Nel titolo c’è il libro. È una vecchia regola editoriale, via via disattesa dalle esigenze del marketing che ha finito col trasformare l’intestazione e la copertina in una leva commerciale, privilegiando gli effetti speciali piuttosto che la coerenza. L’intento è che il titolo racchiuda l’anima di questo libro, lo slancio, il senso morale e, se possibile, anche il prezioso sottotesto.
[…] Non riusciremmo a immaginare Emidio alle prese col Barolo o col Brunello, che mostrano presto l’inclinazione a un’aristocratica maturità – pensiamo, per esempio, nel colore. Lui ha bisogno di “vedere” il sangue del Montepulciano, non importa che il vino sia in bottiglia da quarant’anni: se è a posto, il nostro pretende una complessità dalla fragranza giovanile.
Eccolo il rosso che nasce dai tendoni abruzzesi dell’azienda Pepe: cupo nel colore, ricco, serio e promettente al naso, vellutato, incisivo e mobile in bocca, dalla lunghezza pregnante e capace di respirare nella persistenza. È il “suo” vino. Lo si capisce passeggiando con lui nel vigneto, da come accarezza gli acini per saggiare la consistenza vellutata della buccia, dalla maniera con la quale piega i tralci per bilanciare il rapporto di luce e aria tra le foglie.
