tutte le possibili annate del mondo, c’è un ambiguo indios che si dice fosse il miglior amico del vecchio: figura poliedrica, alle volte clochard libero e spregiudicato, poi guida severa e temibile nella sua potenza conoscitiva, sorta di Dioniso de noantri sempre pronto a entusiasmare la battaglia.
Si compie così il viaggio formativo alla scoperta del vino perduto, del dipinto non capito, della donna amata e mai riconquistata, e si scopre che, alla fin fine, l’orizzonte non è poi tanto ampio, se la Francia è l’unico vero paese delle meraviglie, e manco tutta, perché Bordeaux è il primo amore, Châteauneuf du Pape una scappatella e la Borgogna è uno stabile matrimonio; l’Italia, invece, rimane italietta che suscita appena la curiosità di qualche naif. Ma poco importa: il testamento del padre prevede un insegnamento più profondo delle etichette, poiché è la memoria di un uomo che ha colto la sintesi dell’esistenza in un bicchiere, e che ha provato a condividerne e tramandarne i valori.
L’ultimo apostolo è un vino che scavalca le generazioni, che parla di cielo, terra e uomini, come una calamita che permette alla gente di vivere insieme. Insomma, un vino naturale. Non sveliamo altro ai nostri venticinque lettori che immaginiamo trepidanti davanti al “Kami no Shizuku” e che non contribuiranno, loro no, sfatando le statistiche, ad aumentare le vendite delle bottiglie citate.
Dōmo arigatō, もありがと(grazie mille)

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