La degustazione di Sandro a Montalcino
di Simona Abate
24 Novembre 2023
Camminare in certi luoghi è come abbandonarsi al tempo. Non misurarlo. Sentirlo. È una catarsi che rivela la dignità intatta del paesaggio: il vento scende dall’Amiata, carico di legna e dell’odore di terra umida, i filari sono ferite incise sulle alture, dove galestro e argilla custodiscono la traccia di un mare dimenticato. Le valli si aprono all’autunno mentre la luce del crepuscolo indugia sui tetti di cotto, accarezza le mura e lascia alle ombre la forma delle strade. Su questo teatro di terra si innalza Montalcino.
È qui che Gino Della Porta ha immaginato il nostro incontro, in questa sala dove calici allineati brillano e tredici bottiglie attendono. Sandro scruta ogni dettaglio poi prende la parola. Ripercorre gli anni del fermento in Slow Food, un’ebrezza che lo ha portato a mettere in discussione ciò che appariva granitico. I ricordi affiorano su certi vini del passato, da lui definiti “fiori di plastica” i cui profumi, immobili, negano l’esistenza stessa della vita. Affronta il tema del vuoto emotivo generato dai punteggi, dall’urgenza di incasellare ciò che per natura è irriducibile. I vini, aggiunge, cominciavano pericolosamente a somigliarsi. “Al vino non chiedo più nulla, se non di non farmi male”. Da questo mosaico di sensi nasce Porthos: un gesto di insubordinazione contro mediocrità e artificio.
Qui, l’amore vince. E con esso, la libera associazione che permette a ogni sorso di aprirsi come un racconto in divenire, senza schema, senza giudizio preventivo.
Quando i bicchieri iniziano a riempirsi, Sandro introduce la nuova modalità di degustazione, quella che invita a non affrettare l’olfatto. Non è necessario infilare subito il naso nel vino, si può attendere, lasciar sedimentare, scoprire con calma. È un invito a una manualità diversa, a un dialogo più profondo, meno invasivo.
La sequenza dei vini, nonostante il tentativo di mischiare le carte, si risolve nella consueta geometria: bianchi in apertura, rossi sanguigni e viscerali al centro, rossi più meditativi e tannici a chiudere. “È una certezza,” osserva Sandro, “ma per la prossima volta, forse, dovremo ricordarci di creare problemi, di mettere in pericolo chi degusta, perché solo così si esce dalla manualistica, dal facile riconoscimento.”
Oltre l'etichetta: il dettaglio che disorienta e seduce
La degustazione ha avuto inizio con il N. 0, un vino che ha dato il benvenuto con simpatia. Sandro lo ha subito definito meraviglioso, burrosetto, con un richiamo alla caramella Rossana. Era divertente, vivo, con una semplicità di pensiero che, pur giovanile, ha convinto al punto che un partecipante avrebbe voluto portarlo via con sé. Subito dopo, la discussione sul N. 1 si è polarizzata: per alcuni era la soluzione della complessità in semplicità, ma Sandro lo ha percepito come ingessato, statico nella sua espressione. Il N. 2 è stato invece apprezzato da Sandro come un “lavoro all’uncinetto”, anche se altri ne lamentavano la poca sapidità e un tocco amaro.
La tentazione fulminante dei bianchi
Il vero dibattito si è acceso con il bianco N. 3. Qui, l’entusiasmo di chi ha trovato idrocarburo, mineralità e un leggero pétillant — il profilo ricercato nei grandi bianchi — si è scontrato con un’associazione inattesa. Alcuni, spiazzati dalle sue espressioni aromatiche, hanno tirato in ballo il paragone con la birra, addirittura la IPA. Sandro ha respinto con forza questa lettura. Per lui, il N. 3 è un vino elegante, immaginifico, un viaggio; la birra è ripetitiva. “L’associazione con la IPA è solo un limite di chi non ha ancora catalogato la ricchezza aromatica che certi vitigni straordinari sanno offrire”, dice “La sua salinità è importantissima, e sarebbe perfetto con delle acciughe”.
Nel N. 4 Andrea ha percepito una bocca materica, densa, per lo iodio e il sale. Ma è sul suo impatto odoroso che Sandro ha voluto focalizzare l’attenzione: l’acidità e lo zolfino sono fulminanti. È questa nota sulfurea pungente, descritta da Gregory come una violenza bilanciata, che definisce il suo carattere. Per Sandro, questo è il bivio: accettare la sua affilatezza o sminuirla, come ha suggerito chi l’ha etichettata come “un riduttivo stile”. Sezionare un vino, cercando il difetto, rischia di “ammazzare il territorio”.
Il cuore controverso dei rossi
Il primo rosso, il N. 5, ha portato un sollievo immediato. La sua succosità irresistibile e la modalità trascinante hanno divertito tutti. Sandro lo ha definito un vino quasi adatto ai giovani per la sua immediata pienezza, pur avendo un bel tannino e una bellissima acidità. Il N. 6 si è mostrato più coraggioso nel confronto e si è presentato in una condizione molto felice, elegante e pronto a darsi.
Il N. 7 ha evocato immagini potenti: il basilico, il ketchup. Sandro ha sentito pomodoro e carne, ma è il vino che “se ne va proprio sul più bello” lasciando un senso di incompiutezza. La sua è la “pummarola sfuggente“, percepita da altri come mancante di sale.
L'equilibrio imprevedibile e la lentezza finale
Il N. 8 è stato il vertice emotivo della batteria. Riccardo lo ha bevuto dimenticando il taccuino, trovandolo accogliente e autorevole con umiltà. Sandro ha spiegato perché: è uno dei vini più interessanti per la sua capacità di tenere insieme spontaneità e autorevolezza. La nota di brett non è un difetto, ma una “tessera di un mosaico continuamente in trasformazione”. Quella che altri chiamano evanescenza è in realtà la sua eleganza sensuale che obbliga a cercarlo, a tornare. Per Sandro, è il vino più imprevedibile e inafferrabile.
Il N. 9, invece, è stato il suo opposto: più lento, educato, ma con una persistenza meno avvincente. Sandro lo ha definito una “mummia“, bloccato nella sua espressione. Il N. 10 ha mostrato una tannicità ruvida e, per Sandro, ha sofferto nel calice, apparendo autoreferenziale.
Prima di concludere, il N. 11 ha offerto una lezione di enologia: il suo naso vaporoso, l’esuberanza aromatica del “respiro della Valtellina” (con sentori floreali, speziati, di prosciutto), si giustifica solo perché la bocca è leggera e vuota.
Infine, il N. 12 si è rivelato un vino maschilista e inafferrabile. Il suo naso è il più lento della batteria, con caratteristiche di longevità tali da renderlo “più buono dopodomani”. Sandro lo ha definito come il passaggio dalla montagna alla pianura, con un lato organico/gastronomico che ricorda la “rusticità padana”. Da accostare alla carnosità della cassoeula.
Il liquido odoroso non svanisce con la fine della serata. Nelle ore successive trova la sua forma più vera, quando si scopre ciò che ha mosso dentro, oltre il senso immediato, oltre le parole. La lezione è definitiva: la bellezza non è ciò che si riconosce, ma ciò che costringe a cercare.
Appartiene a chi lo ha incontrato. È in questo spazio sospeso che si fa necessità, non più ricordo ma destino.
Nulla due volte
di Wisława Szymborska custodisce il senso ultimo della giornata, l’irripetibilità.
Nulla due volte accade
né accadrà.
Per tal ragione si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.
Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.
Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.
Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.
Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?
Perché tu, malvagia ora,
dai paura e incertezza?
Ci sei — perciò devi passare.
Passerai — e qui sta la bellezza.
Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.
VINI E NOTE DI DEGUSTAZIONE
0 – Freisa 2019 — Rinaldi: burroso, dolce. Evoca l’accoglienza di una Rossana. Qualcuno dice: “Lo porterei via.” È un sorriso, un gesto di apertura che prepara al dibattito.
1 – Bianco 2010 — Arena: apre un contrasto netto. In sala trova estimatori per la piacevolezza immediata. Sandro lo sente ingessato. È discreto: offre e trattiene.
2 – Bianco 2022 — Terre di Confine: lavoro all’uncinetto, tessuto sottile, paziente. Non si svela subito, richiede tempo e attenzione entrando nel novero di quelli che Elisa desidera sentire meglio.
3 – Malvasia Selezione 21 — Marko Fon: fervore crescente. Giuliano ne celebra la vitalità olfattiva. Alcuni lo avvicinano a una IPA per i sentori erbacei. Sandro tuona: “Elegante, immaginifico, altro che birra”. Compie “il giro del mondo in 48 ore”. La sua componente salata diventa cifra di distinzione.
4 – Sm (Grillo) 2021 — Arianna Occhipinti: sostanza che conquista, pur nei contrasti. Gregory lo trova violento, a tratti equilibrato, e continua a cercarlo.
Divide il pubblico per la nota sulfurea pungente: alcuni la giudicano difetto, altri espressione peculiare.
5 – Rosso 2017 — Monte di Grazia: diverte per succosità. Sandro lo definisce adatto ai giovani: immediato, vivo, sostenuto da acidità netta e tannino gentile. È un “vino da correre scalzi sull’erba”, dice qualcuno.
6 – Faro 2020 — Bonavita: raffinato, coraggioso, pronto a donarsi. Si muove con leggerezza nella complessità, come un tessitore che conosce il filo giusto. Elisa è sedotta dalla sua eleganza misurata.
7 – Rosso 2019 — Clos Marfisi: evoca pomodoro e basilico, ketchup e carne. È sensuale, ma “se ne va sul più bello”, lasciando un senso di incompiutezza. Ciononostante, questa sensazione non ne diminuisce il fascino per Gaia, che lo considera tra i suoi preferiti.
8 – Prologo 2019 — De Fermo: vortice emotivo. Riccardo lo definisce accogliente e umile. Sandro lo elegge tra i suoi preferiti per l’equilibrio tra spontaneità e autorevolezza. Evanescente, per lui è invito a seguirlo ancora.
La nota di brett è parte di un mosaico vivo, sempre in trasformazione.
9 – Granato 2019 — Foradori: Lento, educato. Sembra voler imitare i vini del Nuovo Mondo. Resta inchiodato in una mummia espressiva come un attore che dimentica la parte. Lo si immagina su un filetto alla Wellington.
10 – Bramaterra 2019 — Antoniotti: Sorprende all’inizio, poi si dissolve, soffre e lascia emergere tannini ruvidi e autoreferenziali. Conserva una parte per sé, chiusa, segreta.
11 – Barolo Piè Rupestris 2018 — Cappellano: naso intenso e profondo di fiori e spezie che richiama la Valtellina; la bocca, leggera, lascia un senso di vuoto. Un vino che insegna: l’esuberanza olfattiva non sempre si traduce in sostanza.
12 – Barbacarlo 2002 — Maga: chiude il cerchio, richiamando il mistero dell’8. Il profumo, lento a svelarsi, mostra terziari marcati. È l’altro vino che, insieme al Prologo, incuriosisce moltissimo Elisa e la invita a ritornarci.
Sandro lo definisce simbolo di longevità e unicità: un percorso dalla montagna alla pianura, da accostare alla carnosità della cassoeula.
Nella foto di apertura, la sala di accoglienza di Cantina Le Ripi.