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Ribolla Gialla del Collio, Radikon

Una degustazione che è quasi un viaggio, un ripercorrere i passi di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle il travaglio interiore del cambiamento delle idee.
Una fatica necessaria, liberatoria, pressoché inevitabile per chiunque abbia il coraggio di mettersi in gioco quando tutto indurrebbe a crogiolarsi nel tepore di un successo confortevole ma intimamente insoddisfacente, se attraverso ciò che si fa si intende esprimere – davvero e fino in fondo – ciò che si è, ciò a cui si sente di appartenere.

Stanko Radikon, così, ha affrontato un cammino fatto prima di sottrazione e poi di riappropriazione delle origini, tramite il recupero di pratiche di vinificazione radicate nel Collio sin dagli anni ‘30; o forse, prima ancora, c’è stato semplicemente il desiderio di fare un vino che sapesse d’uva, di quella ribolla che matura lenta, dalla buccia così buona da mangiare, da far arrivare in cantina come dovesse andare in tavola.

La cura massima dedicata alle vigne, allora, ha trovato un corollario solo apparentemente contraddittorio in uno stile di cantina caratterizzato – a partire dalla metà degli anni ’90 – più dal “non fare” che dal “fare”: nessuna chiarifica né filtrazione, totale assenza di solforosa aggiunta o lieviti selezionati, lunghe macerazioni sulle bucce tese ad infondere nel vino non una facile ed autoreferenziale impressione di potenza, bensì un’intensità diversa capace di suggerire con maggior convinzione i profumi e i colori di quelle colline di frontiera.

La degustazione

La Ribolla 1987, filtrata e chiarificata, è stata affinata in acciaio e presenta un bel colore paglierino brillante.
Il naso è insolito, sottilmente ammaliante nelle sue lievi evocazioni di cereali che vanno dalla crosta di pane caldo al whisky diluito; la bocca è coerente e sapida ma tutto sommato statica, incapace di coinvolgere fino in fondo. L’impressione è quella di un vino dalla fattura irreprensibile, oltre che di mirabile longevità, ma velato da una rigidità comunicativa che ne rende la voce tanto chiara quanto fredda.
La versione 1990 ha fatto barrique, è color oro ed ha un naso più fresco e articolato di malto, gelée alla fragola e pasticceria. In bocca mostra un portamento integro, piacevole, assai graduale nello sviluppo gustativo. Un bel vino, a cui manca solo il “colpo d’ala” per lasciare davvero il segno.
La 1993, figlia dello stesso protocollo di vinificazione, sciorina uno spettro olfattivo di avvincente complessità in cui si rincorrono note calde di zolfo e frutta gialla matura insieme ad altre più verdi di asparago e pomodoro, sotto cui si stratificano raffinati sentori di idrocarburi. In bocca è salino e puntuto, di bella beva, sebbene non abbia l’imprevedibilità che il naso lascerebbe sperare.

La Ribolla 1995 segna un punto di svolta, sin dal colore delicatamente ambrato: è la prima Ribolla ad aver effettuato la macerazione sulle bucce, durata 9 giorni.
Il naso è ricco e appassionante, finissimo di iodio ed erbe aromatiche avvinte in un flusso originale e indistricabile. Bocca di altra profondità, quasi avesse guadagnato un’ulteriore dimensione, caratterizzata da una progressione dura, acida, perentoria nella brutale secchezza con cui chiude su serissimi ritorni di liquirizia.
La 1999 ha prolungato il contatto con le bucce tre giorni in più, e a differenza della precedente è stata affinata in legni non di primo passaggio. Il colore è ambra intenso, al naso esibisce la massima ricchezza compatibile con una vera eleganza: proprio per questo, forse, fatica più delle altre a sbrogliare una matassa olfattiva di cui si intuisce una complessità sotterranea in divenire, e da cui trapelano per ora echi di fiori, agrumi e carne.
Bocca entusiasmante, governata da una mineralità prepotente che si distende lunghissima su tutta la lingua; stupisce più per la persistenza tattile che per quella gustativa, in verità, ma è questo un bianco difficile da dimenticare per l’autorevolezza con cui coniuga essenzialità e sostanza.

Le versioni 2002 sono due, differenziate dalla durata del contatto con le bucce rispettivamente di 35 giorni e di 7 mesi.
La prima mostra un color ambrato irradiante, bello al punto da sembrare irreale. Il naso è carico, sorridente nei suoi richiami di fragole selvatiche e scorza d’arancia candita, sotto cui si stratificano finissime evocazioni fluviali; bocca ruvida e asciutta, di una secchezza che lascia basiti. Un vino di grande forza, giovanissimo, assai promettente.
La seconda Ribolla, figlia di una sperimentazione estrema e non in commercio, esibisce una densità anche visiva col suo colore cupo e velato.
Naso morbido, avvolgente ed elegante di erbe officinali, cipria e cannella, di grande impatto. In bocca ha uno slancio tremendo, insospettabilmente guizzante nonostante l’avvertibile peso degli estratti che non ne intacca in alcun modo la severità.

Resta un vino fatto per essere bevuto e non per impressionare, come dimostra l’accorta accoglienza riservata ad una gustosa ventresca di tonno con cui stabilisce una serie continua di rilanci del sapore che rammenta ciò che dovrebbe rimanere il senso ultimo di ogni bottiglia: stare in tavola, finire, lasciare un ricordo.

 

 

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