Provate voi, di questi tempi, a vivere un sogno di oltre cento ettari vitati nella piana friulana, a fare due conti vuol dire un lago di vino. Complicato da vendere, in un settore affollato di competitor che lo producono da qualche giorno in più e non aspettavano altro se non l’ennesima azienda che coniuga tradizione, innovazione, sostenibilità e un pizzico di glamour. E allora che si fa? Interrogato il mercato con le metriche e gli strumenti più evoluti, si giunge alla decisione di produrre vini dealcolati, il cui consumo è definito, da molti soggetti interessati, in netta crescita. A differenza, dicono altri soggetti, del vino non dealcolato, il cui consumo è in progressivo calo. Non così la produzione, almeno in Italia, ma questa è un’altra storia, che non finisce qui.
Torniamo nella piana friulana, dove l’azienda degli oltre cento ettari, dopo tanto studio, immette sul mercato una batteria di vini dealcolati di alta gamma. Ne deduco che ci sono anche gamme più basse, avrei dovuto immaginarlo, non mi informo mai abbastanza. Ma quando lo faccio, trovo subito un articolo ben confezionato, dove si aiuta maieuticamente l’azienda a esporre le proprie politiche produttive e commerciali. La narrazione abbraccia pomeriggi di grigio lavoro d’ufficio, richiamo della natura, scelte manageriali, svolte di vita, ricerche di significato e listino prezzi. Mancano solo gli accostamenti con il cibo, meglio tenerli da parte per un altro articolo.
Fin qui nulla di copernicano, si intravede una strada nuova all’orizzonte e la si imbocca, nella speranza che, grazie anche a una comunicazione efficace, l’azienda accresca profitti e utili e il consumatore, beneficiario ultimo di tutto il processo, possa godere di nuove gioie. Si tratti di scarpe sportive, divani o liquidi alimentari, il meccanismo è lo stesso, direte voi, ma questa volta c’è di più. Infatti, proseguendo nello sforzo informativo, m’imbatto in Sobrialità®, novità concettuale introdotta dall’azienda. Sobrialità® è un po’ come petaloso, una parola che ieri non c’era e oggi esiste, con una bella differenza: è un marchio registrato, come Scottex® o Nutella®.
Non la troverete su un dizionario e l’accademia della Crusca non sembra averla ancora considerata, ma nel frattempo ecco cosa significa: «sintesi tra sobrietà e vitalità». Non parliamo, quindi, di un prodotto, bensì di un approccio all’esperienza del bere insieme, cioè «stare al tavolo con piena presenza», scegliere «la lucidità» e farlo, ovviamente, «con stile», il che spiega l’alta gamma.
Ebbene, ammettiamolo con coraggio, in molti abbiamo vissuto un’era di volgare, inconsapevole ubriacatura, che non ci ha fatto godere delle mille sfumature della Sobrialità®, accasciati su tavoli imbrattati come nemmeno Antonin Artaud avrebbe avuto lo stomaco di descrivere. Proviamo allora una «nuova interpretazione del vino come oggetto culturale e sociale: capace di accompagnare la convivialità senza eccessi», diciamo basta alle damigiane di Sassicaia e di Petrus, giacché «nel lusso di oggi, sempre più spesso, l’esclusività non risiede nell’abbondanza». Stappiamo una bottiglia di dealcolato di alta gamma e, prima della scadenza (tre anni, pare), sorseggiamolo in compagnia di altri reietti da recuperare e consegnare all’esistenza che verrà, densa di momenti da «vivere senza sentirsi esclusi dal rito della condivisione». Parole toccanti, balsamo per le ferite di quanti, attorniati da beoni intemerati, fino a ieri si nascondevano dietro una bottiglia di gazzosa, ma che d’ora in avanti, alfieri della Sobrialità®, potranno sfoggiare una magnum di dealcolato di alta gamma e scarrocciare il bicchiere, come e più degli aspiranti cirrotici che un tempo li irridevano. Attenzione, non è una rivalsa, qui si parla di condivisione, il gioco è allargare la platea, altrimenti le pianure produttive non trovano sfogo, ma si finisce ugualmente in un trucco grossolano: tu ti sbronzi con fiumi di liquidi alcolici, sprofondato nell’abiezione, mentre io, dopo una giornata al top e un’ora di pilates, mi delizio con ruscelli di nettari poco o per nulla alcolici. In altre parole, si deforma la realtà per affermare un principio, che trova fondamento proprio nella visione deformata. E per stare tranquilli – e fatturare qualcosa – si registra pure il marchio, equiparando uno stile di vita, un modello di comportamento, un modo di vivere, a un qualsiasi manufatto. Resta, per me, una domanda: nei giorni in cui non mi ubriaco fino all’incoscienza, cioè 365 giorni l’anno, ma resto sobrio e faccio un po’ di fitness da salotto, devo pagare una royalty?