

Era la fine degli anni Settanta. Alcuni giovani amici misero insieme i propri sogni e ideali dalla cui fusione nacque questa comunità agricola. Io sono l′ultimo arrivato tra i soci. Abbiamo cercato di acquistare i campi e i vigneti in modo che fossero vicini, un insieme e una continuità territoriale. Ci hanno anche proposto vigne lontane, da raggiungere in auto. Non aver accettato è stata una questione di coerenza. Aurora è qui: i campi di albicocche, le ciliegie, l′orto e le viti, la casa dove mangiamo, la cantina sono come un corpo unico. Ogni settimana a turno si cucina per tutti, poi vedrai a pranzo. Le decisioni si prendono assieme lasciando anche spazio alla creatività e a nuove idee, come è stato per il Rosso Unito o per il prossimo imbottigliamento di base spumante dove confluiranno diverse realtà vitivinicole d′Italia.
Io ascolto in ginocchio tra gli alberi che hanno vent′anni e le viti di Pecorino e fisso una parte di sole che nonostante tutto è riuscita a vincere le ombre e a farsi spazio tra le sagome delle foglie e posarsi su un viso di uomo, tra il naso e l′occhio sinistro di Franco. Così dentro la natura anche quel poco che rimane dell‘egocentrica pressione Occidentale appare farsi vapore e sciogliersi al vento. Le pause possono ancora farsi significato e non perdita temporale e nemmeno premo il tasto Stop che tanto le parole arrivano e se non sono parole sono suoni e cinguettii.



Verso il vigneto un vecchio campo di bocce con una fila di panni stesi. Oltre l′orizzonte appennino.


