

Un centinaio di metri ancora e davanti a noi circondata dalla natura che le sta crescendo intorno e dentro, la casa di Pino. Le finestre e le porte sembrano chiuse, sprangate e pure dove non c′è porta né finestra lo spazio appare sigillato da un tempo senza nome.


Ci sono i fiori dell′aglio che da viola sono diventati bianchi, erbe che arrivano ai fianchi, pali di legno senza più una verticalità.

C′è un giallo che ha ancora la forza di ravvivare un luogo, di portare una giovinezza e in mezzo a tutto ci sono le ultime viti interrate da Pino.

Le guardo con emozione. Paolo cerca di sistemarle ma sono gesti inutili, come inutili sono i grappoli attaccati alla pianta. I rovi avanzano attorno in un fatale senso di abbandono. Le piccole viti si lasciano andare e tornano a far parte del tutto indistinto e selvaggio.



Parole sbiadite scritte in una cornice, mattoni di pietra, una vasca con i piedi all′aria e un cespuglio cresciuto vicino e dal cespuglio uno schermo nero di televisore. Lo guardo, lui se ne resta muto e inutile come tutto il resto.

Rifacciamo la strada, arriviamo alla casa del vecchio che forse sta lì e sente l′auto passare sul selciato e uscirà una volta lontani e rimetterà il lucchetto alla catena perché – come dice lui – potrebbero venire extracomunitari a dormire nella casa di Pino.

A Rocca Grimalda c′è una parte dei vigneti dell′azienda Forti del Vento accanto all′agriturismo della famiglia di Tomaso, il socio di Marco.







