Pensate, caro signore, al mondo che portate in voi, e chiamate questo pensare come volete; sia ricordo della propria infanzia o desiderio del proprio futuro, solo ponete attenzione a quello che sorge in voi, e levatelo sopra tutto quello che osservate intorno a voi. Il vostro più intimo accadere è degno di tutto il vostro amore, a esso voi dovete in qualche maniera lavorare e non perdere troppo tempo e animo a chiarire la vostra posizione di fronte agli uomini.
Ed è nella città degli uomini che è trascorsa la notte, là dove le strade sono ora vuote di gente e calde e umide di un sole e di un’aria imprigionati tra gli asfalti e le case e le luci dei lampioni ancora accesi. Anche nella città si attende il nuovo giorno. È un’attesa silenziosa, di qualcosa che comunque ha da capitare in ogni caso. Un’abitudine che ci si porta addosso senza quasi sentirla.







Mangiamo al tavolo grande della sala, il Nebbiolo si porta via la fatica con semplicità ancora acerba e verde.




Una volta a Firano facciamo prima un giro nella vigna. Ne approfitto per registrare una parte di vissuto in mezzo alle viti più giovani che nemmeno hanno compiuto l’anno. Alla fine dei filari, sulla nostra destra, un vecchio ciliegio selvatico.







È Barbera e Bonarda assieme. Fisso i due volti che mi stanno davanti, quello disegnato e quello reale, poi mi giro e guardo quell’altro e penso al domani, a cosa ci sarà de duan, davanti, così come dicono i piemontesi, a quando la terra avrà la voce e le mani di Giulia.
