Ein Prosit 2012 – La qualità dell’approccio

Partecipante 4
Del numero tre ho scritto mela golden e anche un po’ di pepe bianco.

Sandro
Questa delicatezza fruttata, questo aspetto misurato, proporzionato del profumo va bene. Però, dopo il primo assaggio, a me sorge la domanda: «Cosa mi spinge a tornarci? Che cosa devo andare a cercare? Cosa aspetto?».

Partecipante 4
Il tre sembrava che mi aspettasse, il quattro invece devo rincorrerlo.

Sandro
E com’è andata questa rincorsa?

Partecipante 4
È logico che ci sia più piacevolezza nell’afferrare qualcosa che non riesci mai a prendere.

Sandro
Lo compreresti questo vino?

Partecipante 4
Sì.

Sandro
Il bianco numero uno andrebbe benissimo per la frittura di pesce, è proprio l’ideale con quest’acidità contenuta, bilanciata e quest’alcolicità, insieme amministrano bene la sapidità, però è tutto troppo prevedibile.

Partecipante 2
Immagino il numero quattro come un fuoco d’artificio, non è prevedibile né definibile.

Sandro

La differenza sta proprio nell’incredibile imprevedibilità del numero quattro rispetto alla prevedibilità del tre. Ma quanti se ne accorgerebbero se si avvicinassero al vino con gli stessi tempi? Non è detto che un vino debba dare sempre delle risposte subito; se si è pazienti, l’attesa può essere ricompensata. Quando ci confrontiamo con soggetti sconosciuti, che non appartengono alla nostra quotidianità, ci manca la terra sotto i piedi e spesso finiamo per nasconderci. Di fronte a un vino del genere, preferiamo sorprenderci davanti al profumo di miele oppure chiederci come sfruttarne l’odore di macerazione e gli accenni ossidativi, questa buccia d’arancia e questo sentore di panettone.

Partecipante 1
Mentre il terzo forse nell’abbinamento è abbastanza immediato, il quarto lo potresti abbinare a tutto, dal dolce al salato.

Sandro
Pensa per esempio a una brioche dolce ripiena di una cosa salata, a un dolce con frutta e spezie o addirittura a qualcosa di più consistente, come una quiche, che ha una stratificazione, in cui incontri pesce affumicato, verdure e crema di latte.
Il profumo così fibrillante della volatile vi ha preoccupato?
Forse anche i tannini si presentano come un parziale limite, ma sono buoni. Ho la sensazione che l’esasperazione cui è stato condotto questo vino, con questi sottolineati aspetti di macerazione, lo abbia portato a perdere un po’ della sua naturale varietà espressiva. Mi lascia l’idea di qualcosa di un po’ monolitico.

Francesco Orini
Ho la sensazione che il produttore abbia voluto tirare fuori una materia eccessiva dal grappolo, questo è un po’ il limite di tanti produttori che fanno queste macerazioni.

Sandro
Secondo voi perché succede?

Partecipante 3
Magari il produttore è alla ricerca di un’originalità che è difficile da trovare.

Sandro
Quando si fa il produttore di vino a questo livello, non si pensa proprio all’originalità o al mercato. Non si tratta di una cosa preordinata. Si sta solo sondando qualcosa che non si conosce, alla ricerca del limite di una sperimentazione che parte da un concetto sano, da uve buone. Tuttavia sostiene anche un confronto molto delicato, quello tra forma e sostanza: dà una gran sostanza ma forse non rispetta un’idea di forma che il vino, per la sua bellezza, deve continuare a mantenere. Secondo me, questi vini vanno accompagnati. Il bicchiere, che è un grande rivelatore, è una sorta di banco di prova inappellabile e dimostra che questo vino ha toccato il suo limite. Non è un caso che queste cose il produttore le sappia ben prima che qualcuno gliele dica. Quindi non metto mai i vini nelle schede delle presentazioni, perché quello che scaturisce non è mai soltanto quello che ci aspettiamo. Il numero quattro è un Fiano della piccola azienda della famiglia Zampaglione e si chiama “Il Tufiello”, annata 2009. La vernaccia invece è 2010, la “Tradizionale” Montenidoli.
Dei sei vini di oggi quest’ultimo è quello ad avere un pizzico in più di solforosa. Ora dedichiamoci agli ultimi due rossi. Sono delle promesse, secondo me daranno soddisfazione nel tempo…

Partecipante 2
Sono abbastanza diversi…

Sandro
Sì, molto. Uno è in purezza; l’altro invece è ottenuto da un vitigno prevalente, importante, che contraddistingue il territorio, ma è stato aiutato in fase di taglio da qualche altra cosa, non internazionale però, sempre vitigni autoctoni. Notevole è la differenza di colore. Guardate il rubino quasi vellutato, caldo, del numero cinque e quello più luminoso, riflettente, acuto del numero sei. Sono colori che vale la pena analizzare, osservare e ricordare. L’aspetto vellutato del numero cinque ci riporta direttamente alla buccia delle uve, che è quasi un velluto quando le accarezzi.

Francesco Orini
Io vedo il cinque come una caverna e il sei come un lago. Il cinque mi sembra chiuso, mi ricorda un tuffo. Mentre il sei rimanda a qualcosa di più rilassante, luminoso, aperto.

Sandro
Benissimo, nonostante questi tannini così vibranti, il sei ti suggerisce luminosità.

Partecipante 2
Il cinque litiga con sé stesso, ha bisogno di molto più tempo e pazienza. Il sei dà un’idea più nitida e immediata di quello che vuole raccontarci. Poi, a ogni sorso, ti dà una sferzata di acidità.

Sandro
Nel numero sei acidità e tannino sono infatti molto importanti. Il terreno del sei comporta una forte acidità. È proprio un vino di alto profilo, nella sua idea di base esiste il rapporto intenso tra acidità e tannino.

Partecipante 1
Io nel cinque sentivo aia. Mi ricorda molto i vini meridionali, cui sono abituata, ma che un po’ mi stancano.

Sandro
Nei profumi c’è qualche altra cosa di mediterraneo. Anche se in realtà non si trova al sud, condivide un’idea di mediterraneità e meridionalità.

Partecipante 1
Ha un che di mirto.

Sandro
Poi anche di olive, in maniera veramente spiccata. In bocca è la seta del cinque che m’impressiona. La differenza di tessuto fra i due vini è forte. Il quinto ti ricompensa con questo aspetto setoso, il sesto invece restituisce freschezza e vitalità.

Partecipante 3
Io ho scritto che il cinque ha grandi prospettive, in bocca rimangono delle sensazioni di cioccolato fondente. Il sesto invece l’ho trovato più suadente, più elegante.

Partecipante 4
A me è piaciuto moltissimo il sei, e anche l’idea del lago, che è caldo, tranquillo, però allo stesso tempo ampio.

Sandro
È il Chianti Classico Le Trame del Podere Le Boncie di Giovanna Morganti, 2009. L’altra sera, non lontano da qui, abbiamo sentito il più pronto 2006. Si assomigliano abbastanza, per stessa ammissione della dottoressa Morganti. Il numero cinque ha velluto nel colore, una bellissima stoffa, ma manca di prontezza, tipica di un vino che si fa sempre senza il minimo accenno di legno. Il suo aspetto sanguigno, il profumo di aia dei primi minuti, vanno accettati se si vuole proseguire a scoprirlo. E, in effetti, appena sotto si sentono il mirto, l’oliva, il cacao. Il bicchiere dice tutto.
“Aspettare e accettare” era il titolo di questo terzo confronto.
Il vino numero cinque è il Montepulciano d’Abruzzo di Emidio Pepe, 2009. Tra tutti i vini di oggi questo è quello che ha bisogno di più tempo.
Ora tutte le bottiglie sono scoperte. Abbiamo finito, grazie a tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *