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Porthos 29

Editoriale

What peace can be found
To grow between the hammer and the anvil?
(1)

Sorprende, dopo tutti questi anni, trovarsi ancora qui, a ricordare a chi ci legge che l’informazione, anche nel piccolo mondo del vino e del cibo, può essere diversa dai comunicati delle proloco e dei consorzi, seppur rimasticati dalle grandi firme.
 È lo scomodo ruolo dei moralisti, quelli che, come ci insegna Norberto Bobbio, non sanno stare al gioco, figure ormai desuete, noiosi nel loro attaccamento a valori scomodi, insomma, degli innocui guastafeste.
Non è quindi un caso che l’editoriale di questo numero sia quasi un memoriale, una sorta di diario meno che minimo, privo all’apparenza di legami, ma che si tiene stretto a quello che noi cerchiamo di essere.

Your Lordship won’t forget that evening on the river
When the King and you and I were all friends together?
(2)

Non diventeremo mai ricchi, questo è certo. Guardando le newsletter che arrivano incessanti sul mio video, leggo infinite liste di sponsor che mai ci sfioreranno. È l’invidia che mi fa parlare, certi contratti noi neppure li sogniamo, ma ne eravamo consapevoli fin dall’inizio, quindi non c’è niente da recriminare.
Nonostante tutto, a volte mi chiedo se certe sponsorizzazioni portino davvero qualcosa alle aziende che pagano il conto.
La ritualità di manifestazioni sempre uguali, dove l’innovazione si coniuga con la tradizione e mille altre fregnacce, dove il vino e il cibo sono declinati dalla A di amore alla Z di Zorro, fa il pari con una comunicazione imbalsamata e prevedibile, che rimbalza tra gli operatori e fatica ad arrivare alle persone.
E allora la domanda è semplice: cosa ci guadagnano le aziende a sostenere tutto questo? Forse non sanno dire di no, convinte che la costruzione dell’immagine debba passare da queste forche, oppure ritengono che, in mancanza di meglio, vada bene così.

We have served your interests; we merit your applause; and if there is any guilt whatever in the matter, you must share it with us. (3)

Chi si occupa di vino, tecnici, produttori, esercenti e simili, gode dell’accesso ad una ribalta negata ad altre persone, che pure rivestono ruoli confrontabili e posseggono capacità professionali pari o superiori alle loro. Chi si occupa di yogurt, ad esempio, per quanto bravo, difficilmente avrà la possibilità di rilasciare interviste e soprattutto di vederle pubblicate su giornali, riviste e siti web, come invece possono fare parecchi operatori del mondo del vino, siano essi di prima grandezza o semplici comprimari.
In altre parole, c’è una sproporzione fra l’effettivo valore delle persone, il loro spessore umano e professionale, e lo spazio e l’attenzione che il mondo della comunicazione, nel nostro caso quella del vino, gli riserva. Si dirà che il ragionamento vale per molti settori, ma ciò non ne intacca la validità.
È evidente che questo privilegio, vale a dire l’accesso ad una ribalta ampia e ben illuminata, dovrebbe comportare anche delle responsabilità, nelle parole che si dicono così come nei comportamenti che si adottano. È altrettanto evidente che sono in pochi a rispettare questo principio. Molto più facile approfittare del pulpito per spacciare bugie piccole e grandi, oppure per dare addosso a chi si percepisce come avversario, perché l’etichetta che conta è quella sulla bottiglia.

Still and stifling the air:
but a wind is stored up in the East.
Is it the rain that taps at the window, is it the wind that pokes at the door?
The last temptation is the greatest treason:
To do the right deed for the wrong reason.
(4)

L’offensiva è in atto.
Schiere di uffici stampa, studi di pubbliche relazioni, agenzie multitask, tutti si affannano a spedire campioni, a consigliare assaggi, ad invitare in cantina, in vigna, al ristorante, sul campo da golf.
Fisicamente, non ce la si fa. Senza contare che per seguire quest’ondata di eventi e di proposte serve molto tempo, quello che nessuno ha. E forse è questa la chiave: stritolati dall’abbraccio dei produttori e delle loro macchine di marketing, i giornalisti enogastronomici non hanno la forza e il tempo per indagare, per capire, per leggere i fenomeni e interpretarli. Sempre che ne abbiano la voglia, eventualità della quale è talvolta lecito dubitare. Molto più facile esibirsi in uno di quei numeri a cui la storia del nostro paese ci ha abituato: la ricucitura degli imeni.
Mi scuso per la crudezza dell’immagine, rubata a una mia cara amica, donna dalla mente acuta e feroce. Tuttavia non ho trovato altro modo per descrivere questa fastidiosa tendenza di alcune delle più note facce della galassia enogastronomica.
Passi che, dopo anni di “comune grammatica enologica”, espressione con la quale si invitavano i produttori di vino italiani a darsi allo sciardonnè e al cabernè, si torni a parlare di vitigni autoctoni, con esiti spesso da barzelletta. Ora è la volta dei toni aggressivi, è il momento di schierarsi dalla parte del consumatore, ci si preoccupa dell’etica, fino a tirare in ballo l’impegno e la coscienza civile, con un fare che ricorda la difficile e lacrimosa digestione del coccodrillo.
La natura insidiosa di questo atteggiamento appare manifesta: attraverso stoccate inoffensive e approfondimenti di maniera, si vuole rendere più digeribile il resto della pietanza, che siano “copia e incolla” in salsa glamour o marchette nude e crude.
Così, improvvisamente, siamo tutti uguali, tutti dalla parte giusta, nell’ennesima omologazione di forma e contenuto, gabbati da un’operazione tesa a nobilitare il ciarpame che persiste, come il sottile foglio d’essenza di legno che nasconde il truciolare.
A nulla quindi vale esserci schierati dall’inizio in difesa della persona-consumatore, perché il successo premia chi cavalca meglio l’onda, non chi arriva per primo e poi non sa cosa fare, oppure chi naviga da solo e a lungo, ma a sfavore di vento.
Non resta che invocare l’anima beata di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, la cui morte, raccontata da T.S. Eliot, ci porta un messaggio: non si può diventare santi per una ragione sbagliata. Altrimenti si ritorna alla logica del fine che giustifica i mezzi. Ed è proprio quello che succede, perché collocarsi dalla parte del consumatore, spalleggiati dal potere e dal denaro di chi del consumatore è controparte, difficilmente può rivelarsi un’azione sincera. È molto più probabile che si tratti di un atteggiamento opportunista e conformista, di chi è pronto ad affrontare la difesa del rapporto vino-consumatore come un qualsiasi altro tema, il “senza barrique” come il mobile wengè, moda e basta.
Per la verità, il povero arcivescovo tira in ballo anche noi che scriviamo su Porthos, perché fra i motivi sbagliati, uno dei peggiori è sicuramente l’orgoglio.
La scena immaginata dal poeta vede dapprima tre tentatori, che a lungo cercano di convincere Becket a tornare sui suoi passi, abbandonando i valori ai quali si è votato. Ma gli argomenti dei tre cavalieri toccano poco le corde dell’arcivescovo, ci vorrà un quarto tentatore per scuotere davvero la sua coscienza. L’ultimo cavaliere non promette nulla al morituro, se non la gloria eterna del martirio. Tommaso ci pensa su, chiede aiuto al suo Dio e infine capisce: il quarto e ultimo tentatore muove la leva giusta, il pericolo è grande, si può diventare santi anche per orgoglio.
E noi? Ci faremo stregare dall’orgoglio di essere diversi? Sapremo resistere all’ultimo tentatore?

 

(1) Quale pace potrà stabilirsi mai tra il martello e l’incudine?
(2) E come potresti dimenticare, mio Signore, quella sera sul fiume quando il Re e tu e io stavamo così bene insieme?
(3) Abbiamo servito i vostri interessi; meritiamo il vostro plauso; e se c’è una qualsiasi colpa in questo affare, voi dovete condividerla con noi.
(4) L’aria immobile opprime, ma un vento sta come addensato nell’Est. È la pioggia che bussa alla finestra, è il vento che dà colpi alla porta? L’ultima tentazione è il tradimento supremo: compiere l’azione giusta per la ragione sbagliata.

Le citazioni dall’inglese sono tratte da: T. S. Eliot, Murder in the Cathedral, traduzione di Tommaso Giglio e Raffaele La Capria (Bompiani).

Norberto Bobbio, Elogio della mitezza, Pratiche Editrice.

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