Dieci anni di Tauma

di Sandro Sangiorgi

La verticale itinerante del Tauma, il vino prodotto in Abruzzo da Giuliano Pettinella e sua moglie Francesca D’Adda è stata un’esperienza ricca e formativa. A loro va il mio primo pensiero per il contributo e la totale assistenza, un modo di fare prodigo di attenzioni, proprio come si presenta il frutto del loro lavoro.

Poi voglio ringraziare le persone che hanno partecipato alle tre serate con entusiasmo e voglia di scoperta, Porthos vive grazie a questa meravigliosa comunità.

Il successo di questi incontri è inoltre dovuto all’impegno e alla sensibilità di coloro che li hanno ospitati. Li presento qui di seguito.

A Macerata, presso la Vineria Koinè, Emanuele Tartuferi e Marta Monachesi hanno prima creato le condizioni per una degustazione assorta e fertile di impressioni e riflessioni, e poi proposto dei cibi ricercati che hanno fatto emergere la vocazione all’accostamento e la versatilità del Tauma. A Marta e a Emanuele esprimo la mia più viva gratitudine, la loro amicizia è una risorsa che non ha prezzo.

                                                              Foto di Federica Cipolloni

A Tortoreto, nella campagna che sale poco sopra il celebre lungomare, c’è Terra di Ea, azienda agrituristica che ospita una scuola steineriana. Qui abbiamo potuto ricevere un maggior numero di persone e si è creata una classe più conviviale, anche per il menu originale ed esteso proposto per gratificare ogni annata. Ringrazio Margherita, Eleonora, Cristina, Giorgio, Federico, Stefano, Margherita e Walter, il loro affetto verso Porthos non ha limiti di generosità. Nonostante la vitalità del pubblico, con Giuliano siamo riusciti a raccontare molte cose sulla sua giovane impresa, in virtù di una curiosità che ci ha “obbligati” a dialogare ben oltre l’orario previsto per la conclusione.Un pensiero speciale va infine a Maurizio del Petit Hotel che mi assistito nel servizio delle bottiglie.

 

                                                                   Foto di Patrick Felicioni

La terza serata si è svolta a Roma, presso la sede di via Laura Mantegazza. La nuova squadra che si sta formando, composta da Francesco, Luciana, Marco e Annamaria, ha coltivato l’ambiente per un assaggio accudito e serio e mi ha aiutato a interagire al meglio con Giuliano, anche in virtù della presenza dell’amico agronomo Maurizio Paolillo. Ad accostarsi ai vini è stato prima servito un raffinato e appagante risotto elaborato dall’amico Jun del ristorante Sinosteria, poi una pizza con pomodoro e acciughe fatta da Gabriele Bonci che da quasi vent’anni è il nostro principale sostenitore.

Tre esperienze diverse e per me indimenticabili.


 Ecco le descrizioni dei vini.

2010

Per cogliere l’equilibrio tra maturità e presenza gustativa abbiamo aperto nove bottiglie per servirne sette, un risultato eccellente se si tiene conto dell’inesperienza con la quale Giuliano imbottigliò questa prima annata.

Il colore è un rosa scuro e imbrunito, al naso si percepisce un fugace tratto aereo prima di addentrarsi nella complessità del profumo; accanto alle note di frutta sotto spirito s’introduce la sfumatura del legno della botte e, con lui, sentori appena speziati e di terra, in un gioco di volatilità e concretezza.

Diverse persone partecipanti, distribuite nei tre giorni, lo hanno giudicato il migliore per la libertà espressiva e la generosità inesauribile; poi, sulla vellutata di ceci di Koinè e sulle mazzarelle fatte da Terra di Ea alla moda di Montorio abbiamo assistito a quelli che Gino Veronelli avrebbe descritto come matrimoni d’amore.

2013

Saltati i millesimi 2011 e 2012, poco fortunati per differenti motivi, Giuliano ha ritrovato in questa stagione le condizioni per arrivare in fondo con le sue regole, vitalità nei vigneti e spontaneità in cantina. Il vino si è mostrato come il meno vigoroso della batteria, e ci sta, mettendo a disposizione “l’altra faccia del Cerasuolo”, un comportamento ricercato ed esigente verso chi desidera goderne.

Il colore è un rosa appena imbrunito, il naso esprime un’esuberanza floreale e marina, seguita poi dalla caratteristica amarena che risulta cangiante e vitale. Appena sotto si comincia a cogliere un primo segno di virtuosa ossidazione che continua in bocca dove il vino si mostra agile, leggiadro e asciutto, scolpito dall’annata e dal tempo in bottiglia. Non spicca per lunghezza e persistenza, ciononostante funziona sul tacchino alla canzanese di Terra di Ea.

2014

Destinato a presentarsi come un vino magro e impoverito da un’annata fredda, umida e in generale complicata da gestire, si rivela emozionante per il suo equilibrio appeso a un filo, ancora teso e che non sembra disposto a lasciarsi andare. Queste condizioni dall’apparenza precaria sarebbero state corrette da un’enologia convenzionale che insegue una precisione analitica, ignorando l’unità del liquido e gli effetti di ogni intervento.

Il colore è un rosa di media ricchezza e ancora con una bella luce. Il naso è diretto, affilato nella pungenza centrale che per un po’ domina la scena; ci vogliono minuti per cogliere il lato più maturo, a tratti crepuscolare, nel quale si avvertono sentori di fiori appassiti, iodio e argilla. Il sapore è tra i più interessanti della batteria grazie all’equilibrio già descritto e a uno slancio che non sembra avere limiti, il gusto di succo di arancia che lascia in bocca sorprende e ristora. La carne alla pizzaiola è una possibilità, il vino ne illumina il lato più aromatico e morbido, oppure una pizza condita con abbondante pomodoro, origano e acciughe, come la interpreta Gabriele Bonci.

2015

Ha raggiunto un significativo punto evolutivo, tra i presenti è quello con le finestre spalancate, è in uno stato di grazia per la relazione strettissima tra naso e bocca: mentre lo annusiamo ci sembra già di berlo, quando lo mettiamo in bocca il profumo ci riempie. L’altro aspetto che colpisce è la possibile ulteriore crescita della complessità odorosa ma, per raggiungerla, a un certo punto dovrà per forza chiudersi.

Colore cerasuolo vivo e un filo più concentrato degli altri. Il naso esce in modo corale e generoso, contiamo almeno dieci riconoscimenti, tra i frutti rossi, l’accenno di florealità, le erbe medicinali e il gradevole affumicato. Il sapore ha una vitalità che segna la lingua, è più composito del 2014 e più articolato del 2013, alla fine dello sviluppo si presenta ancora tutto intero per chiudere con un bel respiro. È ordinato benché non manchi di un pizzico di imprevedibilità, esibisce con orgoglio la fisionomia asciutta e lineare. Per questi motivi lo accostiamo a salumi morbidi, anche aromatici, come la finocchiona e il ciauscolo, preparati con una salatura moderata.

                                                                Foto di Federica Cipolloni

2017

Lo abbiamo definito l’erede naturale del 2010, per il fervore alcolico, per la multidimensionalità della struttura e per come la sua vibrazione si propaga a lungo. Non ha ancora la seduttiva complessità, infatti oggi ci appare solido, diretto e arrogante, avrà tempo per avvicinare le sue parti e diventare graduale senza perdere profondità. Tra i dettagli salienti segnalo la tenuta nel calice che ce lo consegna come il vino con la maggiore prospettiva di evoluzione.

Colore cerasuolo intenso, anche qui un cuore luminoso. Naso lento, le molecole devono staccarsi da una densa concentrazione, ci mette un po’ a chiarire le varie anime odorose, dalla nota di sangue e carne passa gradualmente a sentori terricoli e di radici, è cupo e promettente, va accolto, seguito e non temuto. In bocca presenta in maniera netta e ben superiore agli altri la componente tannica, piacevole perché sostenuta da un’acidità costante e incisiva. Si dipana senza mai staccarsi dalla lingua, la portata è quasi adesiva. Chiude con un violento richiamo odoroso, a risvegliare l’olfatto appena assopito. Merita primi piatti elaborati e con ripieni sostanziosi, lasagne, sformati, tortelli di una certa dimensione, se possibile cotti nel brodo che li accompagna a tavola.

2018

È il più fragile, quasi claudicante, simile a molti 2018, eppure, come i migliori della medesima annata, ha una traiettoria singolare, si muove verso una svolta inaspettata. È stretto tra la munificenza del 2017 e il rigore del 2019, quindi fatica a far sentire le sue qualità strutturali, tuttavia emerge e si fa ricordare con movenze sinuose e persuasive.

Il colore è cerasuolo, maturo ma non limpido come gli altri. Il naso propone un’avvolgenza impossibile da eludere, raggiunge e tocca le corde più sensibili. A tratti è sfuggente, è il prezzo da pagare se si vuole amare un vino libero e volubile. In bocca, tanto il precedente era attaccato al pavimento della lingua, dove disegnava profondi tracciati, quanto lui è sospeso, incerto sul da farsi e in grado, proprio quando sembra di averlo perso, di tornare con una soluzione nuova. Come il 2013 rappresenta l’altra faccia del Cerasuolo d’Abruzzo: comprensibile nella sua apparente passività ma mai scontato. Perfetto sul risotto con zafferano e mugnoli del ristorante Sinosteria.

2019

Concreto, serio e appassionato, segna quasi una svolta nell’espressività del Tauma. Può essere una modifica stilistica, tuttavia non ne abbiamo i dettagli. Oppure l’annata è talmente diversa dalle altre da narrare di un Cerasuolo introspettivo e meno accogliente del solito. In compenso riceviamo uno spessore che si trasforma in coinvolgimento emotivo, basta aspettarlo il giusto tempo.

Colore cerasuolo acceso e limpido. Il profumo sale piano: se i frutti rossi occupano il primo strato, ai sentori organici è riservato il cuore di una massa odorosa da scoprire, il carattere è austero, a tratti impenetrabile. Il meglio di tale compendio, che con l’affinamento si trasformerà di sicuro in un bouquet, si riversa in bocca dove gli acidi sostengono l’apprezzabile tannicità, prima di lasciare spazio all’afflato alcolico. Lo ricordo quasi timido nell’estate del 2020, l’affinamento lo ha trasformato in un combattente che lotta contro il tempo. Da confrontare col 2017 e da accostare all’agnello con accanto il papavero ripassato, il tutto cucinato da Terra di Ea.

                                                              Foto di Federica Cipolloni

Infine vi lascio con due piccole annotazioni dedicate alle annate 2020 e 2021, la prima uscita qualche mese fa, la seconda in veste ufficiosa. Il Tauma 2020 sia apre felice, naso e bocca sono attraversati da un sentimento di calma soddisfazione che lo rende più pronto del 2019. Il Tauma 2021, ancora “crudo” al naso, ha una tattilità diffusa e irrequieta, si muove rapido per toccare tutti gli angoli della bocca che, pare, non voglia abbandonare mai.

SANDRO BRUNO SANGIORGI
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