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Champagne David Léclapart – L'audacia del terroir

Ben 274 dei 451 ettari che il bosco lascia all’uomo sul territorio del comune di Trépail, sono piantati a vite e classificati Premier Cru. Addossato ai contrafforti sud-orientali della Montagne de Reims, a 175 metri d’altitudine, il paese conta 473 abitanti (meno di due per ogni ettaro di vigna); 144 sono viticoltori.
Alla scomparsa di suo padre, David Léclapart, poco più che trentenne, decide di tornare all’attività di famiglia in questa piccola ma produttiva realtà viticola. A una condizione: convertire l’insieme del vigneto dall’agricoltura convenzionale. Tutto il paese lo taccia di stravaganza e mamma Lucette, da sempre indaffarata controvoglia tra i filari, è molto preoccupata. David è caparbio e la decisione irrevocabile: l’intero piccolo domaine di quasi tre ettari sarà immediatamente convertito alla biodinamica.
Dopo un percorso scolastico non viticolo, David si forma alla scuola di agrobiologia di Beaujeu, ma ha ancora tutto da imparare sul campo. La sua prima annata è quasi fallimentare: «Quell’anno ho fatto un sacco di errori in vigna – commenta – ed è andato tutto storto. Non ho raccolto quasi nulla». Il 1998 ha un inizio più roseo, ma il secondo dramma si consuma alla degustazione d’agrément: la commissione nega l’appellation Champagne per ben tre volte. Una quarta bocciatura comporterebbe la perdita dei diritti da récoltant manipulant e David decide di vendere il suo vino sfuso a un commerciante. S’intravede uno spiraglio solo con l’annata 1999 e soprattutto con la 2000, millesimo in cui i vini Léclapart iniziano a trovare personalità e spessore. Non a caso, sono trascorsi tre anni dall’inizio della conversione biodinamica, il lasso di tempo che gli esperti considerano indispensabile per i primi risultati tangibili. Un’altra scelta radicale – non dosare mai gli spumanti – aggiunge ulteriori difficoltà, perché evidenzia la minima imperfezione d’esecuzione e la più piccola incertezza sanitaria o di maturità dell’uva.
Il piovosissimo 2001 è una delle annate peggiori che la Champagne abbia conosciuto nell’ultimo decennio: per David è una cartina di tornasole. Nel frattempo, i suoi ’99 e i 2000 iniziano a farsi notare dai consumatori e da qualche attento osservatore. La contropartita dell’assenza di liqueur d’expédition è la massima purezza del vino, una caratteristica che gli Champagne Léclapart hanno conquistato non appena messa a punto la vinificazione. Nel 2001 nasce la prima cuvée di rosato, a causa dell’inadeguatezza del Pinot Noir a produrre il tradizionale Coteaux Champenois rosso (cfr. Porthos 27), un vino fermo tradizionale a casa Léclapart-Lapoulle. Il 2002, con il suo carattere brillante, è il millesimo della svolta: vini solari, dritti e autorevoli riescono a esprimere l’energia e la purezza di un terroir di valore, valorizzato da una viticoltura sana e robusta.
I primi successi di David e lo stato di perfetta sanità delle uve – in una regione dal clima così difficile – rassicurano la famiglia e incuriosiscono i compaesani. Assieme all’ammirazione, anche qualche inevitabile inimicizia. La pur brevissima sequenza di annate prodotte lascia trapelare una nitida traccia meteorologica che segna vini così crudi e trasparenti, quasi naïf. Nessun vin de réserve né assemblaggio di annata: gli Champagne Léclapart sono tutti sempre di singola annata, anche se questa si può dedurre solo dal lotto di imbottigliamento. La mancanza di spazio per lo stoccaggio – problema dei piccoli récoltant – impedisce di osservare l’invecchiamento minimo di tre anni previsto dal disciplinare per i vini millesimati. David esce quindi con dei millésime “di fatto”.

 

L’esclusione di qualsiasi prodotto chimico di sintesi, l’inerbimento totale e spontaneo del suolo, l’utilizzo dei preparati biodinamici, non saziano il desiderio di naturalezza di questo vignaiolo. Da quest’anno, Léclapart realizza un vecchio progetto: le pecore nel vigneto. Questi animali hanno un duplice vantaggio: tosano naturalmente l’erba senza attentare alla vite e concimano il terreno restituendo il materiale vegetale autoctono sotto una forma elaborata. «La pecora – dice David – è un animale di luce, ne abbiamo sempre bisogno in una regione così nordica. C’è una complicità tra l’animale e la pianta, che ne “sente” la presenza. Inoltre mi piace l’idea di restituire al paesaggio una varietà che la monocultura della vite ha pressoché cancellato. So che i miei compaesani mi prendono per matto ed è per questo che dico loro che le pecore servono solo per tosare e concimare». Appartenenti a una rara razza scozzese, questi animali possono restare all’aria aperta notte e giorno con qualunque tempo. Léclapart li ha avuti in prestito da un pastore delle Ardenne, che verrà a riprenderli in primavera. Sono spostati da un appezzamento all’altro ogni 15/20 giorni, ma ovviamente ogni vigneto va recintato di volta in volta, ed è già successo che qualche capo scappasse, costringendolo a lunghi inseguimenti.

 

Le vigne
Il domaine David Léclapart consta di 2 ettari e 85 are, sparpagliati in ben 22 appezzamenti, tutti nel comune di Trépail, Premier Cru della Montagne de Reims. Rara eccezione nella Grande Montagne, il settore di Trépail, Villers-Marmery, Vaudemanges e Billy-le-Grand, interamente esposto ad est, vede primeggiare lo Chardonnay sul Pinot Noir. L’87 per cento delle vigne Léclapart è piantato a bacca bianca, mentre 40 are sono dedicate al Pinot Noir. Il Pinot Meunier è totalmente assente da Trépail.
I prodotti utilizzati in vigna sono: rame, zolfo, ortica, asperella e preparati biodinamici 500 e 501. L’inerbimento spontaneo permanente è intervallato da una leggera zappatura sotto i ceppi. Tutte le viti sono condotte con la tradizionale potatura a “Chablis”; il lavoro estivo prevede una sola cimatura annuale e nessuna vendemmia verde.

 

Il suolo è di tipo argillo-limoso e il sottosuolo tipicamente gessoso.
I principali appezzamenti del domaine, gestiti in locazione o con contratto di mezzadria, sono: per lo Chardonnay:

  • la Pierre Saint-Martin, selezione massale piantata nel 1946;
  • lo Chemin de Billy, selezione massale risalente agli anni cinquanta;
  • la Côte des Prés, piantata negli anni settanta;
  • Les Ruelles, nel 1992;

per il Pinot Noir:

  • lo Champ Genvray, piantato nel 1952;
  • la Fleurane, 1968;
  • les Fervins, 1997;
  • Champran, 2001.


I vini

David Léclapart produce quattro cuvée di Champagne Extra Brut Premier Cru Trépail, per un totale di circa 10mila bottiglie annue. Tutte le cuvée sono di singola annata, non dosate e permangono 11/12 mesi sur lies prima del tirage. Per mancanza di spazio, una parte della raccolta è venduta al négoce.

Champagne Blanc de Blancs:

  • l’Amateur, vinificato in vasche di acciaio smaltato (3mila bottiglie, 26 euro franco cantina);
  • l’Artiste, 50 per cento in vasca e 50 in barrique (3mila bottiglie, 50 euro franco cantina);
  • l’Apôtre, fermentato e maturato in barrique a partire da sole uve della Pierre Saint-Martin (3mila bottiglie, 55 euro franco cantina).

 

Champagne Rosé:

  • l’Alchimiste, da breve macerazione di Pinot Noir (24/48 ore), poi fermentato in barrique (1.000 bottiglie, 60 euro franco cantina).

 

Inoltre, un Coteaux Champenois aoc rosso, Pinot Noir tranquillo, elaborato in legno piccolo, solo nelle annate di piena maturità: 1998, 1999, 2002, 2003, 2006 (500 bottiglie, 30 euro franco cantina).

 

La verticale: Champagne Extra Brut Premier Cru Trépail “l’Apôtre” David Léclapart
La degustazione palese di questo blanc de blancs è avvenuta al domaine nel mese di dicembre 2006, in presenza del produttore.

 

2005
(en primeur sur lattes; tirage 6 agosto 2006)
Perlage lento e irregolare, molto sensibile alla temperatura del calice.
Naso estremamente fermentativo, erbaceo (erba tagliata, spinaci), ma già elegante.
In bocca possiede una dolcezza quasi di aspartame, rivela note di arancio, liquirizia e tratti medicinali evidentemente connessi alla spumantizzazione appena iniziata; il sapore è denso, sapido e compatto, rivelatore di una notevole corposità.
Vino lento nell’esprimersi, possiede ancora note metalliche e una crudezza giovanile che non permette di valutare altro che la ricchezza e la finezza della materia.

 

2004
(en primeur sur lattes fino a metà 2008; tirage settembre 2005)
Perlage mediamente fine.
Naso in una fase riservata, agrumato (limone), con un lieve tocco animale; il contatto con l’aria porta in superficie note di sale, mare e una garbata espressione floreale.
In bocca è vivo, freschissimo, di eccellente maturità; sapidità e densità dànno spessore al sapore, lo sviluppo è lungo ed elegante.
Finale di liquirizia con nitidi ritorni di limone.
La grassezza di questa bottiglia è tale che fa quasi pensare a una punta di zucchero residuo, sensazione invece probabilmente dovuta all’aromaticità non ancora compiuta dall’autolisi. La sua fisicità ci ha impressionati; occorrerà tempo per trovare fusione e complessità.

 

2003
Perlage mediamente sottile.
Naso erbaceo (ortiche), largo, animale e fermentativo, dalla fisionomia molto aperta, “convessa”.
Bocca viva e acida, tagliente e generosa; possiede un corpo meno denso e concentrato dell’annata successiva, con un leggero cedimento al centro della lingua.
Il finale è fluido e segnato da sensazioni vegetali molto mature.
Un vino coerente con l’annata torrida, che ha scollato il rapporto tra alcol ed estratti. E’ di statura minore rispetto alle due annate contigue, ma esibisce una sicura continuità stilistica e si beve facilmente. Saranno rari gli Champagne millesimati 2003, annata dalla produzione scarsissima (non da Léclapart), che ha prodotto vini più fragili e meno duraturi del solito, generalmente già utilizzati dalle aziende nelle basi di cuvée sans année attualmente in commercio.

 

2002
(dégorgement ottobre 2006)
Perlage irruente e duraturo.
Naso di erba tagliata, nocciole fresche, appena scomposto ma diretto, senza mediazioni; emergono evidenti note di anice.
Bocca solida, austera, fisica, di preciso equilibrio.
Finale salato, su sentori di pera fresca, provvisto di una buona lunghezza e di una potente risonanza aromatica. Bicchiere vuoto nitido e intenso.
Un vino molto giovane, probabilmente ancora disunito dalla recentissima sboccatura. Unisce un profilo solare – riflesso fedele dell’annata – a note di erba e di frutta cruda, tipiche degli Champagne Léclapart: un timbro fenolico che evoca il copioso inerbimento dei vigneti e che assurge a vero e proprio marchio di casa, anche se la sua nobiltà non è completamente convincente.

 

2001
Bel colore dorato.
Impatto ossidativo evidente: pasta brisée, burro, note affumicate.
In bocca l’acidità dura e filiforme la fa da padrona, il vino è teso, torna un tocco fumé e floreale. Il bicchiere vuoto sprigiona note di humus e terra bagnata; il ricordo è esile.

Un vino in fase calante, figlio di un’annata molto complicata, con maturità insufficienti (8,5 per cento di alcol naturale). L’anidride carbonica risulta distaccata dal liquido a causa della carenza di corpo. Non è una questione di tempo: la fusione tra i due elementi non avverrà probabilmente mai. Un vino scarno, che ha il pregio di restituire un’immagine fedele dell’annata. E’ un episodio che illustra una fase di ricerca, la probabile inesperienza di sei anni or sono e il limite evidente di chi non ha la possibilità di fare assemblaggi e dell’assenza di dosage. Analogamente al 2003 – ma per motivi opposti – il 2001 in Champagne darà raramente vini millesimati.

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