Sassaia in verticale

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Su Angiolino Maule si è scritto molto e ancora di più si è parlato. Intervistato da Porthos nel 2002, prima della nascita di Vinnatur, è sempre una figura nevralgica nel mondo dei vini naturali. La personalità di Angiolino si forma nel nucleo di militanti che ruotava attorno a Josko Gravner, verso gli inizi degli anni novanta. Con Radikon, Nico Bensa e pochi altri, s’interrogava sul destino del vino. S’incontravano sulle colline di Gambellara, poco sopra Vicenza o ai confini con la Slovenia. Incrociavano bicchieri, dialetti e pugni sul tavolo. Da quegli incontri carbonari nacque Viniveri, un movimento fondamentale che oggi ha una fisionomia completamente diversa. Si confrontavano, troppo spesso litigavano, fin quando non è arrivata la rottura finale. Mi ricordano un po’ i Sex Pistols. Angiolino non era Johnny Rotten, ma la rabbia che aveva a suo tempo era simile a quella della punk band londinese di fine anni ‘70. Seguire il percorso di Maule significa prendere contatto con i suoi umori, le incertezze, le progressive prese di coscienza, per cui, quando affrontiamo i suoi vini in una degustazione verticale, è come sfogliare l’album delle sue avventure, delle vicende familiari e di lavoro.

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Sassaia 1997

L’etichetta è ancora quella a colori. Il nome della Biancara spicca sopra al disegno che ritrae la casa di Angiolino e Rosa. Mi lascio servire il vino da Francesco, il maggiore dei quattro figli. Il colore è giovanile, per nulla preda dell’ossidazione. Mi colpisce che un vino nato senza grandi ambizioni, dopo diciassette anni possa essere così integro. Il naso è fresco, sa di buccia di cedro e foglie di menta piperita con una speziatura di anice stellato. Affascinante, un vino in punta di piedi, con il quale non riesco a stabilire un rapporto diretto. Avverto un’inspiegabile freddezza; rigido lui nel mostrarsi e bloccato io nell’accoglierlo. Ne riconosco l’eleganza, ma non lo sento vicino.
Ricordo che il Sassaia è composto all’85% da garganega e al 15% da turbiana, il trebbiano di Soave; le uve provengono dalle colline di Sorio, dai vigneti vicini alla cantina.

Sassaia 1999
Nell’ultima annata del ventesimo secolo Angiolino scalpita, un certa enologia comincia a stargli stretta. Questo ’99 ha una bellissima espressione di terra, ricorda quasi un Riesling (probabile contributo del trebbiano che invecchia) in quella fusione di sentori agrumati e minerali. Una sensazione che a me sembra avere una natura organica. La terra comincia a rispondere alla coltivazione naturale, da rivedere forse le tecniche di cantina. Elegante, invita alla bevuta pur mantenendo un distacco che sembra non appartenergli; nella sua bella fattura è un vino che si fa guardare dalla finestra. La solforosa aggiunta sembra aiutarlo a non farsi segnare dall’ossidazione, ad ogni modo ne attenua il riverbero tra naso e bocca.

Sassaia 2002
Entriamo nel triennio selvaggio e inquieto di Angiolino: dal 2000 al 2003 preferisce un approccio alla vinificazione fin troppo permissivo. La macerazione è esasperata, il tino è tenuto aperto per una settimana e non c’è nessun controllo di temperatura. In quegli anni si pensava molto di più alla campagna che alla cantina e se i risultati sono questi, è andata bene. Il bicchiere è intrigante e generoso. È un vino che non si nasconde, un libro aperto che parla di macchia mediterranea, di agrumi e frutta disidratata. È pieno, concentrato nel sapore e godibile in barba ai dodici anni di età. Si porta nel tempo la sua matrice iniziale, un ricordo ancora vivo nella mia mente. Si può votare? Novantadue centesimi.

Sassaia 2007
Ricordo bene l’annata. Angiolino aveva evidentemente sottovalutato la forza dell’uva che aveva portato a casa, così ricca, forse troppo. La produzione ha subito una rifermentazione in bottiglia e la spuma inaspettata ha spinto molti clienti a rendere il vino. Non ne erano consapevoli, ma hanno commesso un errore, visto l’esito mostrato a qualche anno di distanza. L’anidride carbonica ha aiutato questo Sassaia a conservarsi bene fino a oggi. La lieve bollicina è sottile e presente, ciononostante sa farsi da parte al momento giusto. I profumi sono inizialmente legati al lievito, poi si liberano verso sensazioni floreali e di miele di zagara. Rimane un vino rude, dalle mani callose e ci piace. Ne lascio una piccola quantità nel bicchiere, rimane molto piacevole anche assaggiandolo a una temperatura più alta.

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Sassaia 2010
In quest’annata Angiolino ha acquisito una maggiore consapevolezza in ciò che fa. Conosce le regole e sa come trasgredirle. Questo 2010 è prodotto senza solfiti aggiunti, ma purtroppo la natura è avversa a questa sicurezza: l’acidità volatile è molto avvertibile e crea un distacco. Provo a ritornarci dopo qualche minuto, ma il vino mi allontana ancora. Al palato ha una struttura salda, sapidità prolungata e freschezza incisiva, ma la pungenza “vola” troppo alta. Dopo qualche minuto di lotta riusciamo a rincontrarci a tavola con una lievitata di melanzane e burrata e un gambero al curry.

Sassaia 2013
Naso contratto, ermetico, fatica a esprimersi. Dopo qualche minuto si fanno vive alcune note di frutta mediterranea, molto fini. In bocca è come se ci osservassimo da lontano… emana una sensazione di vitalità che si allinea al classico sviluppo teso e saporito; belle le note di tè verde nei ritorni. Il finale deve ancora completarsi. Probabilmente è troppo presto, tuttavia promette bene e io un pensierino ce lo fò…

Recioto di Gambellara 1994
Ho riconosciuto il Recioto ’94 di Maule non per le mie doti di degustatore ma perché quel vino mi ha sempre colpito molto. Il suo essere definito, suadente e fresco nello stesso tempo mi ha rapito fin dalla prima volta che lo degustai, qualche anno fa, dopo pranzo, nella cucina de La Biancara. Angiolino scese in cantina e salì con questa bottiglia impolverata. È un vino che ha una luce propria, un giallo oro intenso con riflessi rossastri. Gli zuccheri giocano sempre un ruolo importante, sanno conquistare facilmente per la loro capacità di farci tornare bambini. Quando queste sensazioni morbide si fondono con la freschezza e la sapidità della Garganega passita anche l’uomo più duro non resiste al dattero, al miele di castagno, all’agrume candito e all’albicocca disidratata. L’acidità aumenta la succulenza ed è impossibile spezzare il bel momento che arriva fino alla deglutizione. Mi sembra di aver incontrato un vecchio amico dopo tanto tempo. Ci siamo riconosciuti e ci siamo raccontati una storia.

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