Lo studio della cultura dal punto di vista prossemico
consiste nell’esame dell’uso dell’apparato sensoriale,
quale gli uomini manifestano nei vari stati emotivi,
durante attività diverse,
nei differenti tipi di relazione e
nei più disparati assetti e contesti socio-culturali.
da Edward T. Hall, La dimensione nascosta – Vicino e lontano: il significato delle distanze tra le persone, traduzione italiana di Massimo Bonfantini, Bompiani, Milano 1968

OPpure (croatina) 2010 Stefano Milanesi (Santa Giuletta)
È concreto; la morbidezza del residuo zuccherino e degli estratti è tanto pronunciata quanto confortevole, ben integrata nel contesto gustativo. La struttura è dirompente, barocca, il tannino sottile è funzionale per smorzare tutta questa materia. Tuttavia, il legno disunito distanzia l’espressione dal buon sottotesto, creando una levigatura che toglie veracità.
+ Si fa apprezzare per l’esuberanza e per l’accessibilità.
– Il punto debole è il non abbandono di ‘quella’ patina; così la tensione emotiva è trattenuta, si crea un conflitto tra la bontà del vino e l’ineluttabile fragilità derivata dall’affinamento.
Il produttore, riconoscendo il limite della bottiglia di quella sera, ha sostenuto la possibilità che il suo vino abbia bisogno di maggiore riposo dopo un viaggio: non basta una settimana, ce ne vogliono almeno due.
Barbacarlo (croatina, ughetta, uva rara e barbera) 2010 Lino Maga (Broni)
Asciutto e severo, sembra un vino irriducibile. In realtà è capace di mettere in relazione la generosità, il modo con cui riempie la bocca – saporito e ampio – e i tratti più affilati. Si spende, si fa ribere e rimanda al cotechino con le lenticchie (tanto agognato) perché immagini come questa fibra nodosa e l’energia tratteggiata lavorerebbero sul grasso.
+ Non capita tutti i giorni di sentire un vino così serio e, allo stesso tempo, servizievole.
Astragalo (croatina) 2006 Sacrafamilia (Godiasco Salice Terme)
Si permette l’impeto dell’esperto, con un modo crepuscolare e selvatico ma pronto per altre mille guerre. Vino cicatrizzato, intriso di esperienza non ordinata. È il caos a renderlo così oscuro, quasi abrasivo per il suo vigore. Vino di confine, tra il silenzio e una lancinante deflagrazione.
Cupo, marziale, resta vivo nella memoria come un enigma irrisolto.
+ Uno dei limiti delle descrizioni è che non si può spiegare mai abbastanza perché un vino sia tanto buono. Va bene così.
Gaggiarone Riserva (croatina e uva rara) 2005 Annibale Alziati (Rovescala)
La sua trama odorosa è ossessiva: giovanile, amara, robusta. Il liquido ha slancio ma rimane trattenuto da questo suo essere vivido; mi distanzia perché lui ha… una direzione da seguire! Certo, lo berrei volentieri con un cibo sanguigno e morbido (una bistecca di collo di maiale scottata sulla brace) ma, in questo caso, sento che il mangiare è funzionale all’apprezzamento del vino.
+/– Il riserva di Alziati si mantiene, predilige una linearità. Non riesce a essere discontinuo, a rischiare la partecipazione, a prendersi meno sul serio.
9cento (barbera, croatina e uva rara) 2005 Podere Il Santo (Rivanazzano)
Roland Barthes scrisse: «La materia vivente non è mai al suo posto (né al suo posto di origine, né in quello del suo uso)». Questo vino aggredisce con coscienza, è una freccia puntata. Graffiante, la barbera tirata all’essenziale, lontana anni luce da qualsivoglia senso di conforto, eppure fervidissima e magnanima. Mai, neanche per un momento, inquadrabile. Un vino sognato, uno di quelli che rievochi a vita, dal quale trarre gioia, anche solo dal ricordo.
+ Un’esperienza. Assaggiare il 9cento è cambiare il livello di percezione. Imprudente, una pioggia di dissonanze, autenticità e coraggio.
Costa del Morone (barbera, croatina, pinot nero, uva rara, vespolina) 2004 Albani (Casteggio)
Ampio, esotico, suadente. Rischia di passare per verboso invece proprio questa enfasi è funzionale al ritmo. L’ordine del tessuto è il valore distintivo, fatto di mille sfaccettature e uno scintillio mediterraneo. Vino ispirato e sereno, buono perché unito in ogni sua parte. Ritorna il pensiero al cibo: una corposa zuppa di fagioli e orzo.
+ Un andirivieni di solennità e rusticità, illusoria facilità e unione delle parti. Di coerenza sostanziale, la grana del vino è articolata, fatta di calore e tensione.
Montebuono (croatina, ughetta e uva rara) 2002 Lino Maga (Broni)
L’inizio è sommesso, sembra limitarsi al necessario e invece si prepara il campo. Diventa coinvolgente col suo fare lento, sembra scorrere su un fondo sassoso. Il tocco sorprende, lavora sulla superficie e arriva quieto, lasciando scolpito il suo tratto essenziale, una vena salina.
+ Misterioso, quasi sulla difensiva, mostra il suo lato delicato e non teme di poter passare per debole.
Barbacarlo (croatina, ughetta, uva rara e barbera) 2002 Lino Maga (Broni)
Per il produttore, questo sarebbe un vino “non idoneo”… Per me rappresenta la ricchezza della discrezione, come il Montebuono della stessa vendemmia, ma a un livello più alto. La stoffa del sapore, resistente, in chiaroscuro, è di una grazia illuminante. Ti trascina con sottigliezza e tatto, rappresenta il senso della sfida, l’unità nella fragilità.
+ La perdita definitiva del mito secondo cui il vino debba essere dotato di un “fisico” speciale per essere ricordato.
L’incontro è stato organizzato da Matteo Gallello, realizzato con la collaborazione della Tradizione, Gabriele Bonci e di Pomarius. Grazie al prezioso aiuto di Chiara Guarino e Laura Pinelli. Condotto da Sandro Sangiorgi con Stefano Milanesi.
Ringraziamo tutti i produttori per la disponibilità. L’incontro sui Rossi dell’Oltrepò è stato significativo. “La dimensione nascosta” e la prossemica hanno dato un nuovo significato a tutta l’attività didattica di Porthos. Ci ritorneremo.