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Verticale Duca d'Aragona

Programmata inizialmente per la rivista, abbiamo deciso di pubblicare sul sito la verticale dedicata al Duca d’Aragona di Candido. Lo spostamento non ha nessun significato di valore del vino, testimonia invece l’impossibilità di capire cosa sta accadendo a quello che abbiamo considerato uno dei nostri vini pugliesi preferiti. La differenza tra le ultime annate in commercio e la linearità stilistica espressa fino al 1997 compreso è tale, e inspiegabile, da impedirci di organizzare un articolo all’altezza delle nostre abitudini.
Per questo vogliamo comunque fare partecipi i lettori delle emozioni ricevute durante la degustazione, non potendo, per ora, indagare le ragioni produttive di tale cambiamento.
Il Duca d’Aragona rappresenta il meglio delle uve nere della Candido. Ottenuto da Negramaro, di solito il 70%, e Malvasia Nera, la selezione della materia prima ha come obiettivo un adeguato sviluppo del vino nel tempo. Interpretato dalla consulenza di Severino Garofano, presente alla Candido fino alla vendemmia 2004 compresa, con la sua impronta meridionalista e poco incline a farsi trascinare dalla concentrazione e dalla spasmodica ricerca del frutto, il Duca fino alla metà degli anni novanta è stato maturato in botti di media e grande capienza, prima di un lungo affinamento in bottiglia che lo portava in commercio con almeno sei anni di vita già compiuta.
Dalla nostra degustazione sono assenti il 1990, di cui il produttore non aveva più bottiglie, il 1993 e il 1996, che avevano tappi difettosi; altri assaggi hanno testimoniato che il 1993 è uno dei più felici, mentre il 1996 ha sofferto un’annata non memorabile.

 

1987
Colore granato con riflesso ambra.
Naso stagionato senza essere decaduto, la miscela tra meridionalità e ossidazione non ha rovinato l’insieme, anche se lo sviluppo nel bicchiere va poco lontano.
In bocca è secco e gentile, la fibra è al limite, i ritorni d’affumicato rimandano all’origine sudista delle uve e al sistema produttivo che prediligeva la maturità rispetto alla conservazione del frutto giovanile; non appare alcuna pesantezza e il liquido libera la bocca con un respiro balsamico.
Non scaturiscono particolari emozioni, la sua tenuta è stata diligente e omogenea.

 

1988
Colore granato con riflesso ambra e una particolare trasparenza.
Naso introverso, calore senza bruciore, notevole evocazione mediterranea con olive, mare e corteccia in evidenza, l’esibizione è graduale e fascinosa, le note di frutta candita si aggiungono al compiuto grado di complessità.
In bocca appare ancora vivo, di un’energia tenera, non offensiva, nel richiamo odoroso non vi sono forzature alle sensazioni stagionate, lo sviluppo del sapore si accontenta di arrivare in fondo senza ulteriori sollecitazioni.
+ Incoraggiante esempio di Negramaro capace di affrontare il tempo senza appesantirsi, ma trovando una dimensione nitida e aerea.

 

1989
Colore granato mattone.
Naso di rara bellezza, ottima mediazione tra la concentrazione della maturità e la levità mediterranea: tra i sentori che trapelano da un flusso uniforme avvertiamo carne, fiori appassiti, erbe officinali.
In bocca è deciso, molto bene nei primi tre quarti dello sviluppo dove il liquido fa sentire la sua vitalità e mette a disposizione elementi aromatici ancora integri; nella chiusura si ritrae appena e questo toglie al finale la grandezza che la dinamica stava costruendo.
+ La coerenza tra i vari aspetti, a cominciare dal colore, consegna l’idea di un vino molto riuscito a cui ha giovato il tempo d’affinamento in bottiglia.
L’incertezza del finale è una caratteristica dei vini invecchiati della Candido, probabilmente legata ai tannini delle botti che, cedendo un ingrediente amaro, asciugano la profondità gustativa.

 

1991
Colore granato mattone intenso.
Naso leggiadro e speziato, emerge una nota piccante e l’insieme ha un tono davvero propositivo; bene anche il comportamento a bicchiere vuoto, il liquido non si scompone e lascia salire la florealità solo accennata nell’impatto odoroso.
In bocca è largo e sereno, la lunghezza sa essere tesa ed emotiva, il rilascio dei ritorni è continuo e arriva in fondo; le sensazioni finali ribadiscono il profilo di un vino dall’impronta fine, incapace di particolare pressione sulla lingua.
+ Uno dei migliori Duca di sempre, sfaccettato senza essere disunito, interprete di un’enologia fatta da una mano delicata.

 

1992
Colore granato mattone.
Naso di notevole complessità, ampio e delicatamente stratificato, segnato dalla maturità ma ancora in perfetta forma: sentori di cacao e terra introducono un flusso morbido e carnoso di prugna e liquirizia.
In bocca il calore è diffuso, l’insieme è fatto di sottigliezze, acidità prudente, salinità pungente, finale fervido con il classico colpo di coda amarognolo.
+ L’iniziale impressione di somiglianza col 1991 si stempera a qualche giorno di distanza dall’apertura, il più giovane ha una maggiore solidità e riduce la varietà espressiva.

 

1994
Colore granato caldo luminoso.
Naso chiuso, solo un tratto di spezie trapela da una compattezza severa e densa; più che aprirsi e svelare le sue sfumature, il profumo assume una modalità avvolgente e finalmente si solleva per darci conto della sua riuscita evoluzione.
In bocca è asciutto, ha un’incoraggiante combinazione tra la freschezza acida e la tensione del tannino, il ritorno dei sentori ossidati nella corrispondenza gusto-olfattiva è modulato, mentre l’epilogo soffre la sensazione asciugante del rovere.
+ Ha una personalità di valore, sarebbe il migliore se non avesse quell’incertezza nella chiusura del sapore.

 

1995
Colore granato maturo classico.
Naso avvincente e di raro potere evocativo, la sua radicale complessità incrocia la delicatezza aerea di spezie ed erbe medicinali, provocando forme odorose imprevedibili.
In bocca ha un eccellente profondità, il sapore si distende con disinvoltura sicuro che troverà acidità e sapidità al suo fianco, i tannini tengono e l’alcol fa da convoglio dei ritorni nella splendida corrispondenza gusto-olfattiva; il grido aromatico del finale richiama cioccolato, bacche di ginepro, curcuma e liquirizia.
+ Il migliore grazie a un gran temperamento e a una tenuta che fa ben sperare per la prospettiva evolutiva.

 

1997
Colore granato molto intenso e bello.
Naso chiuso e carnoso, il grande potenziale espressivo sembra ancora bloccato, il liquido dà un senso di sostanza e per ora lascia alla spinta dell’alcol la gran parte della responsabilità del flusso odoroso: inevitabile che prevalgano note pungenti che tuttavia consegnano un’idea di complessa varietà.
In bocca ha la classica modalità avvolgente dell’annata calda, l’impatto del sapore è largo pur se ben controllato dalla dinamica dell’acidità; più impegnativa la seconda parte dello sviluppo, dove il vino diventa prevedibile; il finale succoso vede i sani ritorni di frutta distillata.
A tre anni di distanza dall’ultimo assaggio “ufficiale”, lo inserimmo nel racconto dedicato alla Puglia di Porthos 16, il Duca 1997 sembra contratto e poco incline a concedere la sua proverbiale generosità, senz’altro un passo indietro rispetto a tre anni fa.

 

1998
Colore granato profondo e teso.
Naso molto strano, prevale un taglio di stampo giovanile del tutto incomprensibile: sentori di lamponi freschi e caramello insieme a note vinose che farebbero pensare a un “ripasso” alla moda della Valpolicella.
In bocca il tono non cambia, l’acidità appare isolata dal contesto che manca di tensione e profondità, inevitabile che l’amaro domini il finale togliendo qualsiasi possibilità di replica al resto del sapore; i ritorni confermano le incertezze dell’impatto odoroso.
- Il meno convincente, distante anni luce dalla continuità stilistica colta fino al 1997, incapace di evocare territorio e vitigni.

 

1999
Colore granato molto vivo e scuro.
Naso di stampo fresco, frutti neri in primo piano e poi erbe e un chiaro riferimento al rovere; non ha l’improbabilità del 1998, ma chiarisce la svolta produttiva ed espressiva.
In bocca è denso, i tannini hanno un tratto polveroso, l’acidità sembra distaccata dal piano del sapore, il corpo è molto forte, non basta però a ricomporre quell’unità espressiva che pareva uno dei veri elementi distintivi del Duca rispetto all’impudenza concentrata e bruciante della gran parte dei vini meridionali dell’ultima generazione.
- E’ impossibile non pensare a una correzione di rotta in corsa, e questo vale anche per il 1998, con tutte le ripercussioni espressive che si possono immaginare in una bevanda vivente qual è il vino.

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